Egitto, la raccolta dei dati sulla pesca si sposta nei porti

Egitto, la raccolta dei dati sulla pesca si sposta nei porti

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L’Egitto porta la raccolta dei dati sulla pesca direttamente nei porti. Quattro uffici prefabbricati, alimentati a energia solare e dotati di attrezzature di laboratorio di base, serviranno a registrare catture, sforzo di pesca, scarti, specie vulnerabili e informazioni socioeconomiche. Il progetto, sostenuto dalla FAO-GFCM e finanziato dall’Unione europea, punta a ottenere informazioni più complete e affidabili direttamente nei luoghi in cui opera la flotta.

I dati si raccolgono dove arriva il pescato

Il principio è semplice: avvicinare chi raccoglie le informazioni a chi pesca e ai luoghi in cui il pescato viene sbarcato.

È da questa esigenza che nasce il progetto pilota avviato dall’Agenzia egiziana per la protezione e lo sviluppo delle risorse lacustri e ittiche (LFRPDA), con il sostegno della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della FAO (GFCM), della FAO Egitto e dell’Unione europea.

Quattro unità prefabbricate sono state installate in altrettanti porti lungo la costa mediterranea. Non saranno semplici uffici amministrativi: fungeranno da basi operative permanenti per la raccolta e il primo trattamento delle informazioni sulla pesca, con una dotazione laboratoristica essenziale e alimentazione solare.

L’obiettivo è ridurre uno dei problemi più concreti del monitoraggio: la distanza tra il luogo in cui l’attività di pesca avviene e quello in cui i dati vengono successivamente organizzati e analizzati.

Catture, scarti e specie vulnerabili sotto osservazione

Nei nuovi presidi potranno essere registrati volumi delle catture e sforzo di pesca, insieme a informazioni biologiche e socioeconomiche.

Il monitoraggio riguarderà anche gli scarti e la presenza di specie vulnerabili, elementi importanti per comprendere non soltanto quanto viene pescato, ma anche come l’attività delle flotte interagisce con le risorse marine.

Essere presenti direttamente nei punti di sbarco dovrebbe inoltre semplificare il trasporto dei campioni, ridurre alcuni passaggi logistici e rendere più frequente il confronto tra tecnici, pescatori e comunità locali.

Il risultato atteso è una raccolta più continua, più ordinata e più vicina alla realtà quotidiana delle flotte.

Per gestire meglio la pesca bisogna prima conoscerla meglio

Il progetto egiziano tocca un tema centrale per tutto il Mediterraneo: le decisioni sulla pesca valgono quanto i dati su cui vengono costruite.

Valutare lo stato degli stock, misurare lo sforzo di pesca o individuare eventuali criticità richiede informazioni affidabili e aggiornate. È un’esigenza che attraversa l’intero bacino e che emerge anche dalle più recenti valutazioni sullo stato delle risorse nel Mediterraneo e nel Mar Nero.

Per gli operatori c’è inoltre un elemento da chiarire: il progetto non introduce, allo stato attuale, nuovi obblighi per i pescatori. Interviene invece sul sistema che raccoglie e organizza le informazioni già necessarie al monitoraggio del settore.

Questo significa spostare l’attenzione dal semplice “controllare di più” al misurare meglio ciò che accade realmente nei porti e in mare.

Un modello pilota che potrebbe essere esteso

I quattro uffici sono stati realizzati nell’ambito di MedSea4Fish, il programma della GFCM dedicato al rafforzamento delle capacità scientifiche e tecniche dei Paesi mediterranei.

La GFCM considera i nuovi presidi anche un banco di prova: serviranno a capire se un sistema stabile di raccolta direttamente nei porti possa essere efficace e, in futuro, eventualmente replicato su scala più ampia.

Per ora si tratta dunque di una sperimentazione, non di un modello già validato.

Ma il principio è concreto: se si vogliono decisioni più precise sulla pesca, il primo passo è disporre di informazioni migliori. E raccoglierle direttamente nei porti può essere uno dei modi più semplici per avvicinare i numeri alla realtà delle flotte.

