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Chi frequenta il mare per lavoro sa che qualcosa è cambiato. Le acque sono diverse, le stagioni meno prevedibili, certe specie si comportano in modo strano. Adesso arriva la scienza a dare numeri a quella sensazione.
Uno studio firmato da ricercatori dell‘Istituto di Scienze Marine del CSIC di Barcellona e del Laboratorio LOCEAN di Parigi, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, analizza quasi tre decenni di dati sul Mediterraneo occidentale e arriva a conclusioni che il settore ittico farebbe bene a conoscere. Al centro della ricerca ci sono le ondate di calore marino, quegli episodi in cui la temperatura del mare sale in modo anomalo rispetto alle medie stagionali e ci resta per giorni o settimane.

Il gruppo di lavoro ha costruito un modello computerizzato dell’intera rete alimentare del Mediterraneo occidentale, dai microrganismi ai grandi predatori, e ha fatto girare le simulazioni due volte: una con le ondate di calore registrate tra il 1995 e il 2022, l’altra senza. Il confronto tra i due scenari ha permesso di isolare l’effetto specifico di questi eventi estremi, separandolo dal riscaldamento graduale di fondo e dalla pressione della pesca.

Le acque si scaldano sempre più in profondità

Fino a qualche anno fa, le ondate di calore interessavano soprattutto la superficie. Dal 2016 in poi le cose sono cambiate: le anomalie termiche hanno cominciato a raggiungere i 150 metri e i fondali, coprendo spesso oltre il 40% dell’intera superficie del bacino. Il 2022 è stato l’anno peggiore dell’intera serie storica. E gli effetti di quell’ondata, precisano gli autori, non si sono ancora manifestati del tutto: i pesci con cicli vitali lunghi e le specie ai vertici della catena alimentare impiegano anni prima di mostrare i segni dello stress termico.

Al sud si perde, al nord si tiene (per ora)

Il dato geografico più interessante della ricerca riguarda la differenza tra la parte settentrionale e quella meridionale del bacino. Le acque del Golfo del Leone, del Mar Ligure e del Tirreno settentrionale mostrano risposte neutre o appena positive agli eventi termici estremi. Più si scende verso il Mar d’Alboran e le coste algerine, più le perdite di biomassa si fanno pesanti, a tutti i livelli della catena alimentare.
La spiegazione non è che il nord sia immune. È che le specie del Mediterraneo meridionale vivono già vicino al loro limite di tolleranza termica, e ogni picco aggiuntivo le colpisce più duramente. Gli autori avvertono però che in scenari estremi anche le acque settentrionali potrebbero raggiungere temperature oggi tipiche del sud: un confine che si sta spostando verso nord più rapidamente di quanto si pensasse.

Benthos, pesce, crostacei: chi paga il prezzo più alto

Tra le categorie più colpite ci sono i produttori bentonici, ovvero posidonie, coralli e alghe, che registrano un calo pressoché continuo lungo quasi tutta la costa occidentale del bacino. Ma a preoccupare il settore della pesca è soprattutto la situazione delle specie di interesse commerciale.
Pesci pelagici e demersali, crostacei e invertebrati mostrano riduzioni nelle catture che in alcune zone superano il 10% rispetto a uno scenario senza ondate di calore. I grandi predatori rispondono più lentamente ma con cali significativi nelle aree meridionali nell’ultimo quinquennio. E questi effetti non sostituiscono quelli del riscaldamento progressivo o della pressione di pesca: si sommano ad essi.

Cosa cambia per chi lavora in mare

Meno biomassa vuol dire meno pescato. In alcune aree del bacino, la ricerca segnala perdite nelle catture di specie demersali, pelagiche e invertebrati che toccano punte superiori al 10%. Numeri che possono fare la differenza tra una stagione redditizia e una in perdita.
Gli autori sottolineano l’utilità di questo tipo di modelli per orientare le scelte di gestione: sapere in anticipo quali zone e quali specie sono più esposte permette di intervenire prima che i danni diventino irreversibili. Non è solo una questione scientifica. Con ondate di calore sempre più frequenti e intense, avere strumenti affidabili di previsione ecosistemica è qualcosa da cui dipende anche la pianificazione delle attività di pesca.
Lo studio è liberamente accessibile su Scientific Reports.

Cosa c’è da sapere

Cosa sono le ondate di calore marino?
Sono periodi prolungati in cui la temperatura del mare supera in modo anomalo le medie stagionali storiche per almeno cinque giorni consecutivi. Nel Mediterraneo sono aumentate per frequenza, intensità e profondità di penetrazione negli ultimi trent’anni.

Quali specie marine sono più colpite nel Mediterraneo occidentale?
I produttori bentonici come posidonie e coralli mostrano il calo più costante. Tra le specie di interesse commerciale, pesci pelagici e demersali, crostacei e invertebrati registrano le perdite maggiori, con riduzioni nelle catture che superano il 10% nelle aree meridionali.

Perché il sud del Mediterraneo è più vulnerabile del nord?
Le specie delle acque meridionali vivono già vicino al loro limite massimo di tolleranza termica. Ogni nuova ondata di calore le colpisce con maggiore intensità rispetto a quelle delle acque settentrionali, che hanno ancora un margine termico più ampio.

Le ondate di calore influenzano davvero la pesca?
Sì. Lo studio stima riduzioni nelle catture commerciali superiori al 10% nelle zone più esposte, con impatti su pesce, invertebrati e specie demersali. Questi effetti si sommano a quelli del riscaldamento progressivo e della pressione di pesca già esistente.

Cosa si intende per dipolo nord-sud nel Mediterraneo?
È il pattern geografico emerso dalla ricerca: le acque settentrionali, come il Mar Ligure e il Golfo del Leone, mostrano risposte neutre o appena positive alle ondate di calore, mentre il sud, in particolare il Mar d’Alboran e le coste algerine, subisce perdite di biomassa significative.

L’articolo Mediterraneo occidentale, le ondate di calore cambiano la pesca: catture giù oltre il 10% proviene da Pesceinrete.

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