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Il mercato ittico europeo è molto più internazionale di quanto spesso si percepisca. Non per una scelta recente, ma per una combinazione di consumi, disponibilità delle specie e struttura dei costi che, nel tempo, ha reso le importazioni una componente essenziale dell’equilibrio complessivo. A chiarire questo scenario è uno studio pubblicato nel 2026 dal Parlamento Europeo, che analizza l’impatto delle importazioni sull’autosufficienza dell’Unione basandosi su dati storici consolidati e su casi concreti di mercato.

La prima informazione che emerge riguarda il livello di autosufficienza complessivo dell’UE, stimato al 38,1% nel 2023, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Si tratta di un dato reale, ma che non descrive da solo il funzionamento del sistema. Una parte rilevante della produzione europea, in particolare di piccoli pelagici, viene infatti destinata all’export, mentre molte delle specie più consumate provengono dall’estero. Considerando i flussi nel loro insieme, la produzione interna copre solo una quota limitata del fabbisogno effettivo, mentre le importazioni arrivano a sostenere oltre l’80% del consumo complessivo.

Questa dinamica diventa ancora più evidente se si osserva la composizione dei consumi. Cinque specie – merluzzo, tonno, salmone, gamberi e Alaska pollock – rappresentano da sole una parte molto significativa del consumo apparente europeo. Su questo paniere, nel 2023, il livello di autosufficienza dell’Unione scende intorno al 9%. Non è il risultato di una crisi improvvisa, ma l’effetto di abitudini di consumo consolidate e di una produzione interna che non coincide con le principali preferenze del mercato.

Lo studio sposta quindi l’attenzione dalla quantità alla competitività. Il tema non è soltanto quanto prodotto viene importato, ma perché riesce a entrare nel mercato europeo a determinate condizioni. Energia, costo del lavoro, disponibilità delle materie prime, scala produttiva e organizzazione industriale sono fattori che incidono in modo diretto, soprattutto per i prodotti trasformati e per l’acquacoltura.

Il caso delle sardine dal Marocco è indicativo. La competitività di questo prodotto è legata a costi strutturalmente più bassi lungo la filiera, dall’energia al lavoro. Allo stesso tempo, il documento evidenzia come la dipendenza da una materia prima esterna possa esporre l’industria europea a rischi legati alla disponibilità della risorsa, già emersi negli ultimi anni, con effetti diretti sulla stabilità delle forniture.

Un secondo caso riguarda spigola e orata dalla Turchia. Qui l’impatto delle importazioni non è legato solo al prezzo, ma a un modello produttivo orientato alla scala e alla continuità dell’offerta. Negli ultimi anni i volumi esportati verso l’UE sono cresciuti in modo significativo, esercitando una pressione costante su un mercato in cui parte della produzione europea punta su posizionamenti di qualità più elevata, spesso con margini ridotti. È una dinamica che incide sulle strategie industriali e sulla struttura delle filiere.

Il terzo esempio, quello delle cozze dal Cile, mette in luce il ruolo dell’efficienza industriale nei prodotti trasformati e congelati. In questi segmenti, automazione e dimensione produttiva consentono alle importazioni extra-UE di competere efficacemente con produzioni europee storiche, influenzando prezzi ed equilibri di mercato anche in presenza di un forte valore reputazionale dell’offerta interna.

Accanto ai dati di mercato, lo studio richiama l’evoluzione del quadro normativo. Dal gennaio 2026 è operativo lo strumento digitale CATCH per la gestione dei certificati di cattura sui prodotti della pesca importati. L’obiettivo è rafforzare tracciabilità e controlli, ma per le imprese significa anche nuove procedure e una maggiore attenzione alla gestione documentale dei flussi. Parallelamente, la revisione dei contingenti tariffari autonomi introduce criteri di sostenibilità legati alla pesca illegale e alle condizioni di lavoro, rendendo l’accesso al mercato sempre più connesso al rispetto di standard verificabili.

Nel complesso, il messaggio che emerge è chiaro. L’Europa continuerà a dipendere dalle importazioni di prodotti ittici perché questa è la struttura reale del suo consumo e della sua produzione. La sfida non è eliminare l’import, ma governarlo: conoscere l’origine dei prodotti, valutarne i costi, comprenderne i rischi e operare in un contesto normativo sempre più orientato alla tracciabilità. Per chi lavora nella filiera, questi dati rappresentano una base concreta per interpretare il mercato e orientare scelte industriali e commerciali più consapevoli.

L’articolo Quanto pesce importiamo davvero in Europa proviene da Pesceinrete.

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