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Fermo pesca 2024, altre 532 domande ammesse: quasi l’84% delle istanze è ora in graduatoria

Fermo pesca 2024, altre 532 domande ammesse: quasi l’84% delle istanze è ora in graduatoria

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Il decreto direttoriale n. 308561 del 26 giugno 2026 approva la seconda graduatoria parziale degli aiuti per il fermo pesca obbligatorio 2024. Sono ammesse altre 532 istanze relative alle imprese che hanno osservato l’interruzione dell’attività con attrezzi trainati. Insieme alla prima graduatoria, le domande definite positivamente salgono a 1.406 sulle 1.681 presentate. L’erogazione resta subordinata ai controlli previsti.

Il costo dell’interruzione è stato sostenuto dalle imprese nel 2024. Il riconoscimento amministrativo continua invece a prendere forma nel 2026. È il dato che accompagna la seconda graduatoria parziale approvata dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste per l’arresto temporaneo obbligatorio della pesca.

Il provvedimento non apre una nuova procedura e non richiede la presentazione di altre domande. Riguarda le istanze già trasmesse per le unità che operano con reti a strascico a divergenti OTB, reti gemelle a divergenti OTT e sfogliare-rapidi TBB.

Per 532 posizioni l’istruttoria si conclude ora con l’ammissione al contributo. Per chi non compare nell’elenco, invece, la procedura non può ancora considerarsi necessariamente chiusa.

Con due graduatorie ammesse 1.406 domande su 1.681

La prima graduatoria parziale, approvata il 21 maggio 2026, aveva riconosciuto l’aiuto a 874 istanze, con un impegno di spesa pari a 3.277.212,60 euro. La seconda graduatoria sul fermo pesca 2024 aggiunge 532 posizioni e porta il totale delle domande ammesse a 1.406, quasi l’84% delle 1.681 pervenute.

Le prime due graduatorie impegnano complessivamente 5.334.852,30 euro. Per il secondo elenco il MASAF assegna 2.057.639,70 euro, ripartiti in parti uguali tra quota europea e cofinanziamento nazionale: 1.028.819,85 euro per ciascuna componente.

La misura rientra nel Programma nazionale FEAMPA 2021-2027 e nell’intervento previsto dall’articolo 21 del Regolamento UE 2021/1139, che consente di sostenere le imprese nei periodi in cui la sospensione della pesca deriva da un obbligo connesso alla gestione delle risorse e dello sforzo di pesca.

Le 275 posizioni residue non sono automaticamente respinte

Dopo le prime due graduatorie restano da definire 275 istanze. Il decreto chiarisce che il MASAF procederà con un supplemento istruttorio per verificare l’effettiva presenza dei requisiti e pubblicherà successivamente un altro elenco con le eventuali domande ammissibili.

La seconda graduatoria nasce, infatti, dall’esame delle pratiche che presentavano carenze documentali. Gli interessati hanno potuto trasmettere le integrazioni attraverso le Autorità marittime competenti, anche dopo la proroga concessa per il fermo pesca 2024. La nuova istruttoria ha consentito di recuperare 532 posizioni e di accertarne l’ammissibilità.

L’assenza dalla graduatoria, quindi, non deve essere letta automaticamente come un rigetto. Per le istanze ancora aperte occorrerà attendere la conclusione delle verifiche e il successivo provvedimento ministeriale.

Il decreto indica inoltre una disponibilità complessiva di 7 milioni di euro, considerata dall’Amministrazione sufficiente a coprire l’intera platea dei potenziali beneficiari. Il nodo, almeno in questa fase, non è dunque la capienza finanziaria, ma il completamento dell’istruttoria.

Il contributo è riconosciuto, ma non ancora liquidato

L’inserimento in graduatoria attribuisce al beneficiario l’ammissione all’aiuto e individua l’importo riconosciuto per la singola pratica. Non determina, tuttavia, un accredito immediato.

