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La pesca italiana non può continuare a essere governata attraverso ristori, crediti d’imposta e interventi emergenziali. Questi strumenti restano necessari, ma non possono sostituire una programmazione capace di restituire reddito, attrattività e futuro al settore. È il messaggio portato a Mazara del Vallo da Graziella Romito, direttrice generale della Direzione generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del Masaf, intervenuta al workshop “Sicilia snodo del Mediterraneo. La competitività della Pesca”, organizzato da Agripesca. Un intervento partito dalla distanza tra istituzioni e piccoli operatori e arrivato al cuore della sfida: costruire la pesca del dopo 2027 insieme a chi vive e lavora in mare.

Una scusa prima delle misure
Ha cominciato da una scusa.
Non da un fondo, da un provvedimento o da una promessa. Graziella Romito ha scelto di rispondere direttamente a un piccolo armatore che aveva denunciato la lontananza del Ministero, il silenzio degli uffici e la sensazione che l’attenzione delle istituzioni finisca troppo spesso per concentrarsi sui soggetti più grandi e organizzati.
La direttrice generale non ha aggirato la contestazione e non si è rifugiata nel linguaggio dell’amministrazione.
“Le istituzioni sbagliano, non siamo impeccabili. Se gli uffici per tutto questo tempo non le hanno risposto, a nome dell’ufficio mi scuso”.
Poche parole, sufficienti a cambiare il tono del confronto. Perché il problema sollevato dall’armatore non riguardava soltanto una richiesta rimasta inevasa. Riguardava la distanza che molti piccoli operatori avvertono tra il proprio lavoro quotidiano e i luoghi nei quali vengono costruite le politiche della pesca.
Al Ministero arrivano dati, relazioni e informazioni generali. La pesca reale, però, è fatta di imbarcazioni, famiglie, giornate ferme, costi che aumentano, mercati che cambiano e provvedimenti che non producono gli stessi effetti in ogni porto.
Romito ha spiegato che proprio per questo sta incontrando le marinerie e visitando i territori. Prima di predisporre nuovi interventi e fornire alla parte politica gli elementi sui quali decidere, occorre conoscere direttamente le condizioni di chi vive e lavora nel settore.
“Se non conosco le persone, non conosco le situazioni e posso sbagliare”, ha riconosciuto.
È una frase che contiene già un metodo. Anche una misura tecnicamente corretta può risultare incompleta o squilibrata quando viene costruita senza comprendere fino in fondo i fabbisogni dei destinatari.
La direttrice ha parlato di circa 12 mila operatori. Conoscerne individualmente ogni storia è impossibile. Ascoltare i territori, raccogliere le criticità e trasformarle in una sintesi utile alla programmazione è invece un dovere.
“La mia porta è sempre aperta”, ha assicurato, invitando armatori e pescatori a rappresentare problemi, ritardi e mancate risposte.
Non tutto potrà essere risolto immediatamente. I provvedimenti hanno tempi amministrativi e politici. Ma le esigenze raccolte nei territori, ha spiegato, dovranno entrare nelle valutazioni del Ministero e accompagnare la costruzione delle prossime misure.
Politiche nazionali, risposte diverse per ogni marineria
Essere il Ministero di tutta Italia, ha chiarito Romito, non significa applicare la stessa politica a tutte le flotte.
Significa costruire un quadro nazionale capace di riconoscere le differenze tra marinerie, sistemi produttivi, specie pescate, areali e dimensioni delle imprese. Le esigenze della pesca costiera non coincidono con quelle della pesca d’altura. I problemi di un piccolo armatore non sono gli stessi di un’impresa più strutturata. Le condizioni del Mediterraneo non possono essere affrontate con strumenti indistinti.
In questo quadro, il peso della pesca siciliana e le peculiarità delle sue marinerie richiedono risposte calibrate. Per questo il Ministero, ha assicurato Romito, continuerà a lavorare in stretto raccordo con le Regioni e con la Regione Siciliana.
La direttrice ha richiamato anche la necessità di tenere insieme conoscenza scientifica ed esperienza maturata in mare.
Quando si registra una moria, una riduzione delle catture o un cambiamento nella presenza di una specie, il dato scientifico resta indispensabile. Ma anche il parere di chi trascorre la propria vita a bordo deve entrare nella valutazione.
“Voglio sentire con le mie orecchie cosa dicono i pescatori”, ha affermato.
Scienza ed esperienza non devono essere poste in contrapposizione. Devono concorrere alla stessa decisione.
È questo il cambio di metodo indicato a Mazara: il Ministero non può conoscere la pesca soltanto attraverso i dossier. Deve entrare nei porti, ascoltare le imprese e comprendere perché una misura applicabile in un territorio possa risultare insufficiente o inadeguata in un altro.
La pesca non si salva amministrando la crisi
Il passaggio più politico dell’intervento è arrivato quando Romito ha chiesto di smettere di raccontare la pesca soltanto attraverso la crisi.
Non perché le difficoltà siano finite. Le imprese continuano a confrontarsi con il caro carburante, l’invecchiamento della flotta, la riduzione della redditività, i vincoli normativi e una concorrenza internazionale che non sempre si sviluppa a condizioni equivalenti.
Ma un settore non può costruire il proprio futuro se l’unico orizzonte resta l’emergenza.
Negli ultimi anni il Ministero ha messo in campo crediti d’imposta, sostegni e strumenti come l’arresto definitivo. Provvedimenti necessari nelle fasi più dure, che la stessa direttrice ha però definito “interventi tampone”.
Romito ha ricordato la finestra nazionale per il credito d’imposta sul carburante, con scadenza al 20 luglio, e ha annunciato l’attivazione di un ulteriore intervento attraverso bandi regionali. Secondo quanto riferito nel corso del workshop, saranno messi a disposizione 70 milioni di euro per l’intero territorio nazionale.
Risorse importanti, soprattutto nella fase attuale, ma che non possono diventare la sola politica possibile.
“Vorrei che non ci fosse la necessità di queste misure. Vorrei che ognuno di voi potesse guadagnare dal proprio lavoro e sostenere la propria famiglia”.
È questa la frase che riassume il senso dell’intervento.
La questione non è trovare ogni anno una nuova compensazione. È creare le condizioni affinché armatori e pescatori possano vivere della propria attività, programmare gli investimenti e guardare al futuro senza dipendere costantemente da un ristoro.
Il vero banco di prova sarà la programmazione successiva al 2027. Romito ha chiesto agli operatori di contribuire alla sua costruzione, evitando l’ennesima misura isolata e lavorando a un pacchetto organico che tenga insieme investimenti, formazione, diversificazione delle attività e ricambio generazionale.
Il primo nodo è quello dei giovani.
In molte imprese ci sono padri che non hanno figli disposti a proseguire l’attività. Non perché sia necessariamente scomparso il legame con il mare, ma perché la pesca viene percepita come un lavoro troppo incerto, faticoso e poco remunerativo.
Per invertire questa tendenza non basta un incentivo temporaneo. Servono formazione, sostegno agli investimenti, possibilità di diversificare e soprattutto una prospettiva economica credibile.
Bisogna costruire, ha spiegato Romito, condizioni capaci di far dire a un giovane: “Questo è davvero un settore interessante”.
Il paragone richiamato dalla direttrice è quello con il vino. Il comparto vitivinicolo riesce ad attrarre nuove generazioni e capitali perché, pur attraversando momenti difficili, comunica solidità, redditività e possibilità di crescita. La pesca deve recuperare la stessa credibilità economica.
Il secondo nodo è la flotta.
Molte imbarcazioni italiane hanno raggiunto o superato i cinquant’anni. Non è sostenibile chiedere maggiore sicurezza, minori consumi, innovazione e sostenibilità a imprese costrette a lavorare con mezzi così vecchi.
Il Ministero sta lavorando in sede europea per modificare le norme che oggi ostacolano il rinnovo. Giovani e flotta, secondo Romito, dovranno diventare due assi centrali della prossima programmazione, non capitoli affidati a interventi occasionali.
Resta poi il tema del lavoro. La pesca è un’attività usurante, esposta alle condizioni del mare e alle interruzioni forzate. Romito ha confermato l’impegno del Ministero per rendere concretamente applicabile la CISOA al comparto, portando a compimento un percorso normativo che non può rimanere sospeso.
Nel quadro dell’attenzione politica riservata alla pesca, la direttrice ha riconosciuto l’impegno del ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e del sottosegretario Patrizio La Pietra, affiancati dal lavoro della struttura tecnica del Masaf.
Lollobrigida e il peso dell’Italia nei Consigli europei
Entrando nel merito dell’azione europea, Romito si è soffermata in particolare sulla continuità con cui il ministro Francesco Lollobrigida partecipa ai Consigli Agricoltura e Pesca dell’Unione europea.
La direttrice, che ha ricordato i suoi 27 anni di esperienza nell’amministrazione agricola e i 17 trascorsi al Ministero, ha definito particolarmente forte la presenza politica italiana in questa legislatura.
Una continuità che, secondo Romito, ha consentito al Paese di guadagnare autorevolezza nei confronti della Commissione europea e degli altri Stati membri.
Non si tratta soltanto di essere presenti al tavolo. Il peso costruito nelle relazioni politiche diventa decisivo quando si arriva ai negoziati sulle possibilità di pesca, sulle regole per il rinnovo della flotta e sulle misure che incidono direttamente sulla tenuta economica delle imprese.
A dicembre, quando vengono definite molte delle condizioni operative per l’anno successivo, la capacità negoziale può determinare il futuro di intere marinerie.
“Quando andiamo a negoziare, è chiaro che l’Italia conta”, ha affermato Romito.
La presenza del ministro nei Consigli europei, sostenuta dal lavoro tecnico del Masaf, dovrà quindi tradursi nella difesa delle specificità italiane e nella costruzione di regole capaci di tenere insieme tutela delle risorse e sostenibilità economica delle imprese.
La stessa esigenza di maggiore equilibrio riguarda il Mediterraneo.
Romito ha richiamato il provvedimento adottato sulle importazioni dalla Tunisia, distinguendo tra le decisioni che possono essere assunte immediatamente a livello nazionale e quelle che richiedono un confronto europeo o internazionale.
Il punto è la reciprocità.
Le imprese italiane rispettano le regole definite nell’ambito della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo. Non sempre, ha osservato Romito, lo stesso avviene negli altri Paesi.
Per questo il lavoro multilaterale dovrà essere accompagnato da un dialogo più forte con la Tunisia e con gli altri Stati della sponda nordafricana.
Regole comuni possono produrre vantaggi per tutti soltanto quando vengono rispettate da tutti. In caso contrario, il costo della sostenibilità finisce per ricadere sulle imprese più corrette.
A Mazara Romito non ha promesso scorciatoie. Ha indicato un metodo e alcune priorità: conoscere prima di decidere, riconoscere le differenze tra le marinerie, investire su giovani e flotta, rendere effettive le tutele del lavoro e rafforzare la capacità negoziale dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo.
Le scuse rivolte a un piccolo armatore hanno aperto il confronto. Adesso saranno i provvedimenti a dire se quella distanza tra istituzioni e mare potrà essere davvero ridotta.
Perché la pesca non chiede di essere accompagnata da un ristoro all’altro. Chiede di poter tornare a vivere del proprio lavoro.

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