La nuova edizione di Blue News Italia, il TG settimanale di Pesceinrete, affronta le novità sul piano WestMed e sul riparto FEAMPA, i risultati di Conxemar, il confronto tra tonno e sgombro in scatola e la ricerca ASC sull’abbattimento dei gamberi, con il contributo video di Désirée Pesci.
Politiche della pesca, andamento dei mercati e ricerca scientifica sono al centro dell’edizione del 14 ottobre di Blue News Italia, il notiziario video settimanale di Pesceinrete dedicato alla filiera ittica.
WestMed e FEAMPA nelle politiche della pesca
La commissione Pesca del Parlamento europeo ha approvato il 12 ottobre una relazione sulla revisione del piano WestMed. Tra le richieste, un tetto del 20% alle riduzioni annuali delle giornate di pesca, la possibilità di riportare all’anno successivo fino al 10% dello sforzo autorizzato e non utilizzato e nuovi criteri per la pesca multispecifica. Sono proposte che richiedono ancora un percorso legislativo.
Il nuovo riparto regionale del FEAMPA
In Italia il MASAF ha aggiornato le assegnazioni del FEAMPA 2021–2027. Il totale del riparto regionale resta pari a 285,4 milioni di euro, ma cambiano le quote destinate alle singole amministrazioni. Il decreto prevede inoltre un assestamento di 6,46 milioni di euro finalizzato agli indennizzi per i maggiori costi produttivi delle imprese di pesca e acquacoltura.
Mercati e ricerca lungo la filiera ittica
A Vigo, Conxemar 2026 ha chiuso con 31.374 visitatori, 835 espositori e 47 Paesi rappresentati. Il nuovo primato di partecipazione riporta al centro anche la necessità di ampliare gli spazi della manifestazione internazionale dedicata ai prodotti ittici surgelati.
Conserve ittiche e nuove verifiche in acquacoltura
Nel mercato italiano delle conserve ittiche, il tonno in scatola ha rappresentato nel 2025 l’82,4% del valore complessivo del comparto. Lo sgombro mantiene una diffusione significativa nei consumi: un’indagine Nextplora del 2026 rileva che il 62% degli intervistati dichiara di consumarlo, a fronte del 95% per il tonno. Sono indicatori differenti, utili a leggere il rapporto tra peso delle vendite e abitudini alimentari.
La puntata dedica infine spazio all’efficacia dello stordimento e dell’abbattimento dei gamberi. Il Responsible Shrimp Slaughter Project di ASC punta a sviluppare indicatori verificabili nelle condizioni commerciali degli allevamenti. Su questi obiettivi interviene nel TG Désirée Pesci con un contributo video.
La quarta puntata di Blue News Italia è disponibile integralmente nel video di questa pagina e sul canale YouTube di Pesceinrete.
Maguro indica il tonno, ma può riferirsi a specie diverse. Hamachi e buri identificano generalmente la ricciola del Pacifico, mentre kanpachi indica la ricciola presente anche nel Mediterraneo. Conoscere i nomi utilizzati nel sushi aiuta a distinguere specie, provenienze e caratteristiche del pesce che mangiamo.
Ordiniamo un nigiri al tonno, scegliamo il salmone per un uramaki e magari ci lasciamo incuriosire da un hamachi o un tai. Riconosciamo le preparazioni, spesso sappiamo già quali preferiamo, ma quanto conosciamo il pesce che le compone?
Dietro una semplice fetta di tonno possono esserci specie differenti. Due nomi giapponesi possono identificare lo stesso pesce in fasi diverse della crescita, mentre ingredienti tradotti entrambi come ricciola possono appartenere a specie distinte.
Il menu di un ristorante giapponese diventa così una piccola guida alla biodiversità ittica. Basta imparare a leggerlo per scoprire differenze che riguardano anche la pesca, l’acquacoltura e il valore commerciale del prodotto.
Maguro, hamachi e tai, cosa indicano i nomi giapponesi
Partiamo da maguro, uno dei termini più conosciuti. Significa tonno, ma non identifica necessariamente una specie precisa.
Il tonno rosso (Thunnus thynnus), il tonno a pinne gialle (Thunnus albacares) e il tonno obeso (Thunnus obesus) appartengono allo stesso genere, ma presentano caratteristiche biologiche e commerciali differenti.