Il pagamento resta subordinato all’esito positivo dei controlli del Nucleo competente e alle ulteriori verifiche previste dalla normativa europea e nazionale. Gli importi riportati nell’elenco potranno essere rideterminati qualora emergano elementi capaci di modificare il diritto al contributo o la sua entità.

Il MASAF dovrà inoltre verificare il rispetto degli obblighi previsti dal FEAMPA. Eventuali infrazioni rilevanti, commesse dopo la presentazione della domanda, possono comportare la sospensione temporanea dell’erogazione in attesa della quantificazione definitiva dell’aiuto.

La graduatoria rappresenta quindi un passaggio decisivo, ma non ancora l’ultimo. Per le imprese ammesse resta da completare la fase che conduce dalla concessione amministrativa alla materiale disponibilità delle somme.

Nel fermo pesca anche il tempo ha un costo

Una barca ferma non produce reddito, ma continua a sostenere una parte significativa dei costi aziendali. Manutenzione, assicurazioni, oneri finanziari e organizzazione dell’impresa non si interrompono insieme all’attività in mare.

Per questo la rapidità non è un elemento secondario della misura. I controlli sono indispensabili quando vengono utilizzate risorse pubbliche, ma un aiuto destinato a compensare una sospensione obbligatoria conserva pienamente la propria funzione solo se raggiunge l’impresa in tempi coerenti con la perdita subita.

La seconda graduatoria restituisce certezza a 532 nuove posizioni e riduce sensibilmente il numero delle pratiche ancora sospese. Resta, però, la distanza tra l’anno in cui le imprese hanno sostenuto il fermo e quello in cui l’iter amministrativo sta arrivando a definizione. Nel bilancio di una pesca sempre più compressa tra minori giornate operative e margini ridotti, anche questa distanza diventa parte del problema.

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Galicia turns to hatcheries for the mussel seed of the future

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Galicia is responding to the declining availability of wild mussel seed through MytSeed, a University of Vigo project developing hatchery-produced seed. By combining selective breeding, environmental analysis and oceanographic modelling, the initiative aims to stabilise production, reduce uncertainty and make mussel farming more resilient to climate change.

The declining availability of wild mussel seed is becoming a critical issue for Galician mussel farming. The MytSeed project, led by the Marine Research Centre at the University of Vigo, is developing hatchery production methods through an approach that integrates genetic improvement, environmental analysis and oceanographic modelling. The aim is to give the industry an additional tool to stabilise production, reduce uncertainty and strengthen its resilience to climate change.

Galician mussel farming depends on a delicate balance between the sea, seed, ropes, floating rafts, time and the farmers’ ability to interpret environmental conditions. When one of these elements becomes unstable, the effects are felt throughout the supply chain.

In recent years, the availability of mussel seed, the young mussels used to stock farming ropes, has become less predictable. This is a technical problem, but also an economic one. Without seed, farms cannot plan production, ensure continuity or provide security for a sector that plays a major role in Galicia’s employment, industry and coastal economy.

This is the challenge behind MytSeed, a project led by the Marine Research Centre of the University of Vigo, or CIM-UVigo. Its goal is to develop innovative methods for producing mussel seed in hatcheries. The intention is not to replace traditional natural collection, but to support it with more controlled tools that can make mussel farming less vulnerable to environmental fluctuations.

Seed is the weakest link in the supply chain

The availability of mussel seed is the foundation of production. When larvae become scarce or settle less regularly, farmers lose their ability to plan. The issue becomes even more sensitive in a context shaped by climate change, where water temperature, salinity, marine circulation and food availability can all affect mussel survival and growth. As Pesceinrete has previously reported, changing environmental conditions are already reshaping the geography and operating conditions of mussel farming.

MytSeed addresses this vulnerability through an interdisciplinary approach. The project combines genetics, biology, oceanography and physics to understand which traits make mussel seed better suited to farming and which environmental conditions genuinely support its development.

One of its main objectives is to develop selective breeding programmes focused on traits of commercial and productive interest, including survival, growth, flesh colour and byssus strength. The byssus is the bundle of fibres that allows a mussel to attach itself securely to a rope or other surface.

Through heritability studies and large-scale genomic analysis, researchers will seek to identify genetic markers associated with these characteristics. The ultimate goal is to produce selected seed in hatcheries before transferring it to the sea for the grow-out phase.

Selection must withstand the test of the sea

Producing mussel seed under controlled conditions is only part of the challenge. The decisive test will be whether hatchery-produced seed can grow successfully at sea while retaining the desired characteristics.

This step is crucial. A selected line has value for the industry only if its productive traits remain stable under real farming conditions, where currents, temperature, salinity, food availability and interaction with naturally recruited mussels all come into play.

MytSeed therefore does not treat genetics as a shortcut, but as one component of a broader system. The best seed is not simply the one that performs well in a laboratory. It is the one that develops into a stable, productive and commercially valuable mussel at sea.

The project also uses advanced hydrodynamic modelling to simulate the behaviour of mussel rafts and assess how variables such as water flow, temperature, salinity and food availability affect growth and survival. These studies are being conducted under real farming conditions using CIM’s monitored experimental raft.

By assessing genetic and environmental factors together, the researchers aim to determine whether selected traits remain stable and to optimise both seed settlement and final farming performance. This integrated work complements other technological approaches being investigated across aquaculture, including the cryopreservation of mussel biological material.

Greater stability for farmers and processors

For the supply chain, reliable hatchery-produced mussel seed could deliver practical benefits. More uniform seed of consistent quality could simplify farm management, reduce losses, improve production planning and shorten grading times.

For farmers, it would provide a more predictable starting point. For processors, including the canning industry, it could mean more regular supplies. For coastal communities, it could strengthen an activity that continues to generate employment and economic value in areas closely linked to mussel farming.

The project also examines the sustainability of seed collection systems. Understanding the environmental factors that influence attachment, detachment, growth and seed quality could help improve the efficiency of the traditional collector ropes used on Galician mussel rafts.

This also has environmental significance. A more reliable hatchery supply could reduce dependence on more disruptive collection methods, such as scraping mussel seed from rocky surfaces in intertidal areas, a practice that can alter local ecosystems.

The goal is not to abandon natural recruitment, but to achieve a more sustainable balance between aquaculture production and marine ecosystem protection. Greater control over seed production could therefore improve both operational efficiency and environmental performance.

Research designed to reach the industry

MytSeed is funded through the Spanish Ministry of Science, Innovation and Universities’ 2024 Knowledge Generation Projects programme. It has a budget of €215,655 and will run until 31 August 2028.

The project involves several CIM-UVigo research groups. It is coordinated by Moncho Gesteira of Ephyslab and Ángel Pérez Diz of the XB2 group as principal investigators, with the participation of Paloma Morán and Juan Pasantes, both from XB2. The composition of the team reflects the project’s multidisciplinary nature.

The most significant long-term prospect is technology transfer. The project’s scientific and operational results are expected to lay the foundations for a spin-off, currently being established, dedicated to producing mussel seed in hatcheries.

If the research delivers the expected results, Galicia will gain another tool to protect one of its most important aquaculture industries. It would not replace traditional farming knowledge, but strengthen it through better information, greater control and a stronger capacity to adapt. In a changing sea, the seed of the future will also need to be produced with greater precision.

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Australia occidentale, il profitto comincia dalle aragoste lasciate in mare

Australia occidentale, il profitto comincia dalle aragoste lasciate in mare

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Nell’Australia occidentale, la pesca della Western Rock Lobster dimostra che sostenibilità ambientale e sostenibilità economica possono coincidere quando la risorsa viene trattata come capitale produttivo. Per la stagione 2025-2026 il limite commerciale è stato ridotto da 7.300 a 6.800 tonnellate, nonostante la riapertura del mercato cinese e il recupero dei prezzi. L’obiettivo non è pescare meno per principio, ma conservare abbastanza aragoste in mare da mantenere elevati la biomassa, i tassi di cattura e il rendimento della pesca nel tempo.