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Imballaggi seafood, scatta il PPWR: PFAS, scorte e conformità da verificare

Imballaggi seafood, scatta il PPWR: PFAS, scorte e conformità da verificare

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Cosa cambia per chi confeziona prodotti ittici?
Dal 12 agosto 2026 si applica nell’Unione europea il Regolamento UE 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, il PPWR. Per il seafood la novità immediata più sensibile riguarda gli imballaggi a contatto con gli alimenti, che non possono essere immessi sul mercato se contengono PFAS oltre le soglie previste. Ma il cambiamento non si ferma ai materiali: diventa centrale sapere chi è responsabile della conformità, quali informazioni devono arrivare dai fornitori e quando un imballaggio è considerato effettivamente immesso sul mercato.

Una vaschetta acquistata mesi fa può essere ancora utilizzata? Il film che avvolge un filetto rispetta i nuovi limiti? E soprattutto: chi deve avere i documenti per dimostrarlo?

Sono domande molto concrete e, dal 12 agosto, non più rinviabili.

Il PPWR non è entrato in vigore adesso: lo era già dall’11 febbraio 2025. Il 12 agosto 2026 è invece la data dalla quale trova applicazione generale nell’Unione europea. È quindi il momento in cui una parte importante delle nuove regole comincia a confrontarsi con l’operatività quotidiana delle imprese.

PFAS, la prima verifica parte dall’imballaggio

Per la filiera seafood il punto più immediato riguarda gli imballaggi destinati al contatto con gli alimenti.

Dal 12 agosto non possono essere immessi sul mercato se contengono sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, i PFAS, in concentrazioni pari o superiori ai limiti fissati dal regolamento.

Le soglie previste sono 25 ppb per ciascun PFAS rilevato mediante analisi mirata, con esclusione dei PFAS polimerici dalla quantificazione; 250 ppb per la somma dei PFAS determinati mediante analisi mirata, eventualmente dopo la degradazione dei precursori; e 50 ppm per i PFAS, compresi quelli polimerici. Se il fluoro totale supera 50 mg/kg, il regolamento prevede inoltre specifiche informazioni utili a distinguere la quota riconducibile ai PFAS da quella derivante da altre sostanze.
La questione, per un trasformatore ittico, è molto meno astratta di quanto possa sembrare.

Vaschette, film, rivestimenti, cartoncini, coating, adesivi e altri componenti non possono essere valutati soltanto in termini di costo, barriera, resistenza, shelf life o resa estetica. L’impresa deve sapere che cosa sta utilizzando e poter contare sulle informazioni necessarie a dimostrarne la conformità.

Nel seafood il packaging svolge già una funzione tecnica decisiva: tecnologie come lo skin pack nel confezionamento dei prodotti ittici mettono insieme protezione, conservazione, barriera e prestazioni del materiale.

Adesso alla domanda “questa confezione funziona?” se ne aggiunge definitivamente un’altra: “possiamo dimostrare che è conforme?”

Scorte in magazzino: la data di acquisto non basta

È probabilmente il punto da controllare con maggiore attenzione nell’immediato.

La Commissione chiarisce che non è previsto un periodo transitorio generale per esaurire le scorte di imballaggi alimentari contenenti PFAS oltre i nuovi limiti.

Gli imballaggi immessi sul mercato prima del 12 agosto 2026 possono rimanervi e non devono essere ritirati per questa ragione. Quelli immessi sul mercato successivamente devono invece rispettare i limiti stabiliti dal PPWR, anche se erano stati prodotti in precedenza.

È quindi sbagliato ridurre la questione alla semplice data di acquisto.

Per gli imballaggi di vendita e multipli destinati al contatto con alimenti, la Commissione indica che, in generale, l’immissione sul mercato avviene quando vengono riempiti, nella misura in cui le operazioni finali, come la sigillatura, possano incidere sulla conformità. Per gli imballaggi di trasporto e di servizio, invece, l’immissione può avvenire già quando sono vuoti. La guida precisa inoltre che, in determinate circostanze, anche il trasferimento della proprietà o del possesso può assumere rilievo.

Per conserve, prodotti refrigerati, surgelati e trasformati la conseguenza pratica è chiara: le scorte di packaging presenti in magazzino vanno verificate insieme alla loro documentazione.

Non necessariamente sostituite. Verificate.

La domanda corretta non è quindi “quando abbiamo comprato questa vaschetta?”, ma “quando viene immessa sul mercato e, in quel momento, rispetta i requisiti applicabili?”

Per il seafood cambia anche chi risponde della confezione

Limitarsi ai PFAS farebbe perdere una parte importante del nuovo quadro.