Cambiano il contenuto di grasso, le caratteristiche delle carni, le provenienze e, spesso, anche il prezzo.
Un’altra parola frequente nei menu è toro. In questo caso il riferimento è al taglio, non alla specie. Indica le parti più grasse del tonno, particolarmente apprezzate nella cucina giapponese.
Akami identifica la carne rossa più magra, mentre chutoro e otoro distinguono tagli con contenuto di grasso crescente. Una differenza che incide sulla consistenza e sull’esperienza gustativa.
Ancora più interessante è il caso di hamachi, buri e kanpachi.
Hamachi e buri sono denominazioni tradizionalmente associate alla stessa specie, Seriola quinqueradiata, commercializzata in Italia come ricciola del Pacifico. I nomi variano in relazione alla crescita del pesce e alle consuetudini regionali giapponesi.
Kanpachi, invece, identifica comunemente Seriola dumerili: la ricciola conosciuta anche nei nostri mari.
Attenzione, però, alla provenienza: Seriola dumerili vive anche al di fuori del Mediterraneo ed è oggetto di allevamento in diversi Paesi. La presenza del nome kanpachi sul menu non implica quindi un’origine italiana.
Il quarto esempio è tai, termine generalmente associato nella cucina giapponese al madai, il pagro maggiore (Pagrus major).
Appartiene alla famiglia degli sparidi, la stessa dell’orata mediterranea (Sparus aurata), ma è una specie differente. Inoltre, tai può comparire in denominazioni riferite ad altri pesci, mentre madai identifica più precisamente il pagro maggiore.
Sono distinzioni importanti perché il nome gastronomico e la denominazione commerciale ufficiale rispondono a esigenze diverse: il primo racconta una tradizione culinaria, la seconda permette di identificare il prodotto nel commercio ittico.
I nomi del sushi da conoscere
Nome giapponese
Cosa indica
Cosa sapere
Maguro
Tonno
Può riferirsi a diverse specie.
Akami, chutoro, otoro
Tagli del tonno
Cambiano posizione anatomica e contenuto di grasso.
Hamachi
Ricciola del Pacifico
Generalmente Seriola quinqueradiata.
Buri
Ricciola del Pacifico
Stessa specie di hamachi, con denominazione legata anche alla crescita.
Kanpachi
Ricciola
Generalmente Seriola dumerili, presente anche nel Mediterraneo.
Tai / Madai
Pagro maggiore
Madai identifica Pagrus major; tai ha un uso più ampio.
Sake / Salmon
Salmone
Nei menu europei è frequente il salmone atlantico (Salmo salar), spesso allevato.
Saba
Sgombro
Può indicare differenti specie del genere Scomber.
Unagi
Anguilla d’acqua dolce
Può comprendere diverse specie, generalmente servite cotte.
Anago
Grongo marino
Spesso Conger myriaster, denominato in Italia grongo indopacifico.
Ebi
Gambero
Termine che comprende diverse specie di crostacei.
Hotate
Cappasanta
Può indicare Mizuhopecten yessoensis, la cappasanta oceanica.
Ika
Calamaro
Comprende differenti specie di cefalopodi.
Tako
Polpo
Generalmente servito cotto.
Le corrispondenze riportano gli usi gastronomici più comuni. La specie effettivamente utilizzata dipende dalla preparazione e dalle forniture del ristorante.
Questa varietà racconta anche l’evoluzione del sushi contemporaneo.
Il salmone atlantico, per esempio, è ampiamente disponibile grazie all’acquacoltura, che assicura continuità nelle forniture e una produzione organizzata secondo esigenze commerciali precise.
Altri ingredienti seguono percorsi differenti. Lo sgombro può essere servito come shime saba, dopo salatura e marinatura con aceto. L’anguilla unagi viene generalmente grigliata, mentre l’anago può essere cotto e accompagnato da una salsa.
Anche gamberi, capesante, calamari e polpi contribuiscono alla varietà del sushi, portando nel piatto prodotti con caratteristiche e lavorazioni diverse.
C’è poi una distinzione fondamentale: il sushi prende il nome dal riso condito con aceto e può comprendere ingredienti crudi, cotti o vegetali. Il sashimi, invece, consiste generalmente in pesce o altri prodotti ittici crudi serviti senza riso.