La decisione più interessante è arrivata proprio quando il mercato aveva ricominciato a tirare.

Alla fine del 2024, dopo oltre quattro anni di interruzione, la Cina ha riaperto alle importazioni dirette di aragoste vive australiane. Nell’esercizio 2024-2025 il prezzo medio riconosciuto allo sbarco è salito da 54 a 72 dollari australiani al chilogrammo, mentre il valore della produzione ha raggiunto 383 milioni di dollari australiani.

La risposta più immediata avrebbe potuto essere aumentare il prelievo. È accaduto il contrario: la quota è stata abbassata di 500 tonnellate.

Non una rinuncia commerciale, ma una scelta costruita su dati biologici ed economici.

Il capitale che resta sul fondale

La Panulirus cygnus è un’aragosta spinosa endemica delle acque dell’Australia occidentale. La pesca professionale si sviluppa lungo la costa con l’impiego di nasse ed è regolata attraverso quote individuali, taglie minime, protezione delle femmine riproduttrici e chiusure territoriali.

Nel 2000 è stata la prima pesca al mondo a ottenere la certificazione del Marine Stewardship Council. Nel 2022 è diventata anche la prima a essere certificata per la quinta volta consecutiva. Il riconoscimento è importante, ma non rappresenta l’aspetto più originale del modello.

Il punto decisivo è il criterio utilizzato per valutare il prelievo: il Maximum Economic Yield, il massimo rendimento economico.

A differenza del massimo rendimento sostenibile, che cerca la maggiore quantità prelevabile senza compromettere lo stock, il rendimento economico considera contemporaneamente biomassa, tassi di cattura, costi operativi, prezzi attesi e redditività dell’intera pesca su più stagioni.

Nella maggior parte dei casi, il massimo rendimento economico si raggiunge con catture inferiori e una biomassa superiore rispetto al massimo rendimento puramente biologico. Più aragoste rimangono in mare, maggiore è la probabilità che le nasse producano bene e che siano necessari meno tempo, carburante, esche e lavoro per raggiungere la quota assegnata.

È un ribaltamento semplice, ma radicale: il risultato di una pesca non si misura soltanto in tonnellate sbarcate. Conta quanto costa catturarle e quanto capitale naturale viene conservato per la stagione successiva.

Il modello non garantisce automaticamente il profitto di ogni singola impresa. Il Maximum Economic Yield calcola infatti il rendimento della pesca nel suo complesso. Offre però una base più realistica rispetto all’idea che, per aumentare il valore, sia sempre necessario aumentare il prelievo.

È lo stesso nodo che attraversa il dibattito europeo sulle quote di pesca accurate e sostenibili: una quota è efficace solo quando tiene insieme stato della risorsa, qualità dei dati e condizioni economiche delle imprese.

La crisi individuata prima che arrivasse sulle banchine

La svolta australiana non è nata durante una fase tranquilla.

Alla fine degli anni Duemila il monitoraggio dei pueruli, lo stadio giovanile con cui le aragoste raggiungono la costa dopo la lunga fase larvale, segnalò livelli di insediamento insolitamente bassi. Quel dato permetteva di prevedere con alcuni anni di anticipo una futura riduzione degli esemplari disponibili per la pesca.

L’amministrazione e il settore intervennero prima che il problema si trasformasse in un crollo degli sbarchi. Nella stagione 2010-2011 la gestione passò dal controllo prevalente dello sforzo a un sistema fondato sulle quote di cattura. Rispetto al 2005-2006, il volume prelevato venne quasi dimezzato.

La riduzione delle nasse e delle operazioni necessarie per raggiungere le catture contribuì anche a limitare il consumo di carburante e di esche e a ridurre alcune interazioni con l’ecosistema.

La scienza, in questo caso, non è servita a certificare una crisi già avvenuta. Ha dato alla filiera il tempo per cambiare rotta.

