Golfo Aranci, incontro sulle opportunità di investimento

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Domani, nella splendida Golfo Aranci, daremo vita al convegno dal tema “Investire nel futuro blu”. Un momento importante per mettere insieme istituzioni, imprese e organizzazioni del settore e guardare al futuro, tutti insieme.

Sarà un dibattito sulle opportunità e le sfide del settore, che vede i nostri operatori nella costituzione di un sistema di collaborazione per Golfo Aranci e la Sardegna.

«Per noi questo è un importante appuntamento, un’ottima occasione di incontro con il comparto per sviluppare reti e connessioni anche fra le eccellenze locali – le parole del presidente di Agripesca, Mario Serpillo – aprendo nuove vie sul fronte di finanziamenti e bandi. E’ una eccellente opportunità per tutto il settoreanche perché il futuro dell’acquacoltura sarda passa inevitabilmente dalla sostenibilità e dall’innovazione tecnologica

Tanti gli argomenti sul tavolo: soprattutto, le opportunità di finanziamento disponibili per le attività di pesca, attraverso i bandi e il mercato. Grazie alla presenza di esperti sarà possibile discutere l’importanza di finanziamenti che supportano pratiche sostenibili, sia economicamente sia ecologicamente; si affronteranno temi legati all’innovazione e alle tecnologie verdi.

Ma sarà fondamentale per il comparto, affrontare tematiche legate alla promozione e alla formazione professionale.

A conclusione degli interventi tecnici, ci sarà un attesissimo show cooking, per celebrare anche in maniera tangibile l’eccellenza dei nostri mari e delle nostre marinerie, e dare un’idea di come potrebbe essere la messa in pratica delle attività di marketing e di utilizzo delle risorse primarie di cui, fortunatamente, disponiamo.

L’incontro rientra nel programma dell’ultima annualità del PNT.

Rassegna stampa:

I pirati del mare e la beffa per i pescatori onesti

I pirati del mare e la beffa per i pescatori onesti

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Il mare non è solo una distesa d’acqua infinita, ma un mondo vivo che dà lavoro e cibo a intere generazioni.

Chi fa il pescatore di mestiere lo sa benissimo: rispettare le regole e i tempi della natura non è solo un obbligo scritto su un pezzo di carta, ma è l’unico modo per essere sicuri di poter uscire in pesca anche domani.

Eppure, questo equilibrio viene rovinato ogni giorno dalla pesca illegale, quella fatta di nascosto e senza regole per intenderci la IUU (Illegal, Unreported Unregulated) in Italia la INN (Illegale, non dichiarata, non regolamentata).

Spesso pensiamo che sia solo un problema di leggi o di ecologia, ma la realtà è molto più semplice e amara: è una grandissima ingiustizia che colpisce direttamente i pescatori onesti, quelli che scelgono di lavorare seguendo la legge.

Quando un armatore con il suo equipaggio decide di fare il furbo pescando più del dovuto o andando dove è vietato, non sta solo rubando i pesci dal mare ma sta rubando il futuro a chi rispetta le regole. I pescatori onesti si trovano a vendere il pesce negli stessi mercati di chi pesca illegalmente, ma questi ultimi spendono molto meno perché non rispettano i diritti dei lavoratori, non pagano le tasse e se ne fregano della sostenibilità.

Questa concorrenza sleale fa crollare i prezzi. Alla fine della giornata, si crea un paradosso assurdo e doloroso: chi protegge il mare fa fatica a guadagnare, mentre i furbi si riempiono le tasche.

A rendere tutto ancora più rabbioso è il fatto che le multe cambiano tantissimo da un Paese all’altro. In un mondo dove il pesce viaggia dappertutto, le regole non sono uguali per tutti. In alcuni Stati le sanzioni sono durissime e ti fanno passare la voglia di barare; in altri, invece, le multe sono così basse che fanno quasi ridere. In questo modo, pagare una multa diventa un semplice “costo” come un altro, ad esempio come pagare il rimessaggio. Finché il guadagno che si ottiene pescando e vendendo il pesce illegale è molto più alto della multa che si rischia di prendere, per chi non ha scrupoli l’illegalità rimarrà sempre un affare conveniente.

È un freddo calcolo matematico: rischio poco e guadagno tantissimo.

Ma il danno non finisce nei mercati e nelle tasche dei lavoratori onesti; rovina anche il lavoro degli scienziati. Per capire quanti pesci ci sono in mare e come proteggerli, gli esperti hanno bisogno di dati veri. Oggi, purtroppo, chi pratica la pesca IUU omette, altera e non registra i dati corretti in modo del tutto intenzionale, nascondendo quanto pesce venga davvero catturato o rigettato fuoribordo proprio per coprire la propria attività fuorilegge. Quando i dati di cattura e di sbarco vengono deliberatamente falsificati, i calcoli degli scienziati per capire la salute del mare saltano completamente, poiché i modelli scientifici vengono privati di informazioni veritiere e inquinati da numeri falsi.