Come scegliere il sushi conoscendo il prodotto
Conoscere il nome giapponese è un primo passo. Per identificare il pesce servono anche informazioni sulla specie e sulla provenienza.
Nell’Unione europea, per le categorie di prodotti della pesca e dell’acquacoltura disciplinate dal regolamento n. 1379/2013, sono previste indicazioni obbligatorie che comprendono, secondo i casi, denominazione commerciale e scientifica, metodo di produzione e origine.
Quando il pesce viene utilizzato come ingrediente di un piatto preparato al ristorante, gli obblighi informativi sono differenti.
Il ristoratore deve ricevere e conservare le informazioni previste per i prodotti acquistati. Nella somministrazione dei piatti, invece, devono essere rispettati gli obblighi applicabili, in particolare quelli relativi agli allergeni. La normativa non impone generalmente di riportare sul menu il nome scientifico di ogni ingrediente ittico.
Il consumatore può comunque chiedere informazioni al personale sulla specie utilizzata.
Nel caso del tonno, per esempio, è utile sapere se si tratta di tonno rosso, pinne gialle o un’altra specie. Per il salmone e la ricciola, conoscere il metodo di produzione e la provenienza aiuta a comprendere meglio la filiera.
Pesce crudo, trattamenti e informazioni sugli allergeni
Un’attenzione specifica riguarda il pesce destinato al consumo crudo.
Il regolamento CE n. 853/2004 prevede, nei casi stabiliti, un trattamento di congelamento finalizzato a eliminare i parassiti vitali potenzialmente pericolosi per la salute.
Per i parassiti diversi dai trematodi, le condizioni previste comprendono almeno -20 °C per 24 ore oppure -35 °C per 15 ore, temperature da raggiungere in tutte le parti del prodotto.
Esistono anche specifiche esenzioni, comprese quelle applicabili a determinate produzioni di acquacoltura quando sono soddisfatti e documentati i requisiti previsti dalla normativa.
La marinatura con aceto, come quella utilizzata per alcune preparazioni di sgombro, non garantisce di per sé l’eliminazione dei parassiti.
Il trattamento contro i parassiti, inoltre, rappresenta una misura specifica che deve affiancarsi alla corretta gestione igienica e al rispetto delle temperature di conservazione.
Per chi presenta allergie, è importante verificare anche gli ingredienti meno evidenti. Pesce, crostacei e molluschi costituiscono categorie distinte di allergeni, mentre salse e accompagnamenti possono contenere soia, sesamo e cereali con glutine.
L’identità del pesce è anche una questione di fiducia.
Il 72,8% degli intervistati si è dichiarato interessato a questo tipo di certificazione.
Il risultato deriva da un’indagine esplorativa condotta su un campione non rappresentativo della popolazione italiana. Evidenzia tuttavia l’interesse dei partecipanti per strumenti capaci di rendere verificabile l’identità del pesce.
Un’esigenza comprensibile soprattutto quando il prodotto arriva già porzionato: una fetta di filetto, privata della pelle e degli altri caratteri riconoscibili, può rendere difficile distinguere specie dall’aspetto simile.
Per questo la corretta identificazione lungo la filiera è importante anche per il consumatore finale.
Tornando al sushi, sapere che hamachi e buri identificano la stessa specie, che kanpachi è un’altra ricciola e che toro indica un taglio permette di leggere il menu con maggiore consapevolezza.
La prossima volta che ordiniamo un nigiri al tonno, possiamo fare una domanda molto semplice: quale tonno viene utilizzato?
La risposta aggiunge qualcosa all’esperienza gastronomica: ci permette di conoscere la specie, la sua origine e il percorso che l’ha portata nel nostro piatto.
La scelta tra refitting e nuova costruzione richiede una valutazione tecnica ed economica dello scafo, degli impianti e del profilo operativo. Consumi, sicurezza, tempi di fermo, vita utile residua e limiti autorizzativi permettono di confrontare investimenti diversi sulla base della loro effettiva utilità per l’impresa di pesca.