Il PPWR distingue con maggiore precisione fabbricante e produttore e attribuisce ai due ruoli funzioni diverse.

Per gli imballaggi di vendita e multipli, la guida della Commissione chiarisce che il fabbricante è normalmente l’operatore che effettua le fasi finali di lavorazione dell’imballaggio, come riempimento e sigillatura, e immette sul mercato il prodotto confezionato. In molti casi, quindi, non si tratta dell’azienda che ha materialmente prodotto la vaschetta o il film, ma di chi confeziona il prodotto finale.

Questo passaggio interessa direttamente l’industria ittica.

Un’azienda che riceve vaschette, film o altri componenti da fornitori esterni e li utilizza per confezionare il proprio prodotto può trovarsi, nelle condizioni previste dal regolamento, ad assumere il ruolo di fabbricante ai fini PPWR.

E la conseguenza non è soltanto terminologica.

La Commissione chiarisce che il fabbricante è il soggetto responsabile della conformità dell’imballaggio ai requisiti di sostenibilità e di etichettatura previsti dal regolamento. La valutazione può essere svolta anche da laboratori o altri soggetti per suo conto, ma la responsabilità giuridica resta in capo al fabbricante.

Diverso è il concetto di produttore ai fini della responsabilità estesa del produttore, EPR. In questo caso il punto centrale è individuare il soggetto che rende disponibile per la prima volta l’imballaggio o il prodotto confezionato nel territorio dello Stato membro in cui l’imballaggio è destinato a diventare rifiuto. È questo soggetto che assume gli obblighi EPR relativi, tra l’altro, alla registrazione e al finanziamento della gestione dei rifiuti di imballaggio.

Fabbricante e produttore, quindi, non coincidono necessariamente.

Per un’impresa seafood significa che acquisti, qualità, produzione e amministrazione devono riuscire a ricostruire con precisione chi fa cosa lungo la catena dell’imballaggio.

Prima di cambiare packaging bisogna controllare la filiera

La tentazione potrebbe essere quella di interpretare il PPWR come una corsa alla sostituzione di vaschette e film.

Non è questo il primo passo.

Prima viene la mappatura del packaging già utilizzato: quali materiali entrano in contatto con il prodotto, chi li fornisce, quali specifiche sono disponibili, quali dichiarazioni sono state ricevute, quali verifiche sono già state effettuate e dove mancano informazioni.

È proprio per sciogliere i dubbi operativi emersi tra imprese e Stati membri che la Commissione ha pubblicato gli orientamenti ufficiali per l’applicazione del PPWR. Il documento chiarisce anche che, nonostante esistano diversi protocolli analitici, non è ancora disponibile una metodologia armonizzata a livello UE per il controllo dei PFAS negli imballaggi a contatto con gli alimenti e indica un approccio progressivo alle verifiche.

Anche sulla riciclabilità serve evitare semplificazioni.

Dal 12 agosto il PPWR stabilisce il principio secondo cui gli imballaggi immessi sul mercato devono essere riciclabili. Tuttavia, i criteri armonizzati di progettazione per il riciclo previsti dall’articolo 6 entreranno in applicazione dal 2030 o, se successivo, 24 mesi dopo l’entrata in vigore degli atti delegati necessari. Fino ad allora, la Commissione chiarisce che per questo specifico requisito i fabbricanti continuano a fare riferimento alle prescrizioni precedenti e alle relative norme armonizzate; inoltre, la nuova procedura PPWR di valutazione della conformità per la riciclabilità non è ancora richiesta.
Il 12 agosto, dunque, non rappresenta il giorno in cui tutte le regole del PPWR scattano contemporaneamente. È l’inizio di un percorso regolatorio che procederà per tappe, con ulteriori requisiti destinati ad acquistare efficacia nei prossimi anni.

Per la filiera ittica, però, il cambiamento è già concreto.

Il packaging non è più soltanto l’ultimo passaggio prima della vendita. Diventa contemporaneamente materia di produzione, acquisti, sicurezza alimentare, qualità, sostenibilità e compliance.

E la domanda più utile da rivolgere oggi al proprio fornitore non è necessariamente “quale confezione dovremo utilizzare nel 2030?”. È molto più semplice: “Il packaging che stiamo utilizzando adesso è conforme, e abbiamo le informazioni per dimostrarlo?”

È da questa risposta che, per il seafood, comincia davvero il PPWR.

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In India con ASC: perché conoscere il territorio è sempre più importante per il futuro dell’acquacoltura

In India con ASC: perché conoscere il territorio è sempre più importante per il futuro dell’acquacoltura

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Con il primo India Shrimp Landscape Tour, ASC e Sustainable Fisheries Partnership hanno portato operatori, investitori e aziende internazionali dentro una delle aree più strategiche dell’acquacoltura mondiale. Il punto emerso sul campo è chiaro: per migliorare davvero la produzione di gamberi non basta intervenire sul singolo allevamento, ma occorre lavorare sull’intero territorio, coinvolgendo produttori, comunità e filiera.

Cosa significa davvero produrre gamberi in una delle più importanti regioni dell’acquacoltura mondiale? Quali sfide affrontano ogni giorno gli allevatori? E quale ruolo possono svolgere aziende, investitori e buyer internazionali nel favorire miglioramenti concreti lungo la filiera?

Per rispondere a queste domande, ASC (Aquaculture Stewardship Council) e Sustainable Fisheries Partnership (SFP) hanno organizzato il primo India Shrimp Landscape Tour, un viaggio immersivo nel cuore della produzione indiana di gamberi che ha coinvolto rappresentanti dell’industria ittica internazionale, del settore finanziario e degli investimenti.

Tra i partecipanti era presente anche l’azienda italiana Comavicola, che ha avuto l’opportunità di osservare da vicino una realtà che riveste un’importanza strategica per il mercato globale dei prodotti ittici.

Oltre la certificazione

Quando si parla di ASC, il primo pensiero va spesso alla certificazione. Negli ultimi anni, però, il lavoro dell’organizzazione si è ampliato per affrontare una sfida fondamentale: come coinvolgere un numero sempre maggiore di produttori nel percorso di miglioramento, inclusi quelli che oggi non sono ancora certificati.

In molti paesi produttori, infatti, le sfide ambientali, sociali ed economiche non possono essere affrontate da una singola azienda ittica. La qualità delle acque, la gestione delle malattie, la tutela degli ecosistemi costieri o il benessere delle comunità locali dipendono da azioni condivise che coinvolgono interi territori.

Per questo ASC sta sviluppando progetti di miglioramento e approcci territoriali che puntano a creare benefici su scala più ampia, sostenendo produttori, comunità e attori della filiera nel loro percorso di crescita.

Andhra Pradesh, il cuore della produzione indiana di gamberi

L’India è oggi il secondo esportatore mondiale di gamberi e circa il 70% della produzione nazionale si concentra nello Stato dell’Andhra Pradesh, una regione che rappresenta un punto di riferimento per le catene di approvvigionamento internazionali.

Durante il tour, i partecipanti hanno visitato incubatoi, allevamenti, mangimifici e impianti di lavorazione per comprendere meglio le dinamiche che caratterizzano il settore.

La visita ha permesso di osservare realtà molto diverse tra loro: dai piccoli allevamenti a conduzione familiare alle aziende più strutturate che operano sui mercati internazionali. Un percorso che ha evidenziato sia i progressi già raggiunti sia le opportunità di miglioramento ancora presenti lungo la filiera.

Particolare attenzione è stata dedicata alle innovazioni che stanno contribuendo ad aumentare l’efficienza e la qualità della produzione, come le pratiche di riproduzione senza ablazione negli incubatoi e i sistemi di controllo e tracciabilità degli ingredienti utilizzati nei mangimi.

Un approccio che coinvolge l’intero territorio

Uno degli aspetti più significativi emersi durante il viaggio è stato il forte legame tra gli allevamenti e il territorio circostante.

In Andhra Pradesh, le aziende condividono risorse fondamentali come i corsi d’acqua e gli ecosistemi costieri. Le decisioni prese da un singolo operatore possono quindi avere effetti che si estendono ben oltre i confini della propria attività.

È proprio da questa consapevolezza che nasce il cosiddetto “Landscape Approach“, un modello che punta a coinvolgere tutti gli attori presenti in una determinata area geografica per affrontare insieme le principali sfide del settore.

L’obiettivo è favorire miglioramenti che producano risultati tangibili non solo per gli allevatori, ma anche per le comunità locali e per l’ambiente.

