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Approvato ieri in via definitiva alla Camera il ddl A.C. 2855, già A.S. 1624, sulla valorizzazione della risorsa mare. Tra le novità più rilevanti per il comparto ittico ci sono l’attuazione della Cisoa per i lavoratori della pesca, l’ingresso della rappresentanza del settore nelle Commissioni di riserva delle Aree marine protette e la possibilità, per il marinaio autorizzato alla pesca, di comandare navi fino a 200 tonnellate anche oltre il 20° meridiano.

Il ddl Risorsa mare chiude l’iter parlamentare
Il disegno di legge sulla valorizzazione della risorsa mare ha ottenuto il via libera definitivo della Camera. Ieri 29 aprile 2026, l’Aula di Montecitorio ha approvato il provvedimento con 149 voti favorevoli, 32 contrari e 63 astenuti, completando un iter che aveva già visto il sì del Senato in prima lettura il 25 marzo 2026, con 81 voti favorevoli, nessun contrario e 58 astensioni.
Il testo, collegato alla manovra di finanza pubblica, si compone di 37 articoli ed è inserito nel quadro del Piano del mare 2023-2025. Alla Camera è stato esaminato in sede referente dalle Commissioni riunite VIII Ambiente e IX Trasporti, che hanno concluso i lavori senza apportare modifiche al testo licenziato dal Senato, consentendo così l’approvazione definitiva da parte dell’Aula.
Il provvedimento interviene su un insieme ampio di materie: governance delle politiche del mare, zona contigua, attività subacquee, nautica da diporto, navigazione, cantieristica, pesca, lavoro marittimo, ricerca, tutela ambientale e isole minori. Per il settore ittico, tuttavia, alcuni passaggi assumono un peso particolare, perché toccano direttamente lavoro, abilitazioni professionali e rappresentanza nelle aree marine protette.
Cisoa per la pesca: l’ammortizzatore sociale atteso dal comparto
La novità di maggiore impatto per la marineria italiana riguarda l’attuazione della Cisoa per i lavoratori della pesca. Il provvedimento interviene infatti sul trattamento di integrazione salariale speciale, demandando a un decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e del Ministero dell’Agricoltura, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il compito di definire modalità applicative, condizioni e termini di accesso.
È un passaggio atteso da anni, perché prova a colmare una lacuna storica nel sistema di tutela degli operatori della pesca. Il comparto ittico è esposto a fermi obbligatori, sospensioni dell’attività, crisi di mercato, rincari dei costi, riduzione dello sforzo di pesca e difficoltà strutturali che incidono direttamente sulla continuità del reddito dei lavoratori.
La Cisoa, però, non sarà automaticamente risolutiva senza una disciplina attuativa chiara. Il punto decisivo sarà proprio il decreto chiamato a definire le causali e le modalità operative, adattando lo strumento alla specificità del lavoro in mare. La pesca, infatti, non può essere assimilata meccanicamente ad altri settori produttivi: ha tempi, rischi, vincoli e dinamiche proprie, che richiedono regole realmente applicabili alle imprese e agli equipaggi.
Accanto a questo intervento, il ddl prevede anche sgravi contributivi nel settore della pesca marittima per favorire il reimbarco dei lavoratori in caso di arresto definitivo dell’imbarcazione. È una misura che guarda a una delle fragilità più evidenti del comparto: la perdita di capacità produttiva e occupazionale che può derivare dalla demolizione delle unità da pesca.
Marinai autorizzati, nuove possibilità oltre il 20° meridiano
Sul fronte del personale di bordo arriva un’altra misura significativa. Il testo modifica i limiti di abilitazione del personale imbarcato e riconosce al marinaio autorizzato alla pesca la possibilità di assumere il comando di navi di stazza non superiore a 200 tonnellate dedite alla pesca mediterranea anche oltre il 20° meridiano.
La norma tiene conto anche dell’evoluzione tecnologica degli strumenti di ausilio alla navigazione installati a bordo delle navi da pesca. Si tratta di una semplificazione che può aprire nuove possibilità operative per le imprese impegnate in aree più ampie del Mediterraneo e che aggiorna un quadro regolatorio non sempre allineato alle esigenze reali della flotta.
Per molte marinerie, la questione delle abilitazioni non è un tema secondario. Incide sull’organizzazione degli equipaggi, sulla possibilità di programmare le campagne di pesca e sulla capacità delle imprese di operare in modo più flessibile, senza rinunciare alla sicurezza della navigazione.
