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La pesca del krill antartico nell’Area 48 ha raggiunto anche nel 2026 il trigger level di 620.000 tonnellate fissato dalla CCAMLR. Non è la quantità massima teoricamente pescabile, ma una soglia precauzionale. Il punto decisivo è evitare che le catture si concentrino nelle stesse aree e negli stessi periodi in cui pinguini, foche e balene dipendono maggiormente dal krill.

Per il secondo anno consecutivo, la pesca del krill antartico nell’Area 48 raggiunge la soglia delle 620.000 tonnellate.
Aker QRILL Company ha annunciato la conclusione della propria stagione 2026 mentre la pesca nell’area arrivava al trigger level previsto dalla CCAMLR, la Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources. Nel 2025 la stessa soglia era stata raggiunta il 1° agosto.
Due stagioni consecutive rendono il tema ancora più evidente.
La questione non è stabilire se 620.000 tonnellate siano tante o poche rispetto alla quantità complessiva di krill presente nell’Oceano Australe. Il vero nodo è capire dove quelle catture vengono effettuate e quanto possono concentrarsi nelle aree più importanti per l’alimentazione dei predatori.
È su questo equilibrio che oggi si gioca una parte importante del futuro della pesca del krill.
Le 620mila tonnellate non sono la quantità massima pescabile
Il krill antartico (Euphausia superba) è uno degli organismi chiave dell’ecosistema australe. Alimenta pinguini, balene, foche, pesci e altri predatori, ma è anche una materia prima utilizzata nell’acquacoltura, nel pet food e nella nutraceutica.
Questa doppia funzione, ecologica e industriale, rende particolarmente delicata la sua gestione.
Per l’Area 48 il limite precauzionale complessivo indicato dalla CCAMLR è pari a 5,61 milioni di tonnellate. Il trigger level di 620.000 tonnellate rappresenta circa l’11% di quel valore e meno dell’1% dei circa 63 milioni di tonnellate di biomassa stimati dal rilevamento sinottico CCAMLR del 2019.
Il rapporto tra catture e biomassa, però, da solo non basta.
Quando il “dove” conta quanto il “quanto”
Il krill non è distribuito uniformemente nell’oceano. Si concentra in determinate aree e in determinati periodi, proprio come gli animali che se ne nutrono.
Per questo una pressione di pesca contenuta su scala oceanica può avere un peso diverso se si concentra localmente, soprattutto nelle aree utilizzate dai predatori durante fasi delicate come alimentazione e riproduzione.
Nel 2026, secondo Aker, la pesca si è distribuita tra le sottoaree 48.1 e 48.2, lungo circa mille chilometri. La società riferisce inoltre che quasi il 90% delle catture effettuate nell’area della Penisola Antartica è avvenuto dopo il 1° aprile e ricorda le zone di esclusione volontaria applicate dall’industria intorno alle colonie di pinguini tra il 1° ottobre e il 15 marzo.
Dal 2025, però, il quadro è cambiato.
La Conservation Measure 51-07, che fino alla stagione 2024 ripartiva il trigger level tra diverse sottoaree dell’Area 48 per limitare la concentrazione spaziale delle catture, è scaduta senza essere sostituita da un sistema equivalente condiviso.
Il limite complessivo resta, ma oggi il nodo è costruire una gestione capace di distribuire la pesca con maggiore precisione nello spazio e nel tempo.
La logica del sistema di gestione del krill della CCAMLR nasce proprio dall’esigenza di conciliare possibilità di prelievo e funzionamento dell’ecosistema.
Più valore industriale, più bisogno di regole solide
Per la filiera seafood c’è anche un secondo livello di lettura.
Il krill è sempre più interessante come ingrediente per l’acquacoltura, in una fase in cui il settore deve sostenere la crescita produttiva senza poter contare su un aumento equivalente delle fonti tradizionali di ingredienti marini.
Aker sottolinea che la produzione acquicola mondiale è cresciuta mentre l’offerta di farina e olio di pesce proveniente dalle fonti tradizionali è rimasta sostanzialmente stabile.
È un passaggio che riguarda direttamente la filiera: farine e oli di pesce restano materie prime strategiche per l’acquacoltura e la ricerca di ingredienti complementari amplia l’interesse verso risorse marine capaci di offrire valore nutrizionale e continuità di approvvigionamento.
Il krill rientra pienamente in questo scenario.
Ed è proprio l’aumento del suo valore industriale a rendere ancora più importante la qualità delle regole che ne governano il prelievo.
Una pesca sostenibile non si misura soltanto in tonnellate
Il confronto è diventato più serrato anche sul piano della certificazione.
Nel processo di ricertificazione MSC della pesca del krill sono state presentate obiezioni da WWF e Antarctic and Southern Ocean Coalition (ASOC), riaprendo il confronto sull’efficacia dell’attuale gestione e sulla concentrazione spaziale dello sforzo di pesca.
Questo non significa che la pesca sia stata dichiarata insostenibile. Significa che il modello è oggi sottoposto a un esame più intenso, proprio mentre il sistema di gestione attraversa una fase di transizione.
A complicare il quadro c’è poi il cambiamento climatico. Le stime di biomassa utilizzate come riferimento derivano da rilevamenti precedenti alle più recenti anomalie del ghiaccio marino e alle trasformazioni osservate negli ultimi anni nell’Oceano Australe. Non è un motivo per considerare quei dati inutili, ma un richiamo alla necessità di aggiornare continuamente la gestione mentre cambia l’ecosistema.
Aker, dal canto suo, sostiene sia la proposta della Domain 1 Marine Protected Area, circa 455.000 chilometri quadrati intorno alla Penisola Antartica, sia un sistema capace di distribuire le catture tra aree più piccole e adattare la pesca nello spazio e nel tempo.
Posizioni diverse convergono quindi almeno su un punto: il limite complessivo delle catture, da solo, non basta più.
Per l’acquacoltura questo significa che il valore futuro del krill non dipenderà soltanto dalle sue caratteristiche nutrizionali o dalla disponibilità della materia prima. Dipenderà anche dalla capacità della filiera di dimostrare che la risorsa viene prelevata attraverso una governance credibile, scientificamente aggiornata e capace di evitare concentrazioni eccessive.
Le 620.000 tonnellate segnano dunque la fine della stagione, ma non chiudono il problema.
La vera domanda non è quanto krill possiamo pescare. È dove, quando e con quali regole possiamo farlo senza concentrare la pressione nelle aree più vulnerabili dell’ecosistema antartico.

L’articolo Krill antartico, secondo anno alla soglia: ora il nodo è dove si pesca proviene da Pesceinrete.
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