Golfo Aranci, incontro sulle opportunità di investimento

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Domani, nella splendida Golfo Aranci, daremo vita al convegno dal tema “Investire nel futuro blu”. Un momento importante per mettere insieme istituzioni, imprese e organizzazioni del settore e guardare al futuro, tutti insieme.

Sarà un dibattito sulle opportunità e le sfide del settore, che vede i nostri operatori nella costituzione di un sistema di collaborazione per Golfo Aranci e la Sardegna.

«Per noi questo è un importante appuntamento, un’ottima occasione di incontro con il comparto per sviluppare reti e connessioni anche fra le eccellenze locali – le parole del presidente di Agripesca, Mario Serpillo – aprendo nuove vie sul fronte di finanziamenti e bandi. E’ una eccellente opportunità per tutto il settoreanche perché il futuro dell’acquacoltura sarda passa inevitabilmente dalla sostenibilità e dall’innovazione tecnologica

Tanti gli argomenti sul tavolo: soprattutto, le opportunità di finanziamento disponibili per le attività di pesca, attraverso i bandi e il mercato. Grazie alla presenza di esperti sarà possibile discutere l’importanza di finanziamenti che supportano pratiche sostenibili, sia economicamente sia ecologicamente; si affronteranno temi legati all’innovazione e alle tecnologie verdi.

Ma sarà fondamentale per il comparto, affrontare tematiche legate alla promozione e alla formazione professionale.

A conclusione degli interventi tecnici, ci sarà un attesissimo show cooking, per celebrare anche in maniera tangibile l’eccellenza dei nostri mari e delle nostre marinerie, e dare un’idea di come potrebbe essere la messa in pratica delle attività di marketing e di utilizzo delle risorse primarie di cui, fortunatamente, disponiamo.

L’incontro rientra nel programma dell’ultima annualità del PNT.

Rassegna stampa:

Pesca e acquacoltura, La Pietra: 70 milioni FEAMPA contro gli extracosti

Pesca e acquacoltura, La Pietra: 70 milioni FEAMPA contro gli extracosti

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Circa 70 milioni di euro del FEAMPA 2021-2027 vengono mobilitati a sostegno delle imprese della pesca e dell’acquacoltura colpite dall’aumento dei costi di produzione legato alla crisi in Medio Oriente. La compensazione riguarda un periodo di ammissibilità di dieci mesi. La misura sarà attuata attraverso bandi regionali, molti dei quali sono già stati pubblicati o sono in fase di completamento.

Per pesca e acquacoltura circa 70 milioni di euro entrano nella fase operativa. Le risorse serviranno a compensare i maggiori costi di produzione sostenuti dalle imprese in conseguenza delle ripercussioni economiche del conflitto in Medio Oriente.

A indicare la dimensione complessiva dell’intervento è il sottosegretario al Masaf Patrizio Giacomo La Pietra, in una nota rilanciata dall’ANSA.

“Stiamo rendendo disponibili per i nostri pescatori 70 milioni di euro con i quali fare fronte all’aumento dei costi energetici, che si aggiungono ai 10 milioni del credito d’imposta del 20% per il caro carburanti”, ha dichiarato La Pietra.

Il passaggio è rilevante perché porta a compimento un lavoro avviato nei mesi scorsi: individuare all’interno del FEAMPA risorse sufficienti per costruire una risposta nazionale agli extracosti e, allo stesso tempo, mettere le Regioni nelle condizioni di attivarla senza forti squilibri territoriali. Già il 4 giugno il Masaf aveva indicato l’obiettivo di rimodulare il Fondo attraverso un confronto con le amministrazioni regionali.

Dai fondi FEAMPA alle misure per le imprese

Per comprendere la portata dell’intervento bisogna distinguere la disponibilità delle risorse dalla loro origine.

I circa 70 milioni non derivano da uno stanziamento aggiuntivo, ma dalla rimodulazione di risorse già comprese nel Programma nazionale FEAMPA 2021-2027. È una distinzione tecnica importante, che non riduce però l’effetto operativo della misura: quelle risorse vengono riallocate per poter essere utilizzate a copertura dei maggiori costi sostenuti dal comparto.