La zona contigua e i nuovi confini di intervento
Tra le misure più discusse del provvedimento c’è l’autorizzazione all’istituzione della zona contigua al di fuori della fascia del mare territoriale italiano, in applicazione della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare.
La zona contigua consente allo Stato costiero di esercitare controlli oltre le acque territoriali, entro il limite massimo di 24 miglia marine dalla linea di base, per prevenire e reprimere violazioni in materia doganale, fiscale, sanitaria e di immigrazione. Il provvedimento richiama anche la tutela del patrimonio culturale subacqueo, tema legato alla Convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale sommerso.
Durante la dichiarazione di voto in Aula, la deputata Maria Grazia Frijia di Fratelli d’Italia ha rimarcato l’importanza della misura, sottolineando l’estensione della capacità di controllo dell’Italia fino a 24 miglia marine e la possibilità di intervenire in materie sensibili come dogane, fisco, immigrazione, sanità e ambiente.
Per le marinerie nazionali si apre quindi un perimetro giuridico più definito. Non si tratta solo di un tema di confini, ma di controllo, legalità, sicurezza e tutela degli interessi nazionali in mare. La piena efficacia della zona contigua dipenderà comunque dagli atti necessari alla sua concreta delimitazione e gestione, soprattutto nei casi di possibile sovrapposizione con gli spazi marittimi di altri Stati.
Aree marine protette, più spazio alla rappresentanza della pesca
Il provvedimento modifica anche la composizione delle Commissioni di riserva delle Aree marine protette. La norma prevede la partecipazione di ulteriori figure, tra cui un esperto designato dal Ministero dell’Agricoltura, un esperto designato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, un esperto indicato dalle associazioni nazionali delle cooperative e delle imprese della pesca professionale maggiormente rappresentative e un rappresentante della Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquee.
Per il comparto ittico si tratta di un passaggio significativo. La presenza della rappresentanza della pesca professionale nei luoghi in cui si discute di gestione delle Aree marine protette può favorire un confronto più diretto tra esigenze di conservazione e attività produttive. È un punto importante, perché la gestione del mare non può prescindere né dalla tutela degli ecosistemi né dal coinvolgimento di chi vive quotidianamente quegli spazi.
Il principio è quello di una maggiore partecipazione degli operatori alla costruzione delle regole. I pescatori, soprattutto nelle comunità costiere, rappresentano spesso un presidio territoriale e una fonte di conoscenza pratica del mare. Questo ruolo può contribuire a rendere più efficaci le misure di gestione, purché inserito in un quadro chiaro, trasparente e orientato alla sostenibilità.
Sul punto non sono mancate, però, voci critiche dal mondo ambientalista. Il WWF ha parlato di un passo avanti solo parziale e ha espresso preoccupazione per una tutela ambientale ritenuta ancora debole. In particolare, l’associazione ha richiamato l’esigenza di mantenere alta l’attenzione sulla protezione degli ecosistemi e sulla neutralità istituzionale nella gestione delle aree protette.
Governance: il Cipom rafforzato si apre alla ricerca
Il ddl interviene anche sulla governance nazionale delle politiche del mare. Il Comitato interministeriale per le politiche del mare viene rafforzato e si apre al contributo del Ministero dell’Università e della Ricerca, segnale di una maggiore attenzione al rapporto tra decisione politica, dati scientifici e gestione delle risorse marine.
È un passaggio importante anche per il comparto ittico. La sostenibilità della pesca non può essere costruita senza ricerca, monitoraggio degli stock, conoscenza degli habitat, valutazione degli impatti e pianificazione degli usi dello spazio marittimo. La gestione del mare richiede sempre più una lettura integrata, capace di tenere insieme attività economiche, tutela ambientale, innovazione e sicurezza.
Il rafforzamento della governance può avere effetti positivi solo se riuscirà a superare la frammentazione amministrativa che spesso caratterizza le politiche del mare. Il rischio, altrimenti, è che l’ennesimo coordinamento interministeriale resti un passaggio formale e non produca ricadute concrete per imprese, lavoratori e territori.
Subacquea, diporto e isole minori
Il ddl interviene anche sulla disciplina delle attività subacquee. Le immersioni dovranno svolgersi nel rispetto delle normative in materia di sicurezza, protezione ambientale e tutela del patrimonio culturale, con l’utilizzo di apparecchi di respirazione conformi. I soggetti che operano nel settore saranno chiamati a garantire la sicurezza degli utenti e a rispettare specifiche disposizioni operative.