Per fermare questa catena di imbrogli, o quanto meno limitarli, si sono adottate delle soluzioni: tutti gli obblighi di sbarco devono diventare digitali. Bisogna usare sistemi elettronici blindati che registrano tutto subito e che nessuno può modificare di nascosto. Se a tutto ciò si affiancasse anche un controllo diretto in mare da parte delle Autorità certamente non guasterebbe. Agli scienziati arriverebbero dati veri su cui lavorare allo scopo di garantire così ai pescatori onesti un mare gestito con giustizia.

Dire di no alla pesca illegale non è solo una questione di moralità, ma l’unico modo per dare il giusto valore al lavoro pulito. Evitare che i nostri mari vengano infestati dai bracconieri è senza dubbio una priorità assoluta non solo per proteggere le risorse ma tutelare anche chi lavora con scrupolo e coscienza.

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Porti pescherecci: l’infrastruttura strategica della pesca italiana

Porti pescherecci: l’infrastruttura strategica della pesca italiana

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In questa primavera 2026 si è assistito ad una forte concentrazione dell’attenzione verso un settore vitale dell’economia italiana legata al mare: la portualità.
Difatti, sono stati numerosi gli eventi che hanno riguardato i porti italiani: in ordine cronologico, partendo dal mese di aprile, è stato avviato l’iter parlamentare dello schema di disegno di legge sulla “Riforma della portualità italiana”; su un canale televisivo nazionale è stata mandata in onda un’inchiesta dal titolo “L’aria dei porti”, sul tema dei possibili effetti inquinanti delle navi in sosta nei porti; è stato pubblicato il libro “Diario di bordo”, edito da Libera Associazioni, sulle proiezioni criminali nei porti italiani e oltre; infine, l’Italia nel mese di maggio ha partecipato all’Assemblea generale ESPO a Danzica, per un confronto sulle nuove politiche UE sulla portualità.

D’altronde, nel momento storico-economico che stiamo vivendo, tutta questa attenzione risulta ampiamente giustificata dalle potenzialità di questo settore e investe anche tanti altri aspetti legati alla portualità sopra non menzionati ed in particolare mi riferisco al potenziamento delle infrastrutture che si traduca in un miglioramento e sviluppo dei servizi.

Queste premesse mi tornano utili per affrontare una delle tante sfaccettature dell’economia legata alla fruizione del mare: i porti pescherecci.

Questo termine nell’immediato induce a pensare semplicemente ad un porto dove ormeggiano i pescherecci, tuttavia sarebbe troppo riduttiva questa interpretazione che invece necessita di approfondimenti abbastanza mirati per dare una giusta collocazione a questo tipo di infrastrutture costiere.

Apro una breve parentesi per analizzare il significato di “porto” e per rilevare quali siano i suoi contorni giuridici.
La definizione più generale di porto la troviamo innanzitutto nel Regolamento (UE) 2017/352 per il quale un «porto marittimo» è una zona di terra e di mare dotata di infrastrutture e attrezzature che le consentono, in via principale, di accogliere navi, effettuare operazioni di carico e scarico, di deposito merci, di presa in consegna e riconsegna di tali merci, di imbarco e sbarco di passeggeri, membri di equipaggio e altre persone e qualsiasi altra infrastruttura necessaria per gli operatori dei trasporti all’interno dell’area portuale.

Nella legislazione nazionale è da menzionare la legge Salvamare del 2022, più vicina al mondo della pesca marittima, che considera un «porto» un luogo o un’area geografica cui siano state apportate migliorie e aggiunte attrezzature progettate principalmente per consentire l’attracco di navi, compresa la zona di ancoraggio all’interno della giurisdizione del porto.

Vi sono poi altre norme che ne definiscono i suoi contorni giuridici come ad esempio il Codice della Navigazione Marittima che include i porti tra i beni del demanio marittimo e la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) per la quale, ai fini della delimitazione del Mare Territoriale, le opere portuali permanenti più esterne che formano parte integrante del sistema portuale, sono considerate come facenti parte della costa.

Dopo aver fatto questo necessario quadro quantomeno chiarificatore sull’argomento che si sta per trattare va aggiunto che non esiste una definizione ufficiale di porto peschereccio, ma esso va inquadrato nell’alveo della definizione data dal sopra richiamato Reg. UE n.2017/352 in funzione dei servizi a supporto dell’attività di pesca marittima.

Volendo immaginare un porto ideale al servizio di una flotta peschereccia, esso dovrebbe essere dotato di:

  • banchine adeguate alle esigenze operative delle imbarcazioni;
  • mercato ittico;
  • impianti collettivi per le aste e sale di vendita;
  • distributore di carburante agevolato;
  • magazzini per la conservazione del pescato;
  • officine per la manutenzione e la riparazione delle imbarcazioni;
  • magazzini per il deposito delle attrezzature da pesca;
  • servizio di erogazione di acqua potabile;
  • punti di allaccio alla rete elettrica;
  • sistemi per il deposito e la raccolta dei rifiuti;
  • impianti per la produzione o l’approvvigionamento di ghiaccio;
  • adeguati impianti di illuminazione.

