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C’è un passaggio che rischia di passare in sordina, ma che potrebbe avere un peso concreto nel futuro della pesca al pesce spada nel Mediterraneo. Il Ministero dell’agricoltura ha dato il via a una sperimentazione nazionale sull’uso della trapline, un attrezzo ancora poco diffuso ma già al centro dell’attenzione scientifica internazionale.

Non è un semplice aggiornamento normativo. È, piuttosto, l’ingresso ufficiale in Italia di un sistema di pesca che verrà osservato, misurato e messo alla prova fino al 2028, con un obiettivo chiaro: capire se può rappresentare un’alternativa credibile – o almeno complementare – agli strumenti oggi utilizzati.
La trapline, nella sua configurazione più comune, si presenta come una struttura composta da anelli concentrici su cui vengono applicati ami, esche e, in alcuni casi, dispositivi luminosi. Non sostituisce il palangaro, ma si integra ad esso, entrando in gioco proprio nella fase più delicata dell’attività: quella in cui si decide cosa verrà effettivamente catturato.
Ed è qui che si gioca la partita più interessante.
Da anni il settore si confronta con un equilibrio difficile: mantenere la redditività delle imprese senza aumentare la pressione sugli stock e, allo stesso tempo, ridurre le catture accessorie. La trapline viene studiata proprio per questo. Non tanto per aumentare la quantità, ma per migliorare la qualità della cattura, selezionando meglio le specie e, soprattutto, le taglie.
Il decreto ministeriale non apre a un utilizzo libero dell’attrezzo. Al contrario, impone un percorso rigoroso. Solo alcune unità autorizzate potranno partecipare alla sperimentazione e lo faranno all’interno di un quadro fortemente controllato, con obblighi precisi di raccolta dati e monitoraggio continuo.
Ogni uscita in mare diventa, di fatto, parte di una ricerca. Posizione, profondità, configurazione dell’attrezzo, numero di ami, composizione delle catture: tutto dovrà essere registrato. E non solo. Verranno monitorate anche le interazioni con specie protette, un tema sempre più centrale nelle politiche europee e internazionali.
A rafforzare questo impianto ci sarà un Comitato tecnico-scientifico incaricato di analizzare i dati e confrontare i risultati con quelli ottenuti attraverso il palangaro tradizionale. Non un dettaglio burocratico, ma il cuore dell’intero processo: è da qui che passerà la valutazione reale dell’efficacia della trapline.
Per gli operatori del settore, questo non è un passaggio neutro.
Chi entrerà nella sperimentazione dovrà accettare vincoli stringenti, ma avrà anche un ruolo diretto in un processo che potrebbe orientare le scelte future. Perché se i dati dovessero dimostrare una maggiore selettività e una riduzione delle catture accessorie, la trapline potrebbe uscire dalla dimensione sperimentale e diventare parte integrante delle strategie di gestione della pesca al pesce spada.
E a quel punto cambierebbero gli equilibri.
È ancora presto per trarre conclusioni, ma una cosa è chiara: non siamo davanti a un semplice test tecnico. È un passaggio che riguarda il modo in cui la pesca mediterranea prova a rispondere alle pressioni ambientali, scientifiche e normative degli ultimi anni.
La differenza, come sempre, la faranno i dati. E il modo in cui il settore saprà leggerli.

La trapline è un attrezzo sperimentale per la pesca del pesce spada attualmente testato in Italia fino al 2028 per valutarne selettività e impatto ambientale.
La sperimentazione sulla trapline rientra nelle attività coordinate a livello internazionale per migliorare la gestione della pesca del pesce spada nel Mediterraneo, con particolare attenzione alla riduzione delle catture accessorie e alla sostenibilità delle attività.
L’articolo Trapline, la nuova sfida nella pesca al pesce spada proviene da Pesceinrete.
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