Mese: Agosto 2026 Pagina 1 di 19

Mitilicoltura in Puglia, cambia il calcolo degli indennizzi FEAMPA: vale la produzione 2023

Mitilicoltura in Puglia, cambia il calcolo degli indennizzi FEAMPA: vale la produzione 2023

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Le imprese pugliesi della mitilicoltura che hanno subito una contrazione produttiva a causa delle morìe potranno utilizzare la produzione commercializzata nel 2023, anziché quella del 2025, come parametro per il calcolo degli indennizzi FEAMPA. La modifica, sollecitata dalla Regione Puglia e recepita dal MASAF, evita che le perdite produttive registrate negli ultimi anni riducano anche la base utilizzata per determinare il sostegno.

Per la mitilicoltura pugliese il passaggio dal 2025 al 2023 come annualità di riferimento incide direttamente sul valore dell’indennizzo riconosciuto alle imprese.

Il problema nasce dagli effetti delle morìe che hanno interessato gli allevamenti. Per le aziende che hanno registrato forti perdite di seme e prodotto, utilizzare come parametro una produzione già compromessa avrebbe significato assumere come base di calcolo volumi non rappresentativi della normale capacità produttiva.

È su questo punto che è intervenuta la Regione Puglia nel confronto con il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.

Perché il 2023 cambia il calcolo per le aziende colpite

Il bando relativo all’Intervento 222507 – Operazione 31 prevede per le imprese dell’acquacoltura un sistema di compensazione che tiene conto anche della produzione commercializzata dall’azienda.

Il riferimento al 2025 rischiava quindi di penalizzare proprio le imprese che avevano già subito le conseguenze delle alte temperature delle acque e delle conseguenti mortalità.

Il meccanismo avrebbe potuto produrre un effetto particolarmente sfavorevole: alla perdita della produzione si sarebbe aggiunto un indennizzo calcolato su quantità eccezionalmente basse.

La possibilità di utilizzare il 2023 interviene per eliminare questa distorsione e ricostruire, per le aziende interessate, una base produttiva precedente agli eventi che hanno compromesso le campagne successive.

La deroga riguarda le imprese che documentano le morìe

Il ricorso alla produzione 2023 non riguarda indistintamente tutte le aziende acquicole.

La modifica interessa le imprese per le quali sia oggettivamente comprovato il rapporto tra la contrazione della produzione registrata nel 2024 e nel 2025 e le morìe riconducibili all’eccezionale incremento delle temperature delle acque.

La riduzione produttiva assume quindi un ruolo preciso nel meccanismo: non rappresenta il danno direttamente compensato da questo specifico bando, ma giustifica l’utilizzo di un’annualità diversa per determinare correttamente l’importo spettante all’impresa.

L’assessore regionale all’Agricoltura con delega alla Pesca, Francesco Paolicelli, ha indicato nella modifica una risposta alle aziende che hanno subito maggiormente gli effetti degli eventi climatici, evitando che la contrazione della produzione determini anche una riduzione del sostegno.

Il bando compensa i maggiori costi sostenuti dalle imprese

È importante distinguere la finalità dell’indennizzo dal motivo che ha reso necessario modificare il parametro produttivo.

Questo specifico intervento FEAMPA non nasce per risarcire le morìe dei mitