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ASC launches global consultation on aquaculture in protected areas

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Growing seafood production without compromising fragile ecosystems. This is the challenge that the Aquaculture Stewardship Council (ASC) has decided to address by opening an international public consultation on the relationship between aquaculture and protected areas.

The initiative touches directly on the future of the sector, bringing together three interconnected dimensions: food production, biodiversity conservation and the credibility of environmental certification standards.

The consultation, open until 9 April, comes at a time when two global trajectories are increasingly intersecting. On one side, aquaculture continues to strengthen its role as a strategic source of food supply. On the other, the expansion of protected areas — including marine and coastal zones — is increasing scrutiny on productive activities operating within or near these ecosystems.

Between these two trends lies a question the sector can no longer avoid: under what conditions can aquaculture truly be considered compatible with strict conservation objectives?

ASC is attempting to answer this question through an open dialogue with stakeholders directly involved in the issue. Producers, NGOs, academics, civil society organisations, brands, retailers, suppliers, industry representatives and certification bodies are all invited to contribute to a process aimed at reducing ambiguities and inconsistent interpretations.

The ambition goes beyond simply updating a set of technical criteria. The objective is to build a clearer and more coherent framework in a field where ecological balances are delicate and reputational consequences increasingly significant.

According to Dan Auwkit, ASC Environmental Standards Coordinator, the simultaneous expansion of aquaculture and protected areas now requires a more structured reflection. For the organisation, there is a clear opportunity to better align food production with conservation goals by understanding how aquaculture can be responsibly developed within or near protected ecosystems while supporting biodiversity and safeguarding the future of the sector.

The work announced by ASC will examine existing standards and interpretative guidelines currently in use, comparing them with the categories of protected areas defined by the International Union for Conservation of Nature (IUCN) and with national legislation applicable in different jurisdictions.

The central task will be identifying the grey areas: unclear requirements, possible inconsistencies and passages that currently leave room for non-uniform interpretations by auditors, companies and stakeholders.

The initiative has a medium-term horizon and is expected to conclude in 2028. Planned outcomes include a revision of requirements within a future version of the ASC Farm Standard, an update of the ASC Interpretation Manual, and the development of a joint ASC-IUCN technical guidance document.

This is therefore not a marginal adjustment but a process that could significantly influence how the relationship between aquaculture operations and protected ecosystems will be assessed in the coming years.

A key stage will be the testing of the new framework in selected geographical areas. This is where theoretical principles will need to prove capable of functioning in real-world conditions.

Establishing general principles is necessary, but not sufficient. The criteria developed must work across different regulatory contexts, within highly diverse ecosystems and across supply chains characterised by very different production models.

According to ASC, the final outcome should provide evidence-based guidance for assessing the compatibility of aquaculture activities with conservation objectives, improve audit consistency and strengthen the credibility of certification schemes in the eyes of governments, environmental organisations and the market.

In practical terms, the aim is to reduce ambiguity and increase certainty in one of the most sensitive areas of the sustainability debate.

The value of this consultation lies precisely in this effort. Not in declaring an automatic compatibility between aquaculture and protected areas, but in attempting to establish clearer, more verifiable and more transparent rules.

For the seafood sector, this is a development worth close attention. The future of aquaculture will not depend solely on the capacity to produce more seafood, but also on the ability to demonstrate — with credible tools — where and how production can expand without eroding the natural capital on which the entire system ultimately depends.

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Restyling per l’etichetta ASC: più chiarezza per i consumatori

Restyling per l’etichetta ASC: più chiarezza per i consumatori

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Aquaculture Stewardship Council (ASC) ha annunciato il lancio di una nuova etichetta destinata ai prodotti di acquacoltura certificati. L’obiettivo è rendere più chiaro e immediato, per i consumatori, il significato della certificazione e il valore degli standard ambientali e sociali che essa rappresenta lungo la filiera.

Il nuovo design arriva al termine di un percorso di sviluppo durato diversi anni e sostenuto da ricerche di mercato condotte in cinque mercati internazionali, selezionati anche in base ai differenti livelli di sensibilità verso i temi della sostenibilità. I test quantitativi sui consumatori hanno preso in esame diversi aspetti della comunicazione visiva, tra cui la riconoscibilità del marchio, la comprensione del messaggio e il possibile impatto sulle scelte di acquisto.

Un logo blu e nero. Il contenuto generato dall'IA potrebbe essere errato.

Secondo quanto reso noto da ASC, la nuova etichetta ha mostrato risultati in linea con quelli della versione precedente e, in alcuni casi, superiori. In particolare, il design semplificato è stato associato a una maggiore chiarezza visiva e a una più rapida identificazione del marchio sul packaging.

Le analisi hanno inoltre evidenziato una migliore memorizzazione del brand da parte dei consumatori. Anche l’intenzione di acquisto, uno degli indicatori considerati durante i test, è risultata stabile o, in alcuni mercati, più elevata rispetto alla versione precedente dell’etichetta.

Per ASC il restyling rappresenta un passaggio strategico nel modo di comunicare il proprio programma di certificazione. Willem de Bruijn, Chief Commercial Officer dell’organizzazione, ha spiegato che la nuova etichetta non è stata pensata come un semplice aggiornamento grafico, ma come uno strumento per rendere ancora più immediata la comprensione del valore del marchio da parte del consumatore.

La revisione dell’etichetta si inserisce inoltre in un contesto normativo europeo in evoluzione. ASC ha infatti deciso di anticiparne il lancio per coordinarlo con i prossimi cambiamenti previsti in materia di dichiarazioni ambientali e di etichette di sostenibilità.

A settembre 2026 entrerà in vigore la direttiva europea “Empowering Consumers for the Green Transition”, che introduce regole più stringenti per contrastare le comunicazioni ambientali fuorvianti o prive di adeguato supporto. In questo scenario, il nuovo assetto consente ai partner della filiera di aggiornare packaging e messaggi rivolti al consumatore in una fase unica di transizione, evitando interventi ravvicinati.

L’implementazione inizierà da subito con i soggetti che commercializzano prodotti con etichetta ASC all’interno dell’Unione europea. In una fase successiva, l’adozione riguarderà anche i partner che operano in mercati extra UE.

ASC prevede che il passaggio alla nuova etichetta sarà completato entro la fine del 2027 a livello globale, salvo la presenza di eventuali scorte residue ancora in circolazione.

Oltre al restyling grafico, il progetto introduce anche alcuni aggiornamenti funzionali pensati per rispondere alle esigenze del packaging. Tra questi figurano una maggiore scalabilità per le applicazioni di piccole dimensioni, un’impostazione visiva più essenziale e una maggiore flessibilità cromatica, così da adattarsi meglio alle diverse identità di marca.

Il marchio ASC identifica prodotti provenienti da allevamenti e mangimifici certificati secondo standard ambientali e sociali basati su criteri scientifici. La certificazione prevede verifiche indipendenti e punta a promuovere una maggiore trasparenza e un miglioramento continuo delle pratiche di acquacoltura lungo tutta la filiera.

Organizzazione indipendente senza scopo di lucro, ASC definisce standard globali per l’allevamento responsabile di prodotti ittici e collabora con produttori, trasformatori e distributori per sostenere la diffusione di prodotti certificati e rafforzare la fiducia del mercato.

La nuova etichetta rappresenta dunque non soltanto un aggiornamento visivo, ma anche un passaggio che riflette l’esigenza di rendere più leggibile, per il consumatore finale, il ruolo delle certificazioni nella transizione verso modelli produttivi più responsabili.

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Lo scampo europeo non può più vivere di solo prestigio

Lo scampo europeo non può più vivere di solo prestigio

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Lo scampo europeo non può più vivere di solo prestigio. Continua a occupare una posizione premium sul mercato, ma nel 2026 il suo valore non dipende più soltanto dalla nobiltà della specie o dal suo fascino in carta. Dipende, sempre di più, da quanto bene può essere gestito dal punto di vista industriale e commerciale. È questo il tema che molti operatori stanno mettendo a fuoco con chiarezza: nel seafood premium, la vera sfida non è più vendere un prodotto che appare eccezionale sulla carta, ma consegnarne uno con qualità riconoscibile, resa coerente e una finestra commerciale sufficientemente ampia da non trasformare ogni partita in un’incognita.

Il contesto di mercato si muove esattamente in questa direzione. Nel 2024 la spesa dei consumatori europei per i prodotti della pesca e dell’acquacoltura è aumentata, mentre i volumi complessivi sono diminuiti. Allo stesso tempo, il consumo domestico di seafood fresco nei principali mercati UE ha continuato a calare, raggiungendo il livello più basso degli ultimi cinque anni. I prodotti ittici processati, al contrario, hanno continuato a crescere sia nel retail sia nel foodservice. Non si tratta di una tendenza marginale. Riflette uno spostamento strutturale della domanda verso prodotti che riducono l’incertezza, semplificano la gestione e rendono più controllabile il rapporto tra acquisto, utilizzo e marginalità.

Per comprendere bene questo passaggio, bisogna smettere di trattare lo scampo come una categoria protetta solo dal proprio status. In Italia il nome commerciale è scampo; altrove in Europa la stessa specie, Nephrops norvegicus, compare come langoustine, Norway lobster, cigala o Noorse kreeft. Cambia la terminologia, non cambia il nodo strutturale. Resta uno dei crostacei più interessanti del paniere ittico europeo, ma anche uno dei più esposti al deterioramento post-cattura. La letteratura tecnica su Nephrops e, più in generale, sui crostacei, segnala da tempo quanto rapidamente qualità percepita e shelf life possano deteriorarsi tra melanosi, decadimento sensoriale e crescita microbica. Per questo, nel segmento premium, lo scampo non premia più soltanto chi compra bene. Premia chi sa controllare tempi, temperature, calibrazione, lavorazione e destinazioni d’uso.

È anche per questo che i Paesi Bassi restano un osservatorio particolarmente utile. All’interno del commercio europeo del seafood, gli hub olandesi continuano a svolgere un ruolo centrale nel trasformare la materia prima in flussi di prodotto organizzati e a valore aggiunto. Guardare a Urk, dunque, non significa indulgere in una narrativa portuale di maniera. Significa osservare uno dei luoghi in cui il seafood europeo viene costantemente tradotto dalla deperibilità al commercio strutturato. E questo conta ancora di più in una categoria di specie in cui la qualità può erodersi rapidamente e in cui il valore di mercato dipende da molto più della sola origine.

È in questo quadro che va collocata Oromar. Basata a Urk, l’azienda ha costruito una parte importante della propria identità attorno alla lavorazione dello scampo. Il punto non è celebrarne genericamente la specializzazione, ma capire perché una specializzazione di questo tipo abbia oggi un senso economico così preciso. Oromar lavora lo scampo su larga scala dalla fine degli anni Novanta, si approvvigiona in buona parte dagli stessi pescherecci, gestisce l’intero processo internamente e affianca al fresco linee frozen e diverse soluzioni di confezionamento. Su una specie tanto delicata, questi elementi non sono dettagli decorativi. Sono esattamente i fattori che determinano se un’azienda sia o meno in grado di garantire continuità di prodotto e offrire al cliente professionale una proposta commercialmente leggibile.

L’aspetto più interessante, però, è un altro. Oromar non tratta lo scampo come se il suo unico sbocco possibile fosse il mercato premium del prodotto intero. La sua gamma comprende anche code, polpa e gusci, cioè una struttura commerciale che distribuisce il valore della materia prima su più uscite anziché legarlo a un unico canale. È qui che l’azienda diventa davvero rilevante come caso di studio. Non perché venda un crostaceo di fascia alta, ma perché lo colloca dentro una logica di portafoglio costruita su resa e funzionalità. In una fase in cui il consumo domestico di seafood fresco si indebolisce e la domanda premia formati più gestibili, questo conta più dell’aura simbolica del prodotto in sé.

Lo scampo resta dunque premium, ma non può più essere trattato come una categoria da gestire con una reverenza quasi museale. È diventato una materia prima che deve funzionare su più piani commerciali senza perdere identità. È qui che oggi passa la vera linea di confine del premium seafood. I buyer non hanno più bisogno che si ripeta loro che lo scampo è prestigioso. Lo sanno già. Hanno bisogno, piuttosto, di capire se quel prestigio riesce a restare intatto fino al punto vendita o fino al piatto, quanto costa preservarlo, quanta flessibilità offre e quanta parte del valore si disperde lungo il percorso.

Letto da questa prospettiva, il caso Oromar non è interessante perché olandese o perché inserito in un distretto forte. È interessante perché mette a fuoco una verità sempre più difficile da ignorare: nel mercato europeo dello scampo il valore non si difende più soltanto con il prestigio della specie, ma con la precisione della gestione. È su questo terreno che oggi lo status premium viene confermato o perduto. Ed è esattamente che si sta decidendo il futuro commerciale dello scampo.

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AIC Pesca al Masaf, confronto aperto sul futuro del comparto

AIC Pesca al Masaf, confronto aperto sul futuro del comparto

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Il tema della pesca Italiana torna al centro del confronto istituzionale in una fase che chiede rappresentanza vera, ascolto operativo e risposte capaci di incidere sulla vita quotidiana delle imprese. L’incontro che si è svolto questa mattina al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste tra una delegazione di AIC Pesca e la dottoressa Graziella Romito, direttore generale della Pesca e dell’Acquacoltura, segna un passaggio importante lungo un percorso che l’associazione ha avviato per dare più forza alla voce delle marinerie e delle comunità costiere.

A rappresentare AIC Pesca erano presenti il vicepresidente nazionale dell’Associazione Italiana Coltivatori, Donato Scaglione, che ha portato i saluti del Presidente dell’AIC Giuseppino Santoianni, e il presidente di AIC Pesca, Natale Amoroso.

Un confronto istituzionale che assume peso perché arriva dentro una stagione complessa per il settore, attraversata da tensioni economiche, pressione normativa, costi crescenti e da un equilibrio sempre più delicato tra sostenibilità ambientale, tenuta delle imprese e salvaguardia del lavoro.

È proprio dentro questo quadro che AIC Pesca ha portato al tavolo del Ministero il proprio punto di vista, condividendo con l’Amministrazione le criticità che oggi pesano sulla pesca italiana e le priorità che, dal mare alla filiera, meritano attenzione. Il senso dell’incontro sta qui: riportare nel perimetro del confronto istituzionale la realtà concreta di chi lavora ogni giorno nei porti, a bordo, nei mercati, nelle economie costiere che attorno alla pesca continuano a costruire reddito, occupazione e coesione sociale.

Il nodo resta sempre lo stesso, eppure continua a chiedere una risposta più forte: il comparto ha bisogno di strumenti capaci di accompagnarne l’evoluzione senza comprimerne la sostenibilità economica e sociale. Le marinerie chiedono di essere lette per quello che sono davvero, cioè presidio produttivo, presidio territoriale e parte viva dell’economia blu del Paese. In questa prospettiva, il rafforzamento della rappresentanza assume un valore che va oltre la dimensione associativa e tocca direttamente il futuro di intere comunità costiere.