Uno stock sano non protegge da ogni crisi

L’aggiornamento scientifico pubblicato nel 2025 considera la risorsa sostenibile e attribuisce un rischio basso a un depauperamento non accettabile dello stock. Le analisi non rilevano sovrapesca, mentre biomassa riproduttiva, produzione di uova e tassi di cattura rimangono ampiamente superiori ai livelli storici.

Secondo le proiezioni del Dipartimento dell’Australia occidentale, il mantenimento della quota a 6.800 tonnellate dovrebbe conservare una biomassa elevata nei successivi cinque anni.

Il quadro, tuttavia, non è privo di segnali da osservare. In diverse aree l’insediamento dei giovani esemplari è rimasto sotto la media e non si registra dal 2016 un picco positivo diffuso lungo tutta la costa. Le condizioni oceaniche più calde, le ondate di calore marine e una possibile concentrazione dello stock verso sud stanno aumentando l’incertezza.

La decisione di ridurre la quota nasce anche da questa prudenza. Non perché la risorsa sia oggi in collasso, ma perché attendere il collasso renderebbe qualsiasi intervento più costoso. È una dinamica che riguarda ormai molte filiere, come mostra anche l’impatto del cambiamento climatico sulle risorse ittiche.

La salute biologica non ha però protetto la Western Rock Lobster dalle crisi commerciali.

Prima della chiusura del mercato cinese, il valore della produzione aveva raggiunto 433 milioni di dollari australiani nel 2017-2018. Nel 2022-2023 era sceso a 209 milioni, nonostante la risorsa continuasse a essere gestita in condizioni di sostenibilità. Con la riapertura della Cina è risalito a 383 milioni.

Lo stock non era crollato. Era crollato il principale sbocco commerciale.

Il ritorno degli acquisti cinesi ha ridato ossigeno alla filiera, ma non ha eliminato le fragilità. Carburante, esche, lavoro e tariffe pubbliche continuano a comprimere i margini. Tra il 2023-2024 e il 2024-2025 le imbarcazioni attive sono diminuite da 207 a 197. La stessa organizzazione di settore segnala l’uscita di operatori più piccoli e una crescente concentrazione della flotta.

La lezione non è semplicemente pescare meno

Il caso australiano non dimostra che ridurre una quota produca automaticamente più reddito. Una cattura inferiore può pesare sui bilanci, soprattutto quando i costi sono elevati, il prezzo è debole o i diritti di pesca sono concentrati.

Dimostra, però, che uno stock abbondante può diventare una forma di infrastruttura economica. Aumenta la probabilità di buoni tassi di cattura, riduce lo sforzo necessario e offre alle imprese una base produttiva più stabile.

La sostenibilità ambientale è quindi necessaria, ma non sufficiente. Deve essere accompagnata da mercati diversificati, costi compatibili, accesso equilibrato alle quote e regole capaci di evitare che l’efficienza economica si traduca nell’espulsione progressiva delle aziende più piccole.

La lezione della Western Rock Lobster non consiste nell’importare meccanicamente un sistema australiano. Consiste nel cambiare la domanda posta alla gestione.

Non soltanto: quante aragoste possiamo ancora pescare?

Ma: quante devono restare in mare perché la pesca continui a produrre valore senza consumare la propria base economica?

In Australia occidentale il profitto non comincia dall’ultima aragosta venduta. Comincia da quelle che si decide di lasciare sul fondale.

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Tonno rosso, il Regno Unito apre la stagione: più quota, regole più strette

Tonno rosso, il Regno Unito apre la stagione: più quota, regole più strette

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La stagione britannica del tonno rosso atlantico è iniziata ieri, 13 luglio 2026. Trenta imbarcazioni commerciali autorizzate potranno pescare complessivamente 120 tonnellate nelle acque di Inghilterra, Galles e Scozia, utilizzando esclusivamente canna e mulinello. Nelle sole acque inglesi potranno operare anche 145 imbarcazioni da diporto, obbligate a rilasciare ogni esemplare. Più quota e più permessi, dunque, ma anche formazione obbligatoria, tracciabilità elettronica e comunicazione puntuale di ogni attività di pesca.