Il Masaf, attraverso l’Autorità di Gestione del Programma, ha coordinato le modifiche dell’Accordo Multiregionale, il riallineamento dei piani finanziari e le rimodulazioni necessarie per consentire alle amministrazioni territoriali di disporre delle risorse.

La questione non era secondaria. La dotazione disponibile nei singoli piani regionali non avrebbe infatti consentito ovunque di intervenire con la stessa capacità finanziaria.

Il lavoro di regia nazionale serve proprio a superare questo limite e a costruire un intervento più omogeneo sul territorio, pur lasciando alle Regioni la gestione concreta delle domande.

A giugno, quando la misura era ancora in costruzione, il nodo per il settore era già quello di trasformare gli strumenti annunciati in liquidità effettivamente accessibile alle imprese.

Regia nazionale, bandi regionali

Il Masaf ha predisposto uno schema tipo di bando che le Regioni possono utilizzare adattandolo ai rispettivi ordinamenti amministrativi.

È un elemento rilevante soprattutto per due ragioni: ridurre le differenze applicative tra territori e alleggerire il lavoro necessario per mettere in campo gli avvisi.

Ma il modello comune non va confuso con un bando unico nazionale. Le domande passeranno dalle amministrazioni regionali, che definiranno nei propri provvedimenti scadenze, documentazione e modalità operative.

Secondo La Pietra, molte Regioni hanno già pubblicato i bandi, mentre le altre stanno completando gli adempimenti necessari.

Il meccanismo è già visibile sul territorio. La Liguria, ad esempio, ieri ha dato il via libera al proprio bando per gli extracosti di pesca e acquacoltura: una misura inizialmente dotata di circa 120 mila euro, che la Regione prevede di portare a circa 1,95 milioni di euro attraverso la modifica del piano finanziario FEAMPA in corso di approvazione.

Per le imprese il punto decisivo è ora l’accesso

La cifra nazionale fotografa la dimensione dell’intervento. Per armatori e aziende acquicole, però, da questo momento contano soprattutto requisiti, costi riconoscibili, modalità di calcolo dell’indennizzo, documentazione richiesta e scadenze.

La compensazione riguarda i maggiori costi di produzione sostenuti in un periodo di ammissibilità complessivamente pari a dieci mesi.

Questo significa che l’attenzione delle imprese deve spostarsi sui singoli avvisi regionali. È lì che la misura nazionale assume forma concreta ed è lì che saranno definite le condizioni effettive di accesso.

La Liguria offre già un esempio della possibile articolazione temporale: il primo periodo ammesso va dal 28 febbraio al 31 agosto 2026, con una successiva riapertura prevista per gli ultimi quattro mesi dell’anno.

La disponibilità finanziaria è quindi il primo risultato. La capacità di trasformarla rapidamente in indennizzi sarà il vero banco di prova.

FEAMPA e credito d’imposta, due leve contro l’aumento dei costi

L’intervento da circa 70 milioni si affianca al credito d’imposta fino al 20% per l’acquisto di gasolio e benzina, finanziato con 10 milioni di euro e previsto per le imprese ittiche sulle spese ammissibili sostenute nel trimestre marzo-maggio 2026. Le modalità di attuazione sono state definite con il decreto interministeriale del 22 maggio 2026.

I due strumenti rispondono alla stessa pressione economica, ma operano in modo diverso.

Il credito d’imposta interviene direttamente sulla voce carburante. La rimodulazione FEAMPA consente invece di intervenire sui maggiori costi di produzione generati dalla perturbazione economica legata alla crisi internazionale.

La scelta del Masaf è stata quella di coordinare la disponibilità delle risorse a livello nazionale e affidarne poi l’attuazione alle amministrazioni territoriali, cercando di garantire condizioni di sostegno più uniformi tra le imprese.

Ora il passaggio più importante non è più definire la dimensione dell’intervento.

I 70 milioni sono stati mobilitati. La misura dimostrerà la propria efficacia quando quelle risorse, attraverso i bandi regionali, diventeranno sostegno realmente percepito dalle imprese della pesca e dell’acquacoltura.

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Liguria, indennizzi per pesca e acquacoltura: domande fino al 14 settembre

Liguria, indennizzi per pesca e acquacoltura: domande fino al 14 settembre

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Regione Liguria ha aperto il bando FEAMPA per compensare parte dei maggiori costi sostenuti dalle imprese della pesca e dell’acquacoltura a seguito della crisi in Medio Oriente. Le domande possono essere presentate fino al 14 settembre 2026 e riguardano gli extracosti sostenuti tra il 28 febbraio e il 31 agosto 2026. La dotazione iniziale è di 119.155,76 euro; la Regione punta ad aumentarla fino a 1.952.775,48 euro, subordinatamente all’approvazione della modifica del Piano finanziario del PN FEAMPA.

Un bando per compensare i maggiori costi

Per le imprese della pesca e dell’acquacoltura liguri si apre una nuova possibilità di recuperare almeno una parte degli extracosti sostenuti negli ultimi mesi.

Regione Liguria ha infatti attivato una misura finanziata dal FEAMPA 2021-2027 per compensare gli aumenti dei costi di produzione legati alle conseguenze della crisi in Medio Oriente e alle perturbazioni che hanno interessato il mercato e la catena di approvvigionamento.

Il bando è rivolto alle micro, piccole e medie imprese, singole o associate, che operano nella pesca professionale come armatori di imbarcazioni e alle imprese di acquacoltura.

Il punto centrale è semplice: non si tratta di finanziare nuovi investimenti, ma di riconoscere un indennizzo per maggiori costi già sostenuti durante il periodo individuato dalla misura.

Prima finestra dal 28 febbraio al 31 agosto

Per questa prima fase sono ammissibili gli extracosti riferiti al periodo compreso tra il 28 febbraio e il 31 agosto 2026.

La scadenza per presentare domanda è fissata al 14 settembre 2026. Requisiti, modulistica e documentazione sono disponibili sul portale ufficiale Agriligurianet.

Regione Liguria ha già annunciato una successiva riapertura del bando per il periodo dal 1° settembre al 31 dicembre 2026, così da estendere la copertura anche agli ultimi quattro mesi dell’anno.

La misura si inserisce nel quadro degli interventi FEAMPA destinati a fronteggiare gli effetti economici della crisi internazionale. A luglio era stato definito anche il riparto di circa 70 milioni di euro tra le Regioni per sostenere pesca e acquacoltura.

Le risorse: oggi 119mila euro, possibile aumento a 1,95 milioni

È il passaggio da leggere con maggiore attenzione.

La dotazione attualmente disponibile è pari a 119.155,76 euro. Regione Liguria sta però lavorando, nell’ambito della modifica del Piano finanziario del PN FEAMPA 2021-2027, per aumentare le risorse destinate alla misura fino a 1.952.775,48 euro.

I quasi 2 milioni, quindi, non sono ancora lo stanziamento effettivamente disponibile del bando aperto. Rappresentano la dotazione che la Regione punta a raggiungere una volta completato l’iter di approvazione della rimodulazione finanziaria.

Una distinzione sostanziale per le imprese interessate, che devono fare riferimento alle risorse oggi formalmente disponibili senza considerare già acquisito il successivo incremento.

Piana: “Una misura concreta per sostenere il settore”

Secondo l’assessore regionale all’Acquacoltura e alla Pesca professionale Alessandro Piana, il bando risponde alle difficoltà generate da una congiuntura internazionale che ha aumentato i costi lungo tutta la filiera, con particolare riferimento ai carburanti.

“La pesca e l’acquacoltura liguri sono un patrimonio economico, sociale e culturale che va tutelato e sostenuto”, ha sottolineato Piana.

Per gli operatori il passaggio adesso è soprattutto pratico: verificare i requisiti, documentare correttamente gli extracosti sostenuti nel periodo ammesso e presentare la domanda entro il 14 settembre.

Per le imprese interessate, quindi, il punto adesso è uno: verificare i requisiti e presentare la domanda entro il 14 settembre.

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Krill antartico, secondo anno alla soglia: ora il nodo è dove si pesca

Krill antartico, secondo anno alla soglia: ora il nodo è dove si pesca

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La pesca del krill antartico nell’Area 48 ha raggiunto anche nel 2026 il trigger level di 620.000 tonnellate fissato dalla CCAMLR. Non è la quantità massima teoricamente pescabile, ma una soglia precauzionale. Il punto decisivo è evitare che le catture si concentrino nelle stesse aree e negli stessi periodi in cui pinguini, foche e balene dipendono maggiormente dal krill.

Per il secondo anno consecutivo, la pesca del krill antartico nell’Area 48 raggiunge la soglia delle 620.000 tonnellate.

Aker QRILL Company ha annunciato la conclusione della propria stagione 2026 mentre la pesca nell’area arrivava al trigger level previsto dalla CCAMLR, la Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources. Nel 2025 la stessa soglia era stata raggiunta il 1° agosto.

Due stagioni consecutive rendono il tema ancora più evidente.

La questione non è stabilire se 620.000 tonnellate siano tante o poche rispetto alla quantità complessiva di krill presente nell’Oceano Australe. Il vero nodo è capire dove quelle catture vengono effettuate e quanto possono concentrarsi nelle aree più importanti per l’alimentazione dei predatori.

È su questo equilibrio che oggi si gioca una parte importante del futuro della pesca del krill.

Le 620mila tonnellate non sono la quantità massima pescabile

Il krill antartico (Euphausia superba) è uno degli organismi chiave dell’ecosistema australe. Alimenta pinguini, balene, foche, pesci e altri predatori, ma è anche una materia prima utilizzata nell’acquacoltura, nel pet food e nella nutraceutica.

Questa doppia funzione, ecologica e industriale, rende particolarmente delicata la sua gestione.

Per l’Area 48 il limite precauzionale complessivo indicato dalla CCAMLR è pari a 5,61 milioni di tonnellate. Il trigger level di 620.000 tonnellate rappresenta circa l’11% di quel valore e meno dell’1% dei circa 63 milioni di tonnellate di biomassa stimati dal rilevamento sinottico CCAMLR del 2019.

Il rapporto tra catture e biomassa, però, da solo non basta.

Quando il “dove” conta quanto il “quanto”

Il krill non è distribuito uniformemente nell’oceano. Si concentra in determinate aree e in determinati periodi, proprio come gli animali che se ne nutrono.

Per questo una pressione di pesca contenuta su scala oceanica può avere un peso diverso se si concentra localmente, soprattutto nelle aree utilizzate dai predatori durante fasi delicate come alimentazione e riproduzione.

Nel 2026, secondo Aker, la pesca si è distribuita tra le sottoaree 48.1 e 48.2, lungo circa mille chilometri. La società riferisce inoltre che quasi il 90% delle catture effettuate nell’area della Penisola Antartica è avvenuto dopo il 1° aprile e ricorda le zone di esclusione volontaria applicate dall’industria intorno alle colonie di pinguini tra il 1° ottobre e il 15 marzo.

Dal 2025, però, il quadro è cambiato.

La Conservation Measure 51-07, che fino alla stagione 2024 ripartiva il trigger level tra diverse sottoaree dell’Area 48 per limitare la concentrazione spaziale delle catture, è scaduta senza essere sostituita da un sistema equivalente condiviso.

Il limite complessivo resta, ma oggi il nodo è costruire una gestione capace di distribuire la pesca con maggiore precisione nello spazio e nel tempo.

La logica del sistema di gestione del krill della CCAMLR nasce proprio dall’esigenza di conciliare possibilità di prelievo e funzionamento dell’ecosistema.

Più valore industriale, più bisogno di regole solide

Per la filiera seafood c’è anche un secondo livello di lettura.

Il krill è sempre più interessante come ingrediente per l’acquacoltura, in una fase in cui il settore deve sostenere la crescita produttiva senza poter contare su un aumento equivalente delle fonti tradizionali di ingredienti marini.

Aker sottolinea che la produzione acquicola mondiale è cresciuta mentre l’offerta di farina e olio di pesce proveniente dalle fonti tradizionali è rimasta sostanzialmente stabile.

È un passaggio che riguarda direttamente la filiera: farine e oli di pesce restano materie prime strategiche per l’acquacoltura e la ricerca di ingredienti complementari amplia l’interesse verso risorse marine capaci di offrire valore nutrizionale e continuità di approvvigionamento.

Il krill rientra pienamente in questo scenario.

Ed è proprio l’aumento del suo valore industriale a rendere ancora più importante la qualità delle regole che ne governano il prelievo.

Una pesca sostenibile non si misura soltanto in tonnellate

Il confronto è diventato più serrato anche sul piano della certificazione.

Nel processo di ricertificazione MSC della pesca del krill sono state presentate obiezioni da WWF e Antarctic and Southern Ocean Coalition (ASOC), riaprendo il confronto sull’efficacia dell’attuale gestione e sulla concentrazione spaziale dello sforzo di pesca.

Questo non significa che la pesca sia stata dichiarata insostenibile. Significa che il modello è oggi sottoposto a un esame più intenso, proprio mentre il sistema di gestione attraversa una fase di transizione.

A complicare il quadro c’è poi il cambiamento climatico. Le stime di biomassa utilizzate come riferimento derivano da rilevamenti precedenti alle più recenti anomalie del ghiaccio marino e alle trasformazioni osservate negli ultimi anni nell’Oceano Australe. Non è un motivo per considerare quei dati inutili, ma un richiamo alla necessità di aggiornare continuamente la gestione mentre cambia l’ecosistema.

Aker, dal canto suo, sostiene sia la proposta della Domain 1 Marine Protected Area, circa 455.000 chilometri quadrati intorno alla Penisola Antartica, sia un sistema capace di distribuire le catture tra aree più piccole e adattare la pesca nello spazio e nel tempo.

Posizioni diverse convergono quindi almeno su un punto: il limite complessivo delle catture, da solo, non basta più.

Per l’acquacoltura questo significa che il valore futuro del krill non dipenderà soltanto dalle sue caratteristiche nutrizionali o dalla disponibilità della materia prima. Dipenderà anche dalla capacità della filiera di dimostrare che la risorsa viene prelevata attraverso una governance credibile, scientificamente aggiornata e capace di evitare concentrazioni eccessive.

Le 620.000 tonnellate segnano dunque la fine della stagione, ma non chiudono il problema.

La vera domanda non è quanto krill possiamo pescare. È dove, quando e con quali regole possiamo farlo senza concentrare la pressione nelle aree più vulnerabili dell’ecosistema antartico.

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Germania, l’eolico offshore finanzia la riduzione della flotta da pesca

Germania, l’eolico offshore finanzia la riduzione della flotta da pesca

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La Germania ha approvato 19 richieste di aiuto per la cessazione definitiva dell’attività di pesca nel Mare del Nord, a fronte di 48 domande presentate. Il programma triennale dispone complessivamente di 20 milioni di euro e punta, tra gli altri obiettivi, a ridurre di circa il 30% la flotta impegnata nella pesca del gambero grigio. Le risorse arrivano dal sistema delle aste per l’eolico offshore, che destina una quota dei proventi al settore della pesca.

Più domande che fondi: il segnale che arriva dalla pesca tedesca

Non sono tanto le 19 imbarcazioni ammesse agli aiuti a raccontare cosa sta accadendo nella pesca tedesca. Sono soprattutto le 48 richieste presentate.

La prima fase del programma federale per la cessazione definitiva dell’attività ha quindi raccolto molte più candidature rispetto agli interventi finanziabili. Un dato che non può essere letto come una semplice corsa alla demolizione, ma che segnala quanto, in alcuni segmenti della flotta del Mare del Nord, l’uscita dal settore sia diventata un’opzione concreta per un numero significativo di imprese.

Dei 19 finanziamenti concessi, 17 riguardano la pesca del gambero grigio: nove nello Schleswig-Holstein e otto nella Bassa Sassonia. Altri due interessano la flotta impegnata nella pesca dei pesci piatti.

Per accedere agli aiuti, i beneficiari dovranno restituire le autorizzazioni di pesca collegate alle imbarcazioni e procedere alla loro demolizione, completando la cessazione definitiva entro il 30 giugno 2027.