L’esperienza di Comavicola

Per Comavicola, la partecipazione al tour ha rappresentato un’occasione per approfondire la conoscenza di una delle aree più importanti per la produzione mondiale di gamberi e per confrontarsi direttamente con produttori, esperti tecnici e altri operatori della filiera internazionale.

L’esperienza ha evidenziato quanto sia importante comprendere il contesto locale per affrontare in modo efficace le sfide che interessano il settore a livello globale.

“Visitare Andhra Pradesh ci ha permesso di comprendere meglio la complessità che si cela dietro una delle principali aree di produzione di gamberi al mondo. Incontrare allevatori, tecnici e altri attori della filiera direttamente sul territorio offre una prospettiva profonda che nessun report può restituire.” Ha affermato Angelo Villa, Consulente Socio di Comavicola.

“Questo viaggio ha confermato quanto sia importante andare oltre la semplice conoscenza della filiera e comprendere il contesto reale in cui essa opera. Vedere da vicino come gli allevamenti condividano risorse, opportunità e sfide non solo aiuta a costruire relazioni più solide e una maggiore consapevolezza nel settore, ma ci permette anche di capire il valore di iniziative che promuovono il miglioramento a livello territoriale. È un approccio integrato che, partendo dall’esperienza diretta sul campo, può contribuire a creare benefici duraturi per i produttori, le comunità locali e l’intero mercato.”

Costruire il futuro dell’acquacoltura attraverso la collaborazione

Le richieste del mercato e le aspettative dei consumatori continuano a evolversi. In questo contesto, la collaborazione tra produttori, trasformatori, retailer, investitori e organizzazioni di settore diventa sempre più importante per favorire miglioramenti concreti e duraturi.

Iniziative come l’India Shrimp Landscape Tour dimostrano come la conoscenza diretta dei territori produttivi possa contribuire a creare una maggiore comprensione delle sfide esistenti e a individuare nuove opportunità di collaborazione.

Per ASC, questo rappresenta un tassello fondamentale di una strategia più ampia: affiancare alla certificazione strumenti e progetti capaci di generare cambiamenti positivi su scala territoriale, coinvolgendo un numero crescente di produttori e contribuendo alla resilienza futura del settore dell’acquacoltura.

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Cozze, nelle femmine oltre dieci volte più EPA e DHA

Cozze, nelle femmine oltre dieci volte più EPA e DHA

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Nelle cozze mediterranee il sesso potrebbe incidere sul profilo nutrizionale. In uno studio pilota, il campione femminile ha mostrato quantità nettamente superiori di omega-3 EPA e DHA, oltre a maggiori livelli di vitamina B12, ferro, selenio e iodio. Il risultato deve essere confermato su scala più ampia, ma suggerisce una possibilità nuova per la mitilicoltura: sviluppare in futuro prodotti differenziati anche per caratteristiche nutrizionali.

Origine, freschezza, calibro, stagione, sicurezza. Sono alcune delle variabili con cui normalmente si misura e si racconta la qualità di una cozza. Il sesso dell’animale, invece, finora è rimasto sostanzialmente fuori dal ragionamento produttivo e commerciale.

Un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Marine Science suggerisce che potrebbe meritare attenzione. La ricerca, pubblicata il 10 agosto 2026, ha confrontato maschi e femmine di Mytilus galloprovincialis, il mitilo mediterraneo, analizzandone composizione generale, acidi grassi, minerali e vitamina B12.

Il divario più forte è negli omega-3

Sul piano della composizione generale, le differenze sono minime. Proteine, umidità, carboidrati ed energia risultano sostanzialmente sovrapponibili.

È nei grassi che il quadro cambia.

Nel campione femminile i lipidi totali erano superiori del 25,6%, mentre la quota di acidi grassi polinsaturi raggiungeva il 29,2% degli acidi grassi totali contro circa il 6% nei maschi.

Il dato più netto riguarda EPA e DHA, gli omega-3 a lunga catena di maggiore interesse nutrizionale. Lo studio calcola 382 milligrammi di EPA+DHA per 100 grammi di parte edibile nel campione femminile contro 28 milligrammi in quello maschile. Una differenza superiore a tredici volte.

Non significa che una cozza femmina sia automaticamente “migliore”. Significa qualcosa di più preciso: nei campioni analizzati, il sesso coincide con una differenza molto forte nella qualità della componente lipidica.