La pesca britannica del tonno rosso cresce, ma non diventa una pesca aperta. È questa la chiave della stagione iniziata ieri nel Regno Unito: l’aumento delle opportunità commerciali e ricreative viene accompagnato da limiti tecnici, obblighi di registrazione e responsabilità precise per armatori e comandanti.

Secondo la Marine Management Organisation, le imbarcazioni commerciali autorizzate possono operare nelle acque inglesi, gallesi e scozzesi. La pesca diretta resta invece esclusa nelle acque dell’Irlanda del Nord. Il programma ricreativo con cattura e rilascio riguarda esclusivamente le acque inglesi.

Il salto di scala è evidente. La quota annuale britannica di tonno rosso è passata dalle precedenti 63 tonnellate a circa 231 tonnellate per ciascuno degli anni compresi tra il 2026 e il 2028. Un aumento superiore al 260%, ottenuto attraverso i negoziati nell’ambito dell’ICCAT, la Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico.

Non tutta la disponibilità sarà però destinata alla cattura commerciale. Per la stagione 2026 sono state assegnate 120 tonnellate alla pesca professionale mirata, distribuite tra trenta imbarcazioni. Il numero delle unità autorizzate è raddoppiato rispetto al 2025 e la quota individuale è salita da tre a quattro tonnellate.

Una pesca commerciale costruita sulla piccola scala

La crescita non passa attraverso l’ingresso di grandi unità o sistemi di cattura intensivi. Possono partecipare soltanto pescherecci di lunghezza non superiore a dodici metri, autorizzati a pescare esclusivamente con canna e mulinello.

Ogni uscita deve durare meno di ventiquattro ore ed è vietato attirare i tonni attraverso la pasturazione. Le catture devono essere registrate, comunicate alle autorità e sbarcate esclusivamente nei porti britannici designati.

Nessuna vendita senza tracciabilità

Ogni tonno destinato al mercato deve essere accompagnato dal documento elettronico ICCAT, l’eBCD, che ne certifica la cattura e consente di seguirne il percorso fino alla prima commercializzazione.

Le imbarcazioni devono comunicare lo sbarco almeno quattro ore prima dell’arrivo in porto. Il prodotto può essere ceduto soltanto a operatori autorizzati e, nel caso della prima vendita, a compratori regolarmente registrati.

La disciplina ufficiale della pesca commerciale britannica lega quindi l’accesso alla quota non soltanto al possesso di una licenza, ma alla capacità di generare benefici economici e sociali attraverso una pesca considerata a basso impatto. La stagione professionale resterà aperta fino al 31 dicembre 2026.

È un’impostazione che segna un’evoluzione rispetto al 2024, quando Pesceinrete aveva raccontato l’assegnazione di 16 tonnellate di tonno rosso alla pesca ricreativa britannica. Oggi il Regno Unito prova a costruire attorno alla specie una vera attività economica costiera, mantenendo però un perimetro operativo ristretto e verificabile.

Il catch and release diventa un’attività regolata

Accanto alla pesca commerciale cresce il programma ricreativo. Per il 2026 sono stati concessi permessi a tutte le 89 imbarcazioni da charter che avevano presentato una domanda ammissibile. Altre 56 autorizzazioni sono state assegnate tramite sorteggio a imbarcazioni private.

In totale potranno quindi partecipare 145 unità, contro le 142 autorizzate nel 2025. L’aumento numerico è contenuto, ma conferma il consolidamento di un’attività capace di generare lavoro per charter, guide, porti turistici e servizi delle comunità costiere.

Il permesso non autorizza però a trattenere il pesce. Il tonno catturato non può essere issato a bordo, trasferito, sbarcato o commercializzato. Deve rimanere in acqua ed essere liberato seguendo il codice di condotta previsto dalla Marine Management Organisation per la pesca ricreativa.