Un peschereccio continua a costare molto dopo il suo acquisto. Il bilancio si costruisce durante ogni bordata: carburante consumato, manutenzioni, affidabilità degli impianti, ore di lavoro dell’equipaggio, gestione del pescato e giornate di attività perse per un fermo tecnico. Sono questi elementi, oltre al prezzo iniziale, a determinare quanto una nave sia adatta all’impresa che la utilizza.
Quando arriva il momento di investire, per l’armatore si apre una scelta industriale: prolungare la vita di un’unità esistente con un refitting oppure valutare una nuova costruzione. La risposta dipende dalle condizioni della nave, dal lavoro che dovrà svolgere e dai costi che genererà negli anni successivi.
Il conto si decide prima dell’ingresso in cantiere
La prima valutazione riguarda la nave così come lavora oggi. Un peschereccio destinato a bordate di più giorni, con impianti frigoriferi impegnati in modo continuativo e attrezzature di coperta sottoposte a carichi elevati, presenta esigenze diverse da quelle di un’unità costiera che rientra quotidianamente in porto. Cambiano l’autonomia richiesta, l’organizzazione degli spazi e il peso delle singole voci di costo.
Servono dati verificabili: consumi nelle diverse fasi della bordata, frequenza dei guasti, spese di manutenzione, durata dei fermi, rendimento degli impianti e condizioni strutturali. Il prezzo di un intervento va confrontato con la capacità della nave di restare operativa nel periodo successivo.
La valutazione tecnica deve quindi estendersi a scafo, stabilità, propulsione, impianti elettrici e frigoriferi, macchinari di coperta, sicurezza e accessibilità per le manutenzioni. Il quadro autorizzativo e i limiti di capacità della pesca, espressi anche in stazza e potenza, fanno parte della verifica fin dall’inizio.
Il refitting valorizza una struttura ancora adeguata
Quando lo scafo conserva buone condizioni strutturali e gli spazi consentono di installare o aggiornare gli apparati necessari, il refitting può prolungare la vita utile del peschereccio e migliorarne la funzionalità. Un intervento ben progettato può riguardare la propulsione, gli impianti ausiliari, la refrigerazione, l’elettronica, le macchine di coperta oppure la disposizione delle aree di lavoro.
L’efficienza energetica, però, va considerata sull’intero sistema. La FAO, nei suoi manuali tecnici sul risparmio di carburante delle unità da pesca, richiama il ruolo dell’abbinamento fra motore, riduttore ed elica, della forma e manutenzione della carena e delle velocità operative. La sostituzione di un singolo componente produce risultati differenti a seconda delle caratteristiche e dell’impiego della nave.
Il refitting richiede anche una stima attendibile dei lavori che potrebbero emergere durante l’apertura degli apparati o le ispezioni strutturali. Per confrontarlo con una nuova costruzione occorre includere tempi di cantiere, eventuali adeguamenti delle certificazioni e anni di esercizio realisticamente recuperabili.
La nuova costruzione parte dalla missione di pesca
Una nuova unità permette di progettare fin dall’origine la relazione fra scafo, apparato propulsivo, autonomia, macchine di coperta, spazi per l’equipaggio e gestione del pescato. È un vantaggio soprattutto quando l’unità esistente presenta limiti strutturali o distributivi che rendono complessi interventi successivi.
Il progetto comincia dall’attività autorizzata che la nave dovrà svolgere: aree di pesca, specie bersaglio, attrezzi impiegati, durata delle bordate, equipaggio e modalità di conservazione del prodotto. Da questi parametri derivano scelte tecniche che incidono su consumi, condizioni di lavoro, affidabilità e organizzazione delle operazioni.
Il costo iniziale più elevato di una nuova costruzione va quindi misurato insieme alla sua vita utile prevista, alle spese operative, ai tempi di manutenzione e alla disponibilità di capitale. Il confronto corretto riguarda il costo complessivo della nave per il lavoro che può effettivamente svolgere, entro le possibilità di pesca e i vincoli previsti dalla normativa.
Il rinnovo della flotta entra in una fase decisiva
Lo scenario europeo rende questo confronto ancora più attuale. Uno studio pubblicato nell’aprile 2026 dall’agenzia europea CINEA richiama l’invecchiamento della flotta e degli equipaggi, insieme ai costi operativi e alla necessità di modernizzare le unità. Il problema coinvolge dunque sia le imprese armatrici sia l’industria che progetta, costruisce, ripara ed equipaggia le navi.
Il 29 settembre il Consiglio dell’Unione europea ha adottato una posizione negoziale sul sostegno alla pesca per il periodo 2028–2034 che contempla investimenti su unità esistenti e nuove, introducendo salvaguardie per impedire che gli aiuti determinino aumenti non compensati della capacità di pesca. La disciplina è ancora oggetto di negoziato con il Parlamento europeo: le condizioni definitive e le risorse disponibili dipenderanno dagli accordi successivi.
Parallelamente, la strategia industriale marittima presentata dalla Commissione nel marzo 2026 individua nella costruzione, nell’allestimento e nella riparazione navale attività strategiche, con attenzione a tecnologie, competenze e capacità produttiva dei cantieri. Per la pesca, questa prospettiva mette in relazione il futuro delle flotte con quello delle imprese che realizzano le unità e ne curano l’evoluzione tecnica.
La sfida industriale, oggi, è trasformare un’esigenza di ammodernamento in progetti sostenibili anche sul piano economico. Per riuscirci, armatore, progettista e cantiere devono confrontare in anticipo stato della nave, investimento necessario, benefici operativi attesi e limiti autorizzativi. Lo stesso criterio vale per la tecnologia di bordo, sempre più integrata nella catena del valore del pescato.
La decisione più importante arriva prima dei lavori: scegliere quale nave servirà davvero all’impresa negli anni a venire.
La freschezza è il primo criterio citato spontaneamente nella scelta dei prodotti ittici, con il 31%, davanti al prezzo (27%). La sostenibilità interessa una quota crescente di consumatori, ma incide soprattutto quando accompagna caratteristiche già considerate importanti, come qualità, salute e sicurezza alimentare.
La sostenibilità interessa sempre di più i consumatori, ma quando arriva il momento di acquistare pesce e frutti di mare sono ancora le caratteristiche del prodotto a orientare la scelta. La freschezza viene prima del prezzo, mentre qualità, gusto e benefici per la salute continuano a influenzare le preferenze.
È quanto emerge dalla ricerca internazionale 2026 commissionata dall’Aquaculture Stewardship Council (ASC), che ha coinvolto 14.795 consumatori di prodotti ittici in 14 Paesi, tra febbraio e marzo.
L’indagine, realizzata da The Conversation Studio, fotografa abitudini e atteggiamenti dichiarati dagli intervistati. I risultati permettono di comprendere come si sta evolvendo la percezione del seafood, senza confondere le intenzioni di acquisto con i dati effettivi di vendita.
La freschezza supera il prezzo nelle scelte spontanee
Il 31% degli intervistati indica la freschezza come primo elemento considerato spontaneamente nell’acquisto di prodotti ittici. Il prezzo segue con il 27%, mentre la qualità raggiunge il 15%.
Il confronto con il 2024 mostra un cambiamento significativo: allora era il prezzo a guidare le risposte, con il 36%, e la freschezza si fermava al 16%.
Il prezzo mantiene comunque un ruolo importante. Quando agli intervistati viene proposto un elenco di criteri tra cui scegliere, torna infatti davanti alla freschezza. La diversa formulazione delle domande restituisce così un quadro più articolato delle priorità del consumatore.
Anche le motivazioni generali di consumo confermano il peso delle caratteristiche del prodotto: gusto e piacere di mangiare pesce sono citati dal 31%, seguiti dalla salute (27%) e dai benefici nutrizionali (19%).
Quanto ai consumi, la ricerca registra un saldo netto positivo di due punti percentuali tra coloro che dichiarano di aver aumentato o diminuito il consumo di prodotti ittici. È un’inversione rispetto alla precedente rilevazione ASC, ma non equivale a una crescita del 2% dei volumi mondiali consumati.
La sostenibilità interessa, ma raramente guida da sola l’acquisto
Quando si chiede spontaneamente quali aspetti contino nella scelta del prodotto ittico, soltanto il 3% cita la sostenibilità. La percentuale sale al 10% quando viene presentato un elenco di criteri e chi risponde deve scegliere quelli più rilevanti.