Per il gambero l’obiettivo è ridurre la flotta di circa il 30%

Il programma non nasce soltanto per accompagnare singoli armatori fuori dal mercato. La Germania punta a un vero riequilibrio strutturale della capacità di pesca, con l’obiettivo di ridurre di circa il 30% la flotta dedicata al gambero grigio del Mare del Nord.

La misura dovrebbe contribuire ad avvicinare la capacità della flotta alle opportunità di pesca disponibili e, allo stesso tempo, offrire una via d’uscita agli operatori che non considerano più sostenibile proseguire l’attività.

È un passaggio che riguarda da vicino un settore sottoposto a pressioni diverse: redditività, disponibilità delle risorse, ricambio generazionale, vincoli ambientali e crescente competizione per l’utilizzo dello spazio marittimo.

Una competizione destinata ad assumere un peso sempre maggiore anche nel resto d’Europa, dove pesca, acquacoltura, energia, aree protette e infrastrutture devono convivere nello stesso spazio marino.

Il punto più delicato: a finanziare le uscite sono anche i proventi dell’eolico

Ed è qui che il caso tedesco diventa particolarmente interessante.

Il programma triennale dispone complessivamente di 20 milioni di euro provenienti dalle risorse generate nell’ambito della legge tedesca sull’energia eolica offshore, la WindSeeG.

Il meccanismo delle aste prevede infatti che una quota dei proventi sia destinata al settore della pesca per finanziare interventi di sostenibilità e ristrutturazione. La normativa stabilisce una specifica “componente pesca” pari al 5% della relativa componente economica prevista dal sistema.

In altre parole, una parte delle risorse generate dall’assegnazione degli spazi marittimi all’eolico offshore viene reindirizzata alla pesca.

È questo il vero elemento politico ed economico della vicenda.

Non sarebbe corretto sostenere che i 19 pescherecci escano dal settore a causa dell’eolico offshore: le ragioni che determinano una cessazione dell’attività sono molteplici. È però altrettanto evidente che la crescita degli usi energetici del mare aumenta la necessità di governare la coesistenza tra attività differenti, soprattutto nelle aree tradizionalmente utilizzate dalla pesca.

Un meccanismo di compensazione che apre una questione più ampia

La prima fase del programma disponeva di 12 milioni di euro: 3,5 milioni per la flotta del gambero dello Schleswig-Holstein, altri 3,5 milioni per quella della Bassa Sassonia e 5 milioni per il segmento dei pesci piatti.

Per la seconda finestra, aperta fino al 31 dicembre 2026, sono previsti ulteriori 2,75 milioni per ciascuna delle due flotte regionali del gambero. Una terza fase è programmata entro la fine del 2027.

Le informazioni operative sono pubblicate dalla Bundesanstalt für Landwirtschaft und Ernährung (BLE), l’agenzia federale che gestisce il programma.

Il modello tedesco rende quindi molto concreta una questione destinata a pesare sempre di più sulla politica marittima europea: come conciliare la crescita delle nuove attività in mare con la permanenza di quelle tradizionali.

Per la pesca il punto non è soltanto ricevere una compensazione quando lo spazio si riduce o quando un’impresa decide di cessare. La vera sfida sarà evitare che la transizione energetica e la pianificazione dello spazio marittimo producano, nel lungo periodo, una progressiva marginalizzazione della produzione alimentare in mare.

Il dato delle 48 domande per 19 finanziamenti rende il problema meno teorico. In Germania una parte della flotta sta già scegliendo di uscire. E mentre il mare cambia funzione, anche la pesca europea è chiamata a ridefinire il proprio spazio economico, produttivo e fisico.

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Somalia, la pesca apre alle imprese straniere: l’Italia parte da Bosaso

Somalia, la pesca apre alle imprese straniere: l’Italia parte da Bosaso

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La Somalia vuole trasformare il proprio potenziale ittico in una filiera più organizzata, capace di generare lavorazione, occupazione e valore sul territorio. Il governo cerca imprese straniere e guarda con particolare interesse all’Italia, già presente a Bosaso con un progetto di cooperazione dedicato a infrastrutture, attrezzature e formazione.

Non soltanto cooperazione, ma possibili spazi per una presenza più strutturata della filiera italiana.