Formazione e dati per ridurre la mortalità

Per ogni uscita deve essere presente almeno una persona che abbia completato la formazione obbligatoria accreditata dall’Angling Trust. Il percorso comprende moduli sul benessere del pesce, sulle corrette tecniche di manipolazione, sulla riduzione delle catture accessorie e sulla sicurezza in mare.

Tutte le uscite devono inoltre essere comunicate alla MMO entro ventiquattro ore dal rientro, anche quando non è stato catturato alcun tonno. Per ogni esemplare devono essere indicati, tra gli altri elementi, lunghezza, attrezzatura impiegata, durata del combattimento, tempo di recupero e condizioni al momento del rilascio.

I dati del 2025 spiegano perché questi obblighi non siano accessori. Le 124 imbarcazioni effettivamente attive hanno effettuato 1.362 uscite e catturato 2.666 tonni. Il 97% degli esemplari è stato rilasciato in condizioni classificate come buone o eccellenti, mentre la mortalità registrata prima del rilascio è stata dello 0,53%. Un risultato complessivamente positivo, ma sufficiente a ricordare che anche il catch and release produce un impatto che deve essere misurato e contenuto.

Andy Wills, responsabile ad interim della divisione Future Fisheries della MMO, ha definito l’avvio della stagione un passaggio importante per una pesca che dispone di “più quota e più permessi che mai”. Il punto decisivo, tuttavia, è che l’espansione continui in modo controllato, rispettando gli impegni internazionali e le misure introdotte a tutela della risorsa.

È ancora presto per presentare l’esperienza britannica come un modello compiuto. La stagione 2026 dovrà dimostrare la reale capacità di generare reddito, garantire il rispetto delle autorizzazioni e mantenere basse le mortalità nella pesca ricreativa.

L’architettura scelta è però chiara: nessuna quota senza limiti, nessuna vendita senza tracciabilità, nessuna pesca ricreativa senza formazione e dati. La vera novità non è che il Regno Unito possa pescare più tonno rosso. È che abbia deciso di far crescere la pesca senza sottrarla al controllo.

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Emilia-Romagna, quasi 2,5 milioni per ricostruire gli habitat della pesca

Emilia-Romagna, quasi 2,5 milioni per ricostruire gli habitat della pesca

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La Regione Emilia-Romagna mette a disposizione 2 milioni e 485 mila euro per finanziare interventi comunali di tutela e ripristino degli ecosistemi acquatici marini e delle acque interne. Il contributo copre il 100% delle spese ammissibili, con finanziamenti compresi tra 500 mila e 1,5 milioni di euro per progetto. Tra le opere previste figurano reef artificiali, recupero degli habitat degradati, riqualificazione dei corsi d’acqua e ripristino dei corridoi ecologici.

La pesca non si difende soltanto sostenendo le imprese quando una crisi è già esplosa. Si difende anche intervenendo prima, sulla qualità delle acque, sulla capacità degli habitat di rigenerarsi e sulla disponibilità delle risorse biologiche dalle quali dipendono le attività delle marinerie e dell’acquacoltura.

È questa la logica del nuovo bando Feampa 2026 della Regione Emilia-Romagna, approvato dalla Giunta con la deliberazione n. 1153 del 6 luglio 2026. La dotazione è di 2 milioni e 485 mila euro, destinati ai Comuni dell’Emilia-Romagna per realizzare progetti di tutela e ripristino degli ecosistemi acquatici marini e delle acque interne.

Il punto va chiarito: il bando non finanzia direttamente le imprese della pesca e dell’acquacoltura. I beneficiari sono i Comuni, chiamati a realizzare interventi pubblici capaci di produrre effetti duraturi sui territori, sulle comunità costiere e sull’intera filiera ittica regionale.

Finanziamenti al 100% per interventi strutturali

Le risorse rientrano nel Programma nazionale Feampa 2021-2027 e copriranno il 100% delle spese ammissibili. Il finanziamento previsto per ciascun progetto non potrà essere inferiore a 500 mila euro né superiore a 1,5 milioni di euro.