L’attenzione cambia sensibilmente quando si esaminano le preferenze generali. Il 78% degli intervistati si riconosce almeno moderatamente nell’affermazione secondo cui, a parità di caratteristiche, preferisce un prodotto meno dannoso per le persone e per l’ambiente. Il 69% manifesta analogo interesse per gli alimenti accompagnati da indicazioni di sostenibilità.
Entrambi gli indicatori sono aumentati di oltre dieci punti percentuali rispetto al 2024.
Il confronto mette in luce una distinzione importante: essere favorevoli alla sostenibilità non significa necessariamente considerarla prioritaria davanti allo scaffale.
Per produttori e distributori, il dato suggerisce di collegare gli impegni ambientali e sociali alle caratteristiche che il consumatore cerca già nel prodotto, attraverso informazioni precise e verificabili.
In Italia la sostenibilità entra nel confronto tra prodotti
La ricerca comprende anche un campione di 1.092 consumatori italiani.
In Italia, l’11% degli intervistati inserisce la sostenibilità tra i tre fattori più rilevanti nella scelta di pesce e frutti di mare, quando viene proposto un elenco di possibili criteri. Il risultato è vicino alla media internazionale del 10%, mentre la Svizzera raggiunge il 17% e il Giappone si ferma all’1%.
Il dato conferma che l’importanza attribuita alla sostenibilità cambia sensibilmente da un mercato all’altro. Per le aziende presenti su più mercati diventa quindi rilevante adattare il modo di presentare le informazioni alle priorità dei diversi consumatori.
Certificazioni e fiducia, cosa emerge dal confronto ASC
Un altro risultato riguarda l’affidabilità delle informazioni sulla sostenibilità dei prodotti ittici.
Le certificazioni indipendenti sono indicate come fonte più affidabile dal 21% dei consumatori, rispetto all’11% attribuito ai distributori e all’11% ai marchi commerciali.
Nel confronto tra i marchi di certificazione dell’acquacoltura inclusi nella ricerca, ASC raggiunge il 46% di riconoscibilità, davanti a BAP (24%) e GGN (19%). Anche la fiducia dichiarata risulta superiore per ASC, con il 66%, rispetto al 47% di BAP e al 46% di GGN.
Nei test comparativi sulle confezioni, effettuati su 9.195 partecipanti, i prodotti con etichetta ASC sono stati inoltre giudicati più affidabili e hanno ottenuto una maggiore propensione dichiarata all’acquisto rispetto alle alternative esaminate.
Questi risultati vanno letti considerando che l’indagine è stata commissionata da ASC e che il confronto riguarda esclusivamente i marchi testati. Non costituiscono una misura delle vendite effettive né dimostrano una superiorità generale di un sistema di certificazione rispetto agli altri.
Per la filiera, il punto più interessante riguarda il ruolo delle informazioni verificabili. Il tema si collega a quanto già approfondito da Pesceinrete nell’analisi sulla fiducia del consumatore e comprensibilità delle etichette ittiche: la riconoscibilità di un’informazione è importante quanto la capacità di comprenderne il significato.
Per buyer, trasformatori e distribuzione, la ricerca indica una direzione precisa: costruire proposte in cui freschezza, qualità, prezzo e sostenibilità siano presentati in modo coerente. La certificazione può contribuire a distinguere prodotti comparabili, mentre informazioni comprensibili aiutano il consumatore a riconoscere il valore della filiera.
Il crescente interesse dichiarato per la sostenibilità rappresenta quindi un’opportunità commerciale, la cui effettiva traduzione in acquisti dipenderà anche dalla capacità delle imprese di rendere quel valore riconoscibile nel prodotto.
La pesca artigianale rappresenta circa l’85% della flotta europea e dà lavoro a circa 100.000 persone, ma la sua presenza nelle aree marine è ancora documentata in modo incompleto. Il progetto EM4SSF, coordinato dal CNR, sperimenta in cinque Paesi un metodo comune per raccogliere e interpretare i dati GPS insieme ai pescatori.
Una flotta può rappresentare la maggioranza delle imbarcazioni e restare poco visibile nelle informazioni utilizzate per decidere come gestire il mare. Accade alla piccola pesca europea: in molte aree costiere i dati disponibili non consentono ancora di descrivere con sufficiente precisione dove operino le unità artigianali e quanto siano frequentate le diverse zone.