La riproduzione aiuta a spiegare la differenza

Il risultato ha una spiegazione biologica plausibile. Durante la gametogenesi le femmine accumulano nelle gonadi EPA, DHA e altri acidi grassi polinsaturi, utilizzati nella formazione degli ovociti e come riserve per lo sviluppo embrionale e larvale.

Differenze legate al sesso erano già state osservate in altri bivalvi, dalle capesante alle ostriche e alle vongole. Per Mytilus galloprovincialis, però, restano pochi i confronti condotti direttamente sul tessuto dell’animale destinato al consumo.

Non ci sono soltanto gli omega-3. Nel campione femminile sono risultati più elevati anche vitamina B12 (+77%), ferro (+56%), selenio (+24%) e iodio (+29%). Nei maschi erano invece maggiori zinco e sodio.

Per la mitilicoltura si apre una domanda produttiva

È qui che il lavoro esce dal laboratorio e diventa interessante per la filiera.

Se queste differenze si dimostrassero stabili, replicabili e indipendenti da stagione e area di allevamento, il sesso potrebbe diventare una variabile da considerare nella costruzione di prodotti con profili nutrizionali differenti.

Gli autori indicano due strade possibili. La prima è la separazione post-raccolta del prodotto sgusciato, da destinare eventualmente a linee nutrizionalmente caratterizzate. La seconda riguarda la riproduzione controllata e gli incubatoi.

Il genere Mytilus presenta infatti una caratteristica particolare: la madre può influenzare fortemente il rapporto tra maschi e femmine nella progenie. Se il vantaggio nutrizionale osservato nelle femmine venisse confermato, questa peculiarità potrebbe essere studiata per ottenere linee con una maggiore presenza femminile, senza manipolazione genetica.

Il tema si incrocia con un’evoluzione già in corso nella molluschicoltura: aumentare il controllo sul seme e sui caratteri di interesse produttivo. In Galizia, ad esempio, il progetto MytSeed sta sperimentando larve di mitilo selezionate in incubatoio, integrando genetica, biologia e condizioni ambientali per rendere la produzione più prevedibile.

Il dato è forte, ma resta un dato pilota

Il limite dello studio è decisivo per interpretarlo correttamente.

La ricerca ha confrontato un unico pool di 60 femmine e uno di 60 maschi, formati con mitili provenienti dal Golfo di Oristano e da Goro. L’assenza di repliche biologiche indipendenti impedisce di distinguere statisticamente con certezza l’effetto del sesso da eventuali effetti legati al lotto o alla provenienza.

Per questo gli stessi ricercatori chiedono studi replicati, condotti in stagioni diverse e integrati con valutazioni sulla sicurezza alimentare prima di qualsiasi applicazione.

Non siamo quindi davanti a una nuova categoria commerciale di cozze. Siamo davanti a un’indicazione scientifica che, se confermata, potrebbe aggiungere una variabile finora quasi invisibile alla mitilicoltura.

Per una filiera che costruisce valore attraverso territorio, metodo di allevamento, qualità e caratteristiche del prodotto, la prospettiva è interessante: capire se sia possibile valorizzare una cozza anche per ciò che contiene, e non soltanto per dove e come viene allevata.

È questo, più del confronto tra maschi e femmine, il vero punto aperto dalla ricerca.

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Qualità del seafood, l’origine conta ma non basta

Qualità del seafood, l’origine conta ma non basta

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L’origine di un prodotto ittico conta, ma non ne certifica da sola la qualità. Per buyer, importatori e distributori il giudizio deve comprendere materia prima, affidabilità del produttore, lavorazione, congelamento, catena del freddo, caratteristiche commerciali e costanza delle forniture. È su questi elementi che si misura il valore reale del prodotto.

Quando l’origine diventa una scorciatoia

Asia uguale prezzo. Africa uguale qualità. Europa uguale maggiore affidabilità.

Nel mercato ittico queste associazioni esistono e hanno spesso alle spalle anni di esperienza commerciale. Ma il problema comincia quando da indicazioni utili diventano giudizi automatici sul prodotto.

A offrirmi lo spunto per questa riflessione è stato un post LinkedIn di Aniello Amoruso, Sales and Purchasing Manager di Mediterranea Pesca, partito da un caso molto concreto: la seppia indonesiana.