A completare il quadro vi sarebbe inoltre la presenza, nelle immediate vicinanze, di un Ufficio Marittimo e di un Servizio Veterinario.

Quindi, ci si interroga se i nostri porti italiani possono considerarsi pienamente funzionali al servizio della pesca marittima.

Non essendo scopo di questo scritto fare un’analisi sull’ attuale situazione portuale peschereccia italiana, va comunque detto che esistono gli strumenti per effettuare quei miglioramenti ritenuti necessari.

Ma prima di addentrarmi su questo tema ritengo necessaria un’altra parentesi.
Secondo la Legge, n. 84/1994, “Riordino della legislazione in materia portuale”, i porti aventi funzione peschereccia sono considerati di rilevanza economica regionale.

Tali competenze funzionali da parte delle Regioni erano state definitivamente rafforzate con la riforma costituzionale del 2001.

La Regione Siciliana, ad esempio, con il Decreto Presidenziale n. 540/GAB del 25 luglio 2024, ha stilato un elenco aggiornato relativo alla classificazione dei porti di Categoria II, Classe III (di rilevanza economica regionale e interregionale e che comprendono appunto quelli pescherecci) ricadenti nel demanio marittimo della Regione Siciliana.

In determinati casi, come vedremo più avanti, sono le Amministrazioni Comunali ad essere direttamente chiamate in causa in materia portuale.

In base alle norme del Codice della Navigazione, inoltre, l’Autorità Marittima del luogo ove è ubicato il porto emana Ordinanze di Sicurezza e Regolamenti d’Esercizio che disciplinano l’assegnazione e l’uso degli spazi nei porti di propria competenza, suddividendo le banchine per tipologia di traffico (es. navi commerciali, passeggeri, pesca, diporto) e regolandone le modalità di approdo.

In virtù di tale mandato, individua altresì i “punti di sbarco” ovvero gli spazi lungo le banchine nei quali i pescherecci possono effettuare lo sbarco dei prodotti ittici soprattutto qualora un porto peschereccio venga classificato, in base alle norme internazionali, come “porto designato” cioè come struttura autorizzata e attrezzata per consentire lo sbarco o il trasbordo di specie ittiche regolamentate (come tonno rosso, pesce spada) in quanto devono essere garantite, oltre i controlli igienico-sanitari, un’accurata verifica sulle specie sbarcate e la loro tracciabilità.

Riprendendo il filo conduttore, dopo avere dunque accertato le varie competenze gestionali, si osserva che la UE, con i fondi strutturali comunitari per la pesca, sotto varie ragioni, ha cominciato ad includere i porti tra gli interventi ritenuti necessari per raggiungere i propri obiettivi in materia di Politica Comune della Pesca.

In particolare l’ultimo, il FEAMPA 2021/2027, esplicita, tra le finalità specifiche, il sostegno all’ammodernamento delle strutture portuali per rendere più sicure le attività di pesca nei luoghi di sbarco, contribuire a rendere le strutture portuali più adeguate alle esigenze del comparto pesca, migliorare la operatività degli addetti e ridurre l’impatto ambientale di tali strutture.

Tale sostegno viene orientato su due direttrici di intervento: una, in particolare, sulle infrastrutture nei porti pescherecci esistenti, nei luoghi di sbarco, nelle sale di vendita all’asta esistenti e nelle infrastrutture collettive per la vendita diretta del prodotto pescato, attrezzature che garantiscano la catena del freddo; la seconda, in particolare, per il miglioramento delle condizioni di operatività degli addetti nei porti, nei luoghi di sbarco, nelle sale di vendita all’asta esistenti, in termini di lavoro, salute e sicurezza.

Il principio su cui poggiano queste tipologie di intervento è quello improntato sulla convinzione che un miglioramento delle infrastrutture dei porti comporta un miglioramento della sicurezza dei pescatori e dell’attività di pesca, abbinandolo inoltre ad un miglioramento della sostenibilità.

Prima di vedere in dettaglio le azioni che concretamente possono rientrare nel sostegno comunitario, va precisato che a tale sostegno possono accedere le Amministrazioni pubbliche che nel caso dei porti pescherecci nazionali, salvo se già di competenza delle Autorità di Sistema Portuale, sono individuate nelle Amministrazioni Comunali.

Il FEAMPA, dunque, contiene una lunga lista di interventi:

  • riqualificazione fisica dei porti pescherecci, con rifacimento delle pavimentazioni, impianti di illuminazione, sottoservizi e impiantistica, purché funzionali e pertinenti al progetto proposto;
  • impianti di rifornimento alimentati da biocarburante;
  • impianti e servizi per l’approvvigionamento di ghiaccio;
  • sistemi per l’erogazione dell’acqua in area portuale;
  • realizzazione o potenziamento di impianti per la produzione di ghiaccio e per l’erogazione di acqua, destinati esclusivamente agli operatori del comparto pesca;
  • investimenti per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili, come fotovoltaico, solare termico, idraulico ed eolico.