È prevista anche una distanza minima non inferiore a 100 metri dai segnali di posizionamento dei subacquei. La misura punta a ridurre i rischi nelle aree frequentate contemporaneamente da imbarcazioni e praticanti, soprattutto nei tratti di costa più interessati dal turismo nautico e subacqueo.
Sul fronte della nautica, durante l’esame in Senato è stato introdotto l’obbligo, per le imbarcazioni a noleggio occasionale, di esporre su ciascuna murata un contrassegno ben visibile con la scritta “noleggio occasionale”, di dimensioni minime pari a 100 centimetri di lunghezza e 20 centimetri di altezza.
Per le unità da diporto utilizzate a fini commerciali viene introdotto l’obbligo, per le imprese di locazione e noleggio, di registrazione nell’Archivio telematico centrale. Per le unità non battenti bandiera italiana è prevista una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con i dettagli sull’imbarcazione e sui requisiti di sicurezza.
Specifiche misure sono infine dedicate alle isole minori, in considerazione della loro condizione di svantaggio economico e sociale e delle difficoltà di accesso ai servizi fondamentali. È un capitolo che richiama un tema spesso sottovalutato: nelle isole il mare non è soltanto risorsa economica o turistica, ma anche condizione materiale che incide su scuola, sanità, trasporti, approvvigionamenti e qualità della vita.
Una blue economy da oltre 216 miliardi
Il provvedimento si inserisce in un quadro economico di notevole peso. Secondo il Rapporto nazionale sull’economia del mare 2025 di Unioncamere, la blue economy italiana coinvolge 232.841 imprese e 1.089.710 occupati, con un valore aggiunto diretto pari a 76,6 miliardi di euro.
Considerando anche il valore attivato nel resto dell’economia, l’impatto complessivo arriva a 216,7 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil nazionale. Sono numeri che spiegano perché il mare non possa più essere considerato un tema settoriale o marginale. Pesca, portualità, logistica, cantieristica, turismo costiero, nautica, ricerca, energia e servizi formano un sistema economico complesso, che richiede regole chiare e una visione di lungo periodo.
Dentro questa cornice, il settore ittico conserva un ruolo particolare. Non è solo una componente produttiva della blue economy, ma anche un elemento identitario per molte comunità costiere italiane. Per questo ogni intervento normativo sulla pesca ha effetti che vanno oltre il perimetro delle imprese e coinvolgono lavoro, territori, tradizioni, mercati e sicurezza alimentare.
Tra aspettative e nodi aperti
Per la maggioranza, il ddl rappresenta un cambio di passo strategico nelle politiche del mare. La zona contigua, la Cisoa per la pesca, il rafforzamento del Cipom, le nuove norme sulla nautica e la disciplina delle attività subacquee vengono presentati come tasselli di una politica nazionale più organica.
Dall’altra parte, opposizioni e mondo ambientalista hanno evidenziato alcuni nodi aperti. Le critiche riguardano soprattutto il rischio che la valorizzazione economica della risorsa mare non sia accompagnata da una tutela ambientale altrettanto forte e strutturata. Il tema sarà centrale nella fase attuativa, quando bisognerà tradurre le norme in strumenti concreti e verificare se il nuovo quadro sarà davvero capace di tenere insieme sviluppo, lavoro e conservazione degli ecosistemi.
Per il settore ittico italiano, il provvedimento contiene comunque misure attese da tempo. La Cisoa, gli sgravi per il reimbarco, le modifiche alle abilitazioni del personale imbarcato e la maggiore rappresentanza nelle Commissioni di riserva delle Aree marine protette indicano una rinnovata attenzione istituzionale verso una filiera che da anni chiede strumenti più adeguati alla propria complessità.
La vera prova arriverà nei prossimi mesi. La portata concreta della legge dipenderà dai decreti attuativi, dalla chiarezza delle procedure, dalle risorse disponibili e dalla capacità delle amministrazioni di dialogare con imprese, lavoratori, associazioni, comunità costiere e mondo scientifico.
La valorizzazione della risorsa mare non si misurerà quindi soltanto sulla forza dei principi, ma sulla capacità di produrre effetti reali. Per la pesca, questo significa tutele più accessibili, regole più chiare, rappresentanza più efficace e strumenti capaci di accompagnare un settore fragile ma strategico dentro una fase di profonda trasformazione.

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