La scelta di destinare somme consistenti a un numero necessariamente limitato di progetti indica la volontà di privilegiare opere strutturate, non iniziative frammentarie. L’obiettivo è migliorare concretamente lo stato ecologico delle acque e ricostruire le condizioni ambientali che consentono alle risorse ittiche di svilupparsi e alle attività produttive di mantenersi nel tempo.

È un approccio che completa le misure emergenziali adottate negli ultimi anni per affrontare fenomeni come la mucillagine nell’Adriatico, la diffusione del granchio blu e la moria delle vongole in Emilia-Romagna. Emergenze diverse, ma accomunate dalla crescente vulnerabilità degli ecosistemi e delle imprese che da essi dipendono.

Reef artificiali, habitat marini e corsi d’acqua

Tra gli interventi finanziabili figurano la realizzazione di reef artificiali, il recupero e la rigenerazione degli habitat marini degradati, le opere di protezione delle aree marine e il ripristino della funzionalità ecologica dei corsi d’acqua.

Il bando comprende anche il recupero dei corridoi ecologici, il miglioramento degli habitat fluviali e la conservazione delle risorse biologiche. Potranno essere finanziate inoltre le attività preliminari necessarie alla realizzazione delle opere, comprese la progettazione, le indagini e le valutazioni tecniche e ambientali.

Non si tratta, dunque, di una misura promozionale, ma di un investimento sul capitale naturale che sostiene la pesca e l’acquacoltura. La tenuta economica della filiera dipende infatti anche dalla capacità degli ambienti marini e delle acque interne di conservare le proprie funzioni ecologiche.

Mammi: sostenere le imprese non basta

L’assessore regionale all’Agricoltura e alla Pesca, Alessio Mammi, colloca il provvedimento nel quadro delle trasformazioni che stanno investendo le marinerie emiliano-romagnole: aumento della temperatura del mare, arrivo di specie aliene, pressione sulle risorse ittiche, crescita dei costi di produzione e difficoltà competitive.

Secondo Mammi, le politiche per la pesca non possono limitarsi agli aiuti economici alle imprese, ma devono agire anche sulle condizioni che rendono possibile lo sviluppo del settore nel lungo periodo.

Investire nella qualità delle acque, nel recupero degli habitat e nella tutela della biodiversità significa aumentare la capacità della filiera di adattarsi ai cambiamenti climatici e ambientali, riducendo il rischio che ogni nuova emergenza si trasformi in una crisi produttiva.

“La sostenibilità non è un vincolo da subire, ma la leva su cui costruire una pesca moderna, capace di innovare e creare reddito”, afferma Mammi.

Una posizione che sposta il tema della sostenibilità dal terreno degli obblighi a quello della competitività. Senza acque in salute, habitat funzionali e risorse biologiche capaci di rinnovarsi, anche gli investimenti in tecnologia, innovazione e mercato rischiano infatti di poggiare su basi sempre più fragili.

Domande entro il 9 novembre 2026

Le domande dovranno essere presentate entro il 9 novembre 2026, esclusivamente tramite posta elettronica certificata, all’indirizzo territoriorurale@postacert.regione.emilia-romagna.it.

I progetti saranno selezionati attraverso una procedura a graduatoria. La valutazione terrà conto, tra gli altri elementi, della capacità degli interventi di migliorare lo stato ecologico delle acque, rafforzare la biodiversità e contribuire agli obiettivi di conservazione dei siti della rete Natura 2000 e delle aree marine protette.

Un criterio coerente con le linee guida europee sulla pesca sostenibile nei siti Natura 2000, che richiamano la necessità di integrare le attività produttive con la tutela degli habitat e delle specie protette.

Il valore del bando sta soprattutto nel riconoscere un principio spesso trascurato: il futuro della pesca non dipende soltanto dagli aiuti concessi alle imprese dopo una crisi, ma dalla capacità delle istituzioni di preservare e ricostruire gli ecosistemi prima che il danno diventi irreversibile.

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