Tali investimenti devono essere realizzati in coerenza con la normativa regionale di settore. In ogni caso, gli impianti e l’energia prodotta dovranno essere destinati esclusivamente a soddisfare il fabbisogno energetico dell’infrastruttura peschereccia, del luogo di sbarco e/o della sala per la vendita all’asta esistenti, e dovranno essere commisurati alle reali necessità dell’infrastruttura.

Rientrano inoltre tra gli interventi ammissibili:

  • ristrutturazione di banchine o approdi già esistenti;
  • opere murarie e impiantistiche strettamente inerenti al progetto;
  • costruzione, ammodernamento e ampliamento di banchine destinate esclusivamente agli operatori del comparto pesca;
  • realizzazione o recupero di scali di alaggio;
  • investimenti in macchinari e attrezzature connessi alla funzionalità dei porti di pesca, come travel lift e gru per alaggio, destinati esclusivamente alle imbarcazioni da pesca;
  • recupero o nuova realizzazione di piccoli ripari di pesca;
  • riqualificazione dei luoghi di sbarco esistenti;
  • realizzazione di impianti per lo stoccaggio e il recupero dei rifiuti marini;
  • acquisto di attrezzature e macchinari funzionali alla cantieristica per imbarcazioni da pesca;
  • riqualificazione delle sale per la vendita all’asta, anche attraverso sistemi informativi di gestione;
  • ammodernamento delle sale per la vendita all’asta, comprese celle frigo, abbattitori di temperatura, macchine per la produzione di ghiaccio e altri sistemi per una migliore conservazione del prodotto.

Mi è sembrato opportuno riportare integralmente le previsioni del FEAMPA perché con oculatezza ed in maniera mirata ritengo che ci sia una grande possibilità di mettere in atto quelle sinergie a tutti i livelli per migliorare concretamente la nostra rete portuale peschereccia.

Un’attenta analisi di quanto già attuato darebbe le giuste indicazioni per poter incidere maggiormente, specialmente dal punto di vista dei finanziamenti, nei futuri programmi comunitari per non perdere l’occasione di rendere più moderni ed efficienti i nostri porti pescherecci considerato che la filiera della pesca inizia dai luoghi in cui il pescato viene sbarcato, conservato, movimentato e avviato verso il mercato.

Concludendo, infrastrutture efficienti, sicure e moderne possono contribuire indubbiamente ad un salto di qualità per gli operatori della pesca e per i prodotti ittici.

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DOP e IGP, il decreto sui Consorzi riguarda anche l’ittico

DOP e IGP, il decreto sui Consorzi riguarda anche l’ittico

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Il nuovo decreto Masaf sui Consorzi di tutela delle DOP e IGP non riguarda soltanto il grande universo agricolo italiano. Dentro il sistema delle Indicazioni Geografiche rientrano anche prodotti della pesca, dell’acquacoltura, delle acque interne e della trasformazione ittica. Ed è proprio da questa prospettiva che il provvedimento merita una lettura attenta da parte della filiera del mare.

La notizia arriva da Origin Italia, che ha accolto con soddisfazione il decreto ministeriale adottato in attuazione del Regolamento UE 2024/1143. Il provvedimento aggiorna il quadro nazionale sui Consorzi di tutela e attribuisce loro funzioni più ampie rispetto al passato: non più soltanto promozione e vigilanza, ma gestione complessiva della denominazione, tutela della reputazione, sostenibilità, turismo, regolazione dell’offerta, contrasto agli usi impropri e presidio dei mercati, compresi quelli digitali.

Per l’ittico il tema è tutt’altro che marginale. Le produzioni certificate legate al mare e alle acque interne non hanno i numeri o la forza mediatica di formaggi, salumi, vini e oli, ma rappresentano un patrimonio identitario di grande valore. La Colatura di Alici di Cetara DOP, le Acciughe sotto sale del Mar Ligure IGP, la Cozza di Scardovari DOP, le Trote del Trentino IGP, il Salmerino del Trentino IGP e la Tinca Gobba Dorata del Pianalto di Poirino DOP raccontano filiere diverse, ma accomunate da un elemento decisivo: il legame certificato tra prodotto, territorio, saperi produttivi e reputazione.

È su questo punto che il decreto assume un significato più ampio. Le Indicazioni Geografiche non sono semplici marchi da apporre su un’etichetta. Nel caso dei prodotti ittici rappresentano un sistema di regole, controlli e responsabilità che tiene insieme origine, metodo produttivo, ambiente, tradizione e mercato. Rafforzare i Consorzi significa quindi rafforzare la capacità di difendere questo valore lungo tutta la filiera.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’uso delle denominazioni nei prodotti composti, elaborati o trasformati. Il decreto rafforza il ruolo dei Consorzi nella gestione delle autorizzazioni e nella tenuta degli elenchi dei soggetti utilizzatori. È un passaggio importante per evitare che un nome protetto venga utilizzato in modo generico, decorativo o improprio all’interno di conserve, salse, piatti pronti, preparazioni gastronomiche o referenze trasformate che richiamano una DOP o una IGP come ingrediente qualificante.