La lacuna conta quando si devono valutare misure di gestione, tutela degli ecosistemi e utilizzi concorrenti degli spazi marini. Il progetto EM4SSF, coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e cofinanziato dal Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (FEAMPA), punta a costruire una base di dati più solida e confrontabile.
Cinque flotte pilota per un metodo comune
EM4SSF coinvolge partner di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Danimarca, con cinque casi studio tra Mediterraneo, Atlantico e Mare del Nord. A ottobre 2026 i localizzatori GPS stanno raccogliendo dati sulle imbarcazioni coinvolte in tutte le aree pilota.
La raccolta è prevista per almeno sei mesi. Le informazioni saranno sottoposte a procedure comuni di controllo della qualità e analisi, con l’obiettivo di sviluppare protocolli replicabili anche al di fuori dei casi studio.
Registrare una posizione, però, non significa conoscere automaticamente l’attività di pesca. I tracciati devono essere interpretati: uno spostamento può riferirsi alla navigazione oppure a una fase operativa. Per distinguere le situazioni occorrono metodi adeguati e, quando disponibili, informazioni complementari.
Riservatezza e fiducia dei pescatori
Il progetto coinvolge direttamente pescatori, ricercatori, autorità, organizzazioni non governative e fornitori di tecnologia nella definizione degli strumenti. Il confronto riguarda anche un nodo concreto: le rotte e le aree di pesca possono rivelare informazioni commercialmente sensibili.
Durante un incontro presso l’Universitat Politècnica de Catalunya, le richieste degli stakeholder sulla riservatezza, sull’utilizzabilità e sulla fiducia nei dati sono state integrate nella progettazione delle analisi. Resta fondamentale chiarire chi possa accedere alle informazioni, con quale dettaglio e per quali finalità.
Per Anna Nora Tassetti, coordinatrice scientifica di EM4SSF presso il CNR-IRBIM, la sfida è rendere visibile la piccola pesca non soltanto sulle mappe, ma nelle decisioni che influenzano il futuro del mare.
Perché questi dati contano nella pianificazione del mare
La pianificazione dello spazio marittimo organizza la convivenza tra pesca, tutela ambientale e altre attività. Se una componente della flotta è rappresentata male, diventa più difficile valutarne la presenza effettiva nelle zone interessate dalle decisioni.
Mappe più attendibili possono documentare l’uso delle aree costiere e migliorare il confronto tra operatori e amministrazioni. La disponibilità dei dati, però, non garantisce da sola una maggiore tutela: sarà decisivo il modo in cui verranno interpretati e portati nei processi decisionali, mantenendo il coinvolgimento dei pescatori anche dopo la fase di raccolta.
EM4SSF ha ricevuto nel 2026 l’Atlantic-WestMED Project Award nella categoria dedicata alla pianificazione dello spazio marittimo. La Commissione europea descrive il progetto e i cinque casi studio nella scheda ufficiale CINEA.
Il tracciamento dal 2028 e le deroghe previste
Questa sperimentazione è distinta dagli obblighi stabiliti dal Regolamento (UE) 2023/2842, che dal 10 gennaio 2028 estenderà le disposizioni sul monitoraggio della posizione anche ai pescherecci di lunghezza fuori tutto inferiore a 12 metri. Per queste unità sono ammessi anche dispositivi portatili, diversi dai sistemi installati stabilmente a bordo delle navi maggiori, purché rispettino i requisiti previsti.
Fino al 31 dicembre 2029, gli Stati membri potranno esentare determinate unità sotto i 9 metri soltanto quando ricorrano tutte le condizioni stabilite dalla norma: attività esclusivamente in specifiche acque costiere o interne alle linee di base, eventuale utilizzo di soli attrezzi passivi entro sei miglia, uscite non superiori a 24 ore e assenza di particolari restrizioni nelle aree di pesca interessate. Non si tratta, quindi, di un’esenzione generalizzata per tutte le barche sotto i 9 metri.
EM4SSF può contribuire a capire come rendere i dati spaziali più affidabili e realmente utilizzabili. Per la piccola pesca il punto decisivo non sarà soltanto comparire su una mappa: sarà partecipare anche alla definizione delle regole con cui quella mappa viene letta e impiegata.