È il dato che emerge dall’incontro a Mogadiscio tra l’ambasciatore d’Italia in Somalia Pier Mario Daccò Coppi e il ministro della Pesca e della Blue Economy Ahmed Hassan Adan, dedicato ai programmi già avviati e alle prospettive di un maggiore coinvolgimento italiano nel settore.

Il governo federale somalo sta cercando di imprimere un’accelerazione allo sviluppo della pesca. Secondo quanto riferito dal ministro, è stata costituita una società a partecipazione pubblica con il compito di sostenere il comparto, gestire la concessione delle licenze e favorire l’ingresso di imprese straniere in grado di contribuire alla crescita della catena del valore.

Per l’Italia il terreno, però, non è completamente nuovo.

Da Bosaso parte un modello che la Somalia vuole replicare

Il punto di partenza è Bosaso, nel Puntland, dove la Cooperazione Italiana ha già avviato un progetto finalizzato al rafforzamento della filiera ittica locale.

L’intervento non riguarda soltanto la pesca in mare. Comprende infrastrutture, attrezzature, conservazione e lavorazione del prodotto, formazione e aggiornamento sulle moderne tecniche di pesca, con l’obiettivo di migliorare la capacità degli operatori locali di generare maggiore valore dalla risorsa disponibile.

Il progetto prevede anche un Centro Servizi Comune destinato alle cooperative e agli operatori della zona. L’iniziativa illustrata dall’AICS punta infatti a intervenire sui diversi passaggi della filiera, dalla produzione alla gestione del prodotto dopo lo sbarco.

Non basta pescare di più

È questo il passaggio decisivo.

Per sviluppare davvero il comparto, aumentare le catture non basta. Occorre poter conservare il pescato, lavorarlo correttamente, ridurre le perdite, garantire standard adeguati e collegare la produzione ai mercati.

È sulla capacità di costruire questi passaggi che si gioca buona parte dello sviluppo della pesca somala.

Il ministro Adan ha infatti chiesto che l’esperienza di Bosaso possa essere replicata anche in altre località costiere, trasformando un singolo progetto in un possibile modello di intervento più ampio.

Dove possono entrare le imprese italiane

Per la filiera italiana l’interesse non riguarda quindi soltanto armatori o operatori della pesca.

Se il percorso di modernizzazione annunciato dalla Somalia proseguirà, gli spazi potenziali potrebbero interessare freddo, ghiaccio, conservazione, lavorazione, attrezzature di bordo, tecnologie, logistica, packaging, tracciabilità, formazione e servizi collegati alla commercializzazione.

Non si tratta, allo stato attuale, di commesse già disponibili in tutti questi ambiti. È piuttosto la mappa delle competenze che servono normalmente quando una filiera passa da una struttura prevalentemente locale a un sistema più organizzato e orientato al mercato.

Ed è qui che il rapporto già costruito dall’Italia può assumere un peso concreto.

La collaborazione tra i due Paesi nel settore ittico, del resto, precede l’iniziativa di Bosaso. Già nel 2022 una delegazione del Ministero somalo della Pesca aveva lavorato in Italia con Federpesca e FAO sul rafforzamento del comparto.

Il prossimo passaggio sarà capire le regole del mercato

L’apertura politica c’è. Ora serviranno elementi molto più concreti.

Per le imprese interessate sarà necessario capire come saranno gestite le licenze, quali condizioni verranno previste per gli investitori, quali infrastrutture saranno disponibili e quali standard sanitari, di tracciabilità e commerciali verranno richiesti.

Sono questi i fattori che determineranno se l’interesse espresso dal governo somalo potrà trasformarsi in opportunità industriali reali.

Un dato, però, è già chiaro: la Somalia non sta cercando soltanto più pesca, ma una filiera capace di trattenere più valore sul territorio.

L’Italia parte da Bosaso, con un progetto già operativo e con associazioni di categoria che, secondo quanto riferito dall’ambasciatore Daccò Coppi, stanno lavorando a contatti e possibili intese.

In un settore sul quale cresce l’attenzione di diversi attori internazionali, il vantaggio italiano non è ancora una posizione acquisita. È essere già dentro il percorso nel momento in cui il mercato prova a strutturarsi.

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