Il ragionamento è semplice ma tutt’altro che banale. Due prodotti della stessa specie e della stessa origine possono avere caratteristiche molto diverse se cambiano la selezione della materia prima, il produttore, la lavorazione, le modalità di conservazione o il controllo della catena del freddo.

L’origine, dunque, continua ad avere un peso. Racconta un’area produttiva, una disponibilità di materia prima, determinate filiere e anche una reputazione costruita nel tempo. Ma non può sostituire la valutazione del singolo prodotto.

La Sepia pharaonis mette alla prova il giudizio

La Sepia pharaonis, conosciuta internazionalmente come Pharaoh cuttlefish, è una specie dell’Oceano Indiano e del Pacifico occidentale presente anche nell’Indonesia orientale e interessata da attività di pesca commerciale in diverse parti del suo areale.

Nel caso presentato da Amoruso, il prodotto indonesiano viene proposto nelle pezzature 200/300, 300/500 e 500/800, ottenuto da materia prima selezionata e lavorato secondo specifici standard produttivi. La confezione è IWP, Individually Poly-Wrapped, quindi con le singole unità avvolte separatamente. IWP descrive però una modalità di confezionamento e non rappresenta, da sola, un indicatore di qualità né una tecnica di congelamento.

Ed è proprio questo dettaglio a rendere interessante il caso: non c’è una singola caratteristica capace di promuovere automaticamente un prodotto nella fascia alta.

Secondo Amoruso, nel mercato della seppia sporca l’origine africana conserva un riferimento qualitativo forte. È una valutazione maturata nell’esperienza commerciale e non una gerarchia assoluta tra provenienze. Il punto del suo ragionamento è un altro: considerare a priori la seppia indonesiana una seconda scelta significa ignorare le differenze che possono esistere tra produttore e produttore e tra filiera e filiera.

Un’origine può costruire una reputazione. La qualità del singolo lotto, però, deve ancora dimostrarla.

Il buyer non compra solo un’origine

Per chi acquista seafood professionalmente, quindi, “da dove arriva?” è una domanda necessaria. Semplicemente, non è l’ultima.

Conta quale materia prima è stata utilizzata, come è stata selezionata e lavorata, come è stato gestito il congelamento, se la catena del freddo è stata mantenuta correttamente, quale uniformità presenta la pezzatura e come si comporta il prodotto dopo lo scongelamento.

Conta anche la resa effettiva. E conta la capacità del fornitore di rispettare nel tempo le caratteristiche concordate.

Il tema diventa ancora più rilevante in un mercato europeo nel quale il prodotto importato rappresenta una componente strutturale degli approvvigionamenti. I dati sull’autosufficienza ittica dell’Unione europea mostrano quanto le filiere internazionali siano ormai parte ordinaria del sistema seafood europeo.

Per questo ridurre la valutazione a “prodotto asiatico”, “africano” o “europeo” può essere comodo, ma dice troppo poco a chi deve decidere un acquisto.

Anche espressioni come “prima scelta” hanno senso commerciale solo quando trovano riscontro in caratteristiche verificabili. Il posizionamento non nasce dall’etichetta utilizzata per descrivere il prodotto, ma dalla capacità di rispettare una specifica e mantenerla nel tempo.

La prova vera arriva con il lotto successivo

È probabilmente qui che qualità e procurement finiscono per coincidere.

Un campione eccellente può convincere un buyer. Una filiera affidabile deve riuscire a ripeterlo.

Per un importatore, un grossista, un distributore o un operatore della ristorazione, infatti, non basta che la fornitura di oggi risponda alle aspettative. Serve sapere con quale probabilità quelle stesse caratteristiche saranno presenti anche nella successiva.

Significa continuità delle pezzature, lavorazione coerente, resa prevedibile, controllo del freddo e affidabilità del produttore. È questa ripetibilità a trasformare una buona partita in un prodotto sul quale costruire un rapporto commerciale.

Ed è qui che il caso della seppia indonesiana smette di riguardare soltanto l’Indonesia.

L’origine resta un’informazione preziosa e, in alcuni segmenti, continua inevitabilmente a influenzare reputazione e posizionamento. Ma non è una sentenza sulla qualità.

Nel procurement ittico il valore non si presume dal passaporto del prodotto. Si verifica nella filiera e, soprattutto, deve ritrovarsi lotto dopo lotto.

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