AIC Pesca, da parte sua, ha ribadito la disponibilità a contribuire in modo costruttivo al lavoro delle istituzioni, portando proposte, esperienza diretta e una visione che tiene insieme competitività della filiera, tutela del lavoro dei pescatori e ruolo economico e sociale dei territori. Un’impostazione che punta a dare peso politico e operativo a un settore che continua a misurarsi con problemi strutturali e margini sempre più stretti.

L’incontro al Masaf assume quindi il valore di un segnale preciso. La rotta scelta da AIC Pesca passa dal dialogo istituzionale, dalla presenza nei luoghi decisivi e dalla volontà di trasformare le istanze degli operatori in temi centrali dell’agenda pubblica. Perché il futuro della pesca italiana si gioca anche qui: nella capacità di costruire un rapporto stabile tra amministrazione, rappresentanza e territori, con l’obiettivo di dare prospettiva a un comparto che continua a chiedere equilibrio, concretezza e visione.

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Aquaculture market access now depends on process credibility

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For many aquaculture producers, competitiveness is still associated above all with the ability to produce well: consistent quality, efficient farm management and costs kept under control. All of these elements remain essential. But those working with large-scale retail chains or major international importers know that the competitive landscape is now shaped by another factor as well, one that is less visible but increasingly decisive: the ability to demonstrate, credibly, how production is carried out.

In recent years, European retail has profoundly changed its approach to seafood sourcing. Buyers are no longer looking only for a product that complies with sanitary and organoleptic standards. More than that, they are looking for suppliers that can be relied upon over time, capable of guaranteeing continuity of supply, traceability and consistency in production processes. This means that commercial discussions are shifting more and more from the characteristics of the finished product to the characteristics of the production system behind it.

It is no longer unusual for negotiations to focus on aspects that, until a few years ago, remained largely internal to the company: environmental farm management, control procedures, batch traceability systems and the handling of non-conformities. In other words, the buyer wants to understand how solid and well-governed the production system behind that fish really is.

In this scenario, the concept of a verifiable product has gained growing relevance. International distribution increasingly tends to favour supply chains in which procedures are clear, controls are documented and recognised standards are used as reference points. This is not a mere formality. For many retail chains, especially in Northern European markets, being able to demonstrate that sourcing takes place through verifiable systems has become an integral part of their own credibility in the eyes of consumers.

It is within this context that some producers choose to adopt internationally recognised schemes in order to make their production model more legible to the market. Among them is the Aquaculture Stewardship Council standard, which in recent years has been adopted by various players across the supply chain as a reference point for environmental and social farm management, as well as for traceability along the chain of custody.

From the buyer’s perspective, the presence of a recognised standard does not replace the assessment of the company itself, which still depends on the quality of everyday work. It does, however, represent an element that helps reduce uncertainty. It allows the producer to be placed within a shared framework of rules and periodic controls, making supplier selection easier and commercial dialogue more straightforward.

This does not mean that access to markets depends exclusively on certifications. In many cases, commercial relationships still rely on reputation built over time, continuity of supply and the ability to respond precisely to the needs of distribution. Even so, it is increasingly evident that, in a market that is becoming more international and more competitive, tools that make the production process more transparent tend to become a concrete advantage.

For aquaculture producers, the issue therefore concerns not only how fish is produced, but also how their production system is perceived and assessed from the outside. The difference between a reliable supplier and an occasional one, in the eyes of a buyer, often lies in the ability to demonstrate that behind the product there is a method: defined procedures, regular controls and clear responsibilities.

In this respect, aquaculture holds a structural advantage over other seafood supply chains. The ability to manage the production cycle, monitor environmental parameters and plan output gives companies the opportunity to build systems that are more predictable and more easily documented. When this potential is translated into verifiable practices and shared transparently with the market, it becomes a real competitive factor.

For those producing farmed fish, then, access to markets no longer depends only on product quality. It depends increasingly on the credibility of the production system behind that product. And it is precisely on this ground, that of operational transparency, process verifiability and management continuity, that an important part of aquaculture’s competitiveness in international markets will be decided.

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