Per il settore ittico, dove la reputazione di un prodotto può essere facilmente evocata dal marketing, questo punto è centrale. Una denominazione protetta non può diventare un richiamo commerciale svuotato di contenuto. Deve corrispondere a regole precise, percentuali verificabili, autorizzazioni, controlli e responsabilità. Altrimenti il rischio è duplice: danneggiare i produttori che rispettano il disciplinare e generare confusione nel consumatore.

Il nuovo decreto rafforza anche il presidio sulla tutela giuridica e sulla reputazione delle denominazioni. È un tema che oggi passa sempre più dagli ambienti digitali. E-commerce, marketplace, menu online, comunicazione social e contenuti promozionali sono diventati luoghi nei quali i nomi protetti possono essere valorizzati correttamente oppure utilizzati in modo distorto. Per le produzioni ittiche certificate, spesso più piccole e meno strutturate rispetto ad altre grandi DOP e IGP italiane, poter contare su Consorzi dotati di strumenti più aggiornati significa avere una difesa più efficace del proprio nome e della propria identità.

Il capitolo della sostenibilità è altrettanto rilevante. Applicata all’ittico, la sostenibilità non può restare una formula generica. Significa qualità delle acque, equilibrio degli ecosistemi, gestione della risorsa, pratiche di allevamento, tracciabilità, controllo della filiera e responsabilità delle comunità produttive. Le Indicazioni Geografiche possono diventare uno strumento credibile solo se riescono a collegare la qualità del prodotto a un modello produttivo coerente con il territorio che rappresentano.

Il decreto apre inoltre alla valorizzazione turistica delle DOP e IGP. Anche qui, per il mondo ittico, lo spazio è significativo. La Colatura di Alici di Cetara non è soltanto un prodotto trasformato. Le acciughe lavorate secondo tradizione, le produzioni lagunari, l’acquacoltura di qualità e le specialità legate alle acque interne possono diventare parte di un racconto territoriale più ampio, capace di unire gastronomia, cultura produttiva, turismo esperienziale e identità locale.

Naturalmente, perché questo accada, non basta trasformare il prodotto in narrazione. Serve organizzazione. Serve una filiera capace di accogliere, spiegare, comunicare e tutelare. Serve una rete tra produttori, ristorazione, istituzioni, territori e operatori turistici. In questa prospettiva, il ruolo dei Consorzi può diventare decisivo non per sostituirsi alle imprese, ma per costruire una cornice condivisa e riconoscibile.

Un altro passaggio da osservare con attenzione è la possibilità di costituire un unico Consorzio per più Indicazioni Geografiche, anche appartenenti a filiere diverse. Per il comparto ittico, dove molte denominazioni hanno dimensioni limitate e non sempre dispongono di strutture robuste, questa previsione può rappresentare una leva utile. Aggregare competenze, strumenti e servizi può aiutare le produzioni più piccole a dotarsi di una rappresentanza efficace, senza perdere la propria autonomia identitaria.

La sfida, però, sarà evitare che l’aggregazione resti solo una soluzione amministrativa. Un Consorzio efficace deve conoscere profondamente il prodotto, presidiare il mercato, dialogare con gli organismi di controllo, sostenere la comunicazione, difendere la denominazione e accompagnare le imprese nelle trasformazioni commerciali. Nel caso dell’ittico, questa funzione è ancora più delicata perché il prodotto è spesso deperibile, stagionale, esposto a oscillazioni di disponibilità e condizionato da fattori ambientali, normativi e logistici.

Il decreto interviene anche sulla regolazione dell’offerta, prevedendo la possibilità di proporre misure temporanee per migliorare programmazione produttiva, equilibrio di mercato, valorizzazione del prodotto e trasparenza. È uno strumento che, se applicato con equilibrio, può avere ricadute interessanti anche sulle filiere ittiche certificate. Dove i volumi sono limitati e la reputazione del prodotto dipende dalla capacità di non banalizzarlo, una migliore programmazione può aiutare a proteggere il valore della denominazione e a evitare squilibri lungo la catena.

Origin Italia sottolinea il valore del provvedimento come passaggio decisivo nell’attuazione nazionale del nuovo regolamento europeo. Il presidente Cesare Baldrighi ha evidenziato la necessità di Consorzi forti, riconosciuti, rappresentativi e dotati di funzioni moderne per garantire la qualità agroalimentare italiana. Una lettura che vale anche per il mare, dove la qualità non può essere affidata soltanto alla reputazione storica dei prodotti, ma ha bisogno di strumenti organizzativi adeguati.

Per il comparto ittico italiano, la riflessione dovrebbe andare oltre la singola norma. Il sistema delle DOP e IGP legate alla pesca, all’acquacoltura e alla trasformazione è ancora contenuto, ma può rappresentare un laboratorio avanzato di valorizzazione. In un mercato in cui il consumatore chiede trasparenza, la distribuzione cerca prodotti riconoscibili e la ristorazione punta su ingredienti con una storia verificabile, le Indicazioni Geografiche possono contribuire a rafforzare il posizionamento del prodotto ittico italiano.

Il punto, però, è non considerarle come un elemento ornamentale. Una DOP o una IGP funzionano solo se dietro ci sono filiera, controlli, governance, comunicazione e capacità di generare valore reale per chi produce. Il nuovo decreto non risolve da solo le fragilità del sistema, ma rafforza gli strumenti a disposizione dei Consorzi e offre una cornice più moderna per affrontare mercati sempre più complessi.

Per il mare italiano e per le produzioni delle acque interne, la partita delle Indicazioni Geografiche è ancora in gran parte da giocare. Ma proprio per questo ogni intervento che rafforza la rappresentanza, tutela i nomi protetti, disciplina l’uso delle denominazioni e collega prodotto, territorio, sostenibilità e turismo merita attenzione. Non è soltanto una questione di marchi. È una questione di reputazione, organizzazione e futuro delle filiere.

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Federpesca: i pescatori alleati contro i rifiuti marini

Federpesca: i pescatori alleati contro i rifiuti marini

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I pescatori non possono essere raccontati solo come soggetti da regolare o limitare. In molti casi sono i primi osservatori dello stato del mare e una parte concreta della risposta al problema dei rifiuti marini. È questo il messaggio rilanciato da Federpesca nel corso della conferenza conclusiva del progetto LIFE DREAM, dedicata al marine litter e alle soluzioni operative per il recupero dei materiali dispersi in mare.

Il punto posto dall’associazione è chiaro: il recupero accidentale dei rifiuti durante l’attività di pesca non può trasformarsi in un ulteriore peso per le imprese. Deve essere riconosciuto come un contributo alla tutela ambientale, svolto da chi ogni giorno lavora in mare e conosce direttamente le criticità degli ecosistemi marini.

Federpesca ha richiamato la necessità di superare una rappresentazione troppo spesso parziale del settore. La pesca professionale viene descritta soprattutto in termini di impatto, mentre resta meno valorizzato il ruolo che le marinerie possono svolgere nella protezione dell’ambiente, soprattutto quando sono inserite in percorsi organizzati e sostenuti da regole chiare.

La raccolta dei rifiuti accidentalmente pescati è uno degli esempi più evidenti. Le imbarcazioni intercettano plastica, reti abbandonate, materiali dispersi e altri rifiuti in aree difficilmente monitorabili con la stessa continuità da altri soggetti. Perché questo contributo diventi strutturale, però, servono porti attrezzati, procedure semplici e responsabilità definite.

Da qui il richiamo alla Legge Salvamare, strumento fondamentale per trasformare il recupero dei rifiuti marini in una pratica ordinata e riconosciuta. Senza una piena applicazione, il rischio è che una norma importante resti incompleta proprio nella fase più delicata: quella operativa, nei porti e nelle marinerie.

Il messaggio dell’associazione riguarda anche il rapporto tra transizione ambientale e tenuta economica del comparto. Chiedere alla pesca di contribuire alla tutela del mare è giusto, ma questo contributo deve essere organizzato in modo realistico. Le imprese non possono essere lasciate sole di fronte a costi, obblighi o incertezze amministrative.

Quanto emerso nel corso dell’evento conferma quindi un principio essenziale: la tutela del mare non si costruisce senza i pescatori. Le marinerie possono essere presìdi ambientali importanti, soprattutto nelle comunità costiere e nelle isole minori, ma il loro ruolo va riconosciuto dentro una visione stabile e non episodica.

Federpesca chiede un cambio di prospettiva. Il pescatore che porta a terra rifiuti recuperati in mare non deve essere considerato un problema gestionale, ma un soggetto che contribuisce a un interesse pubblico. La difesa degli ecosistemi marini passa anche dal lavoro quotidiano di chi il mare lo vive, lo attraversa e contribuisce, concretamente, a mantenerlo più pulito.

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Granchio blu, senza filiera il contenimento resta fragile

Granchio blu, senza filiera il contenimento resta fragile

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Il granchio blu è ormai uscito dal perimetro dell’emergenza raccontata a caldo. Resta una specie invasiva, resta un problema ambientale, resta una minaccia concreta per la pesca artigianale, per gli ecosistemi costieri e per alcune produzioni sensibili. Ma proprio per questo non può più essere trattato soltanto come un fenomeno da contenere con interventi episodici. La vera domanda, adesso, è un’altra: l’Europa e l’Italia sono in grado di trasformare la cattura del granchio blu in una componente stabile di gestione, mercato e filiera?

Il nuovo Monthly Highlights di EUMOFA dedica al tema un case study che sposta correttamente il livello della discussione. Il granchio blu non viene presentato come una nuova risorsa da celebrare, né come una semplice curiosità commerciale. Viene analizzato per quello che è: una specie non nativa che altera la biodiversità, incide sulle attività della pesca, crea danni agli attrezzi e riduce quantità e qualità delle catture, ma che può anche generare valore se inserita in un sistema organizzato di raccolta, trasformazione, distribuzione e consumo.

È questo il passaggio decisivo. La pesca del granchio blu può contribuire al contenimento della specie, ma non può essere considerata da sola una soluzione. Per funzionare deve diventare parte di una strategia più ampia, fondata su monitoraggio scientifico, regole chiare, tracciabilità, capacità industriale e sbocchi commerciali credibili. Senza questi elementi, il rischio è che il granchio blu resti sospeso tra due narrazioni ugualmente deboli: da un lato l’allarme permanente, dall’altro l’illusione dell’“oro blu” pronto a risolvere tutto.

I numeri europei mostrano una crescita reale, ma ancora contenuta. Nel 2024 gli sbarchi di granchio blu nell’UE hanno raggiunto 543 tonnellate, per un valore di 2,1 milioni di euro. La Spagna è il principale Paese europeo per volumi sbarcati, con il 61% del totale, seguita dall’Italia con il 37%. Dal 2020 al 2024 gli sbarchi UE sono aumentati del 66%, una dinamica trainata soprattutto dall’Italia negli ultimi anni. Il dato italiano, in particolare, evidenzia bene la rapidità con cui il fenomeno è entrato nel sistema produttivo: 96 tonnellate nel 2022, 377 nel 2023, 202 nel 2024.

La flessione registrata nel 2024 rispetto al 2023 non cambia il punto centrale. Il granchio blu non è più una presenza marginale da osservare con stupore. È un elemento strutturale con cui una parte della pesca italiana ed europea deve fare i conti. E proprio perché non siamo davanti a una normale specie commerciale, la risposta non può essere improvvisata. Non basta catturarlo. Bisogna sapere dove portarlo, come conservarlo, come trasformarlo, a chi venderlo, con quali standard e con quale continuità.

Qui la questione diventa industriale.

Il Callinectes sapidus, il granchio blu atlantico oggi presente anche nel Mediterraneo e nel Mar Nero, ha caratteristiche biologiche che spiegano la difficoltà di gestione. Vive su fondali sabbiosi e fangosi, in ambienti marini e salmastri, ed è arrivato nelle acque europee attraverso introduzioni accidentali, in particolare con le acque di zavorra. È una specie a crescita rapida, con elevata capacità riproduttiva e forte adattabilità. Le femmine possono deporre tra 700 mila e 1,2 milioni di uova; lo sviluppo larvale avviene in condizioni favorevoli di salinità e temperatura; la maturità sessuale viene raggiunta in circa 12-18 mesi. Sono dati che aiutano a comprendere perché il contenimento non possa essere affidato a campagne occasionali o a fiammate mediatiche.

L’impatto è concreto. Il granchio blu si nutre di una varietà ampia di organismi, compresi molluschi bivalvi come ostriche e vongole, oltre a pesci, piante, detrito e carogne. La sua presenza può quindi alterare gli equilibri degli habitat costieri e creare pressioni dirette su attività già fragili. Per i pescatori artigianali il problema non riguarda soltanto la concorrenza su alcune risorse, ma anche il danneggiamento degli attrezzi, la riduzione della qualità delle catture e la complessità operativa di gestire una specie invasiva dentro economie locali spesso già sotto pressione.

Eppure, limitarsi alla dimensione del danno sarebbe incompleto. EUMOFA evidenzia che il granchio blu presenta un interesse nutrizionale e un potenziale di valorizzazione anche per le economie locali. In diversi contesti europei sono stati avviati progetti di gestione, studio e controllo della specie, insieme a iniziative per valorizzarne il prodotto e persino i sottoprodotti nei settori alimentare, farmaceutico e cosmetico. È una prospettiva interessante, ma va letta senza scorciatoie: valorizzare una specie invasiva non significa promuoverne la presenza, né trasformarla in una risorsa da tutelare. Significa recuperare valore da una pressione ecologica che deve comunque essere ridotta.

Il mercato europeo, per ora, è ancora poco strutturato. Le prime vendite disponibili in cinque Paesi UE mostrano che nel 2025 il granchio blu ha raggiunto 567 tonnellate, per un valore superiore a 2 milioni di euro e un prezzo medio nominale di 3,65 euro al chilo. La Spagna domina il quadro, con l’83% dei volumi e l’86% del valore delle prime vendite; l’Italia rappresenta il 15% dei volumi. Sono numeri che confermano l’esistenza di un mercato, ma anche la sua dimensione ancora limitata e frammentata.

C’è poi un problema di lettura statistica. A livello commerciale, i dati sul granchio blu risultano aggregati con altre specie di granchio. Questo rende difficile misurare con precisione flussi, importazioni, esportazioni e peso effettivo del prodotto. È un limite importante, perché una filiera non si costruisce soltanto con la disponibilità della risorsa: si costruisce anche con dati affidabili, classificazioni chiare, canali formalizzati e capacità di programmazione. Senza una visione precisa dei volumi e dei mercati, il rischio è quello di restare in una zona grigia, buona per l’attenzione mediatica ma insufficiente per investimenti e strategie industriali.

Il nodo più delicato riguarda la distanza tra curiosità del consumatore e disponibilità reale del prodotto. Diversi studi richiamati da EUMOFA hanno evidenziato un potenziale interesse del mercato, anche in Italia, ma la domanda potenziale non basta. Un prodotto ittico entra davvero nel mercato solo se la ristorazione può acquistarlo con continuità, se la distribuzione può gestirlo senza eccessive criticità, se l’industria può trasformarlo in referenze compatibili con i diversi canali commerciali e se il consumatore capisce come utilizzarlo.

Il granchio blu, da questo punto di vista, non ha bisogno di una moda. Ha bisogno di normalizzazione commerciale.

È qui che il confronto con la Tunisia diventa utile, pur con una distinzione fondamentale. Il caso tunisino riguarda soprattutto il Portunus segnis, un’altra specie invasiva di granchio blu, originaria dell’Oceano Indiano e arrivata nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Non è quindi un modello sovrapponibile in modo automatico al Callinectes sapidus presente nelle acque europee. Tuttavia, l’esperienza tunisina dimostra che una specie invasiva può diventare base di una filiera economica organizzata quando esistono impianti, trasformazione, canali export e una struttura commerciale.

Nel 2026 il settore tunisino contava 49 stabilimenti ittici coinvolti nella lavorazione del granchio blu, di cui 17 specializzati esclusivamente in questa specie. Nel 2022 la filiera tunisina avrebbe lavorato circa 25.000 tonnellate di granchio blu, un terzo delle quali destinate all’export. Nel 2025 le esportazioni tunisine di granchio blu hanno generato quasi 25 milioni di euro. Il prodotto esportato è quasi interamente granchio intero congelato, mentre le conserve restano marginali. L’Unione europea è stata la seconda destinazione, con il 12% del valore esportato e 727 tonnellate, dopo il mercato asiatico, che ha assorbito il 39% del valore e 2.885 tonnellate.

Questo dato dice molto. Mentre nell’UE il mercato del granchio blu resta ancora debole e poco leggibile, nel Mediterraneo meridionale una filiera invasiva è già riuscita a strutturare lavorazione ed esportazione. Non significa che l’Italia debba copiare quel modello. I costi, le specie, i mercati e le condizioni produttive sono diversi. Ma significa che il valore non nasce dalla sola cattura. Nasce quando la cattura viene assorbita da un sistema capace di trasformare il prodotto, conservarlo, standardizzarlo e collocarlo sui mercati.

Per l’Italia, questo è il punto politico e industriale della questione. Continuare a parlare di granchio blu soltanto come emergenza rischia di lasciare soli i pescatori davanti al problema. Raccontarlo come opportunità facile rischia invece di banalizzare il danno ambientale e produttivo. La strada seria è più complessa: costruire una filiera di contenimento, nella quale il valore economico sia uno strumento della gestione, non il fine che cancella il problema.

Una filiera del granchio blu dovrebbe partire da alcuni passaggi concreti. Servono centri di raccolta organizzati, procedure di selezione, catene del freddo efficienti, impianti capaci di lavorare il prodotto, sperimentazione su formati commerciali diversi, accordi con ristorazione e distribuzione, comunicazione corretta al consumatore. Serve capire se il mercato può assorbire prodotto vivo, fresco, congelato, polpa, semilavorati, preparazioni per la ristorazione o referenze ready to cook. Serve soprattutto evitare che tutto dipenda dalla buona volontà dei pescatori e da iniziative discontinue.

Anche l’esempio della snow crab in Norvegia, richiamato da EUMOFA, aiuta a comprendere il senso della questione. Una specie non nativa può evolvere in pesca regolata e di valore solo se accompagnata da gestione, quote, misure tecniche, controllo degli accessi e capacità industriale. Anche in questo caso il confronto non è automatico, ma il principio è chiaro: il mercato funziona quando è governato. Senza governo della risorsa, anche la valorizzazione rischia di produrre confusione.

Per Pesceinrete, il punto da mettere al centro è proprio questo. Il granchio blu non è il nuovo simbolo romantico del mare che cambia. È una prova di maturità per l’intera filiera ittica. Mette insieme ambiente, pesca, trasformazione, ricerca, distribuzione e consumatore. Costringe a superare la logica dell’intervento tampone e a ragionare in termini di sistema.

L’Italia ha alcune condizioni favorevoli: una cultura gastronomica capace di accogliere nuove specie, una rete di imprese ittiche e di trasformazione, una ristorazione dinamica, mercati all’ingrosso e canali distributivi che potrebbero essere interessati a referenze tracciabili e coerenti con una narrazione di contenimento. Ma queste condizioni non producono automaticamente una filiera. Vanno organizzate.

Il granchio blu non deve diventare una moda. Deve diventare, se possibile, una filiera di contenimento. Una filiera capace di recuperare valore da una specie invasiva senza dimenticare che il primo obiettivo resta ridurne la pressione sugli ecosistemi e sulle attività produttive colpite.

Perché il futuro del granchio blu in Europa non si deciderà soltanto in mare. Si deciderà nei centri di raccolta, negli stabilimenti, nelle celle frigorifere, nei laboratori di trasformazione, nei mercati all’ingrosso, nei menu della ristorazione e negli scaffali della distribuzione. La pesca può aprire la strada. Ma senza filiera, il contenimento resta fragile e il valore si disperde.

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