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Nell’Australia occidentale, la pesca della Western Rock Lobster dimostra che sostenibilità ambientale e sostenibilità economica possono coincidere quando la risorsa viene trattata come capitale produttivo. Per la stagione 2025-2026 il limite commerciale è stato ridotto da 7.300 a 6.800 tonnellate, nonostante la riapertura del mercato cinese e il recupero dei prezzi. L’obiettivo non è pescare meno per principio, ma conservare abbastanza aragoste in mare da mantenere elevati la biomassa, i tassi di cattura e il rendimento della pesca nel tempo.

La decisione più interessante è arrivata proprio quando il mercato aveva ricominciato a tirare.

Alla fine del 2024, dopo oltre quattro anni di interruzione, la Cina ha riaperto alle importazioni dirette di aragoste vive australiane. Nell’esercizio 2024-2025 il prezzo medio riconosciuto allo sbarco è salito da 54 a 72 dollari australiani al chilogrammo, mentre il valore della produzione ha raggiunto 383 milioni di dollari australiani.

La risposta più immediata avrebbe potuto essere aumentare il prelievo. È accaduto il contrario: la quota è stata abbassata di 500 tonnellate.

Non una rinuncia commerciale, ma una scelta costruita su dati biologici ed economici.

Il capitale che resta sul fondale

La Panulirus cygnus è un’aragosta spinosa endemica delle acque dell’Australia occidentale. La pesca professionale si sviluppa lungo la costa con l’impiego di nasse ed è regolata attraverso quote individuali, taglie minime, protezione delle femmine riproduttrici e chiusure territoriali.

Nel 2000 è stata la prima pesca al mondo a ottenere la certificazione del Marine Stewardship Council. Nel 2022 è diventata anche la prima a essere certificata per la quinta volta consecutiva. Il riconoscimento è importante, ma non rappresenta l’aspetto più originale del modello.

Il punto decisivo è il criterio utilizzato per valutare il prelievo: il Maximum Economic Yield, il massimo rendimento economico.

A differenza del massimo rendimento sostenibile, che cerca la maggiore quantità prelevabile senza compromettere lo stock, il rendimento economico considera contemporaneamente biomassa, tassi di cattura, costi operativi, prezzi attesi e redditività dell’intera pesca su più stagioni.

Nella maggior parte dei casi, il massimo rendimento economico si raggiunge con catture inferiori e una biomassa superiore rispetto al massimo rendimento puramente biologico. Più aragoste rimangono in mare, maggiore è la probabilità che le nasse producano bene e che siano necessari meno tempo, carburante, esche e lavoro per raggiungere la quota assegnata.

È un ribaltamento semplice, ma radicale: il risultato di una pesca non si misura soltanto in tonnellate sbarcate. Conta quanto costa catturarle e quanto capitale naturale viene conservato per la stagione successiva.

Il modello non garantisce automaticamente il profitto di ogni singola impresa. Il Maximum Economic Yield calcola infatti il rendimento della pesca nel suo complesso. Offre però una base più realistica rispetto all’idea che, per aumentare il valore, sia sempre necessario aumentare il prelievo.

È lo stesso nodo che attraversa il dibattito europeo sulle quote di pesca accurate e sostenibili: una quota è efficace solo quando tiene insieme stato della risorsa, qualità dei dati e condizioni economiche delle imprese.

La crisi individuata prima che arrivasse sulle banchine

La svolta australiana non è nata durante una fase tranquilla.

Alla fine degli anni Duemila il monitoraggio dei pueruli, lo stadio giovanile con cui le aragoste raggiungono la costa dopo la lunga fase larvale, segnalò livelli di insediamento insolitamente bassi. Quel dato permetteva di prevedere con alcuni anni di anticipo una futura riduzione degli esemplari disponibili per la pesca.

L’amministrazione e il settore intervennero prima che il problema si trasformasse in un crollo degli sbarchi. Nella stagione 2010-2011 la gestione passò dal controllo prevalente dello sforzo a un sistema fondato sulle quote di cattura. Rispetto al 2005-2006, il volume prelevato venne quasi dimezzato.

La riduzione delle nasse e delle operazioni necessarie per raggiungere le catture contribuì anche a limitare il consumo di carburante e di esche e a ridurre alcune interazioni con l’ecosistema.

La scienza, in questo caso, non è servita a certificare una crisi già avvenuta. Ha dato alla filiera il tempo per cambiare rotta.

Uno stock sano non protegge da ogni crisi

L’aggiornamento scientifico pubblicato nel 2025 considera la risorsa sostenibile e attribuisce un rischio basso a un depauperamento non accettabile dello stock. Le analisi non rilevano sovrapesca, mentre biomassa riproduttiva, produzione di uova e tassi di cattura rimangono ampiamente superiori ai livelli storici.

Secondo le proiezioni del Dipartimento dell’Australia occidentale, il mantenimento della quota a 6.800 tonnellate dovrebbe conservare una biomassa elevata nei successivi cinque anni.

Il quadro, tuttavia, non è privo di segnali da osservare. In diverse aree l’insediamento dei giovani esemplari è rimasto sotto la media e non si registra dal 2016 un picco positivo diffuso lungo tutta la costa. Le condizioni oceaniche più calde, le ondate di calore marine e una possibile concentrazione dello stock verso sud stanno aumentando l’incertezza.

La decisione di ridurre la quota nasce anche da questa prudenza. Non perché la risorsa sia oggi in collasso, ma perché attendere il collasso renderebbe qualsiasi intervento più costoso. È una dinamica che riguarda ormai molte filiere, come mostra anche l’impatto del cambiamento climatico sulle risorse ittiche.

La salute biologica non ha però protetto la Western Rock Lobster dalle crisi commerciali.

Prima della chiusura del mercato cinese, il valore della produzione aveva raggiunto 433 milioni di dollari australiani nel 2017-2018. Nel 2022-2023 era sceso a 209 milioni, nonostante la risorsa continuasse a essere gestita in condizioni di sostenibilità. Con la riapertura della Cina è risalito a 383 milioni.

Lo stock non era crollato. Era crollato il principale sbocco commerciale.

Il ritorno degli acquisti cinesi ha ridato ossigeno alla filiera, ma non ha eliminato le fragilità. Carburante, esche, lavoro e tariffe pubbliche continuano a comprimere i margini. Tra il 2023-2024 e il 2024-2025 le imbarcazioni attive sono diminuite da 207 a 197. La stessa organizzazione di settore segnala l’uscita di operatori più piccoli e una crescente concentrazione della flotta.

La lezione non è semplicemente pescare meno

Il caso australiano non dimostra che ridurre una quota produca automaticamente più reddito. Una cattura inferiore può pesare sui bilanci, soprattutto quando i costi sono elevati, il prezzo è debole o i diritti di pesca sono concentrati.

Dimostra, però, che uno stock abbondante può diventare una forma di infrastruttura economica. Aumenta la probabilità di buoni tassi di cattura, riduce lo sforzo necessario e offre alle imprese una base produttiva più stabile.

La sostenibilità ambientale è quindi necessaria, ma non sufficiente. Deve essere accompagnata da mercati diversificati, costi compatibili, accesso equilibrato alle quote e regole capaci di evitare che l’efficienza economica si traduca nell’espulsione progressiva delle aziende più piccole.

La lezione della Western Rock Lobster non consiste nell’importare meccanicamente un sistema australiano. Consiste nel cambiare la domanda posta alla gestione.

Non soltanto: quante aragoste possiamo ancora pescare?

Ma: quante devono restare in mare perché la pesca continui a produrre valore senza consumare la propria base economica?

In Australia occidentale il profitto non comincia dall’ultima aragosta venduta. Comincia da quelle che si decide di lasciare sul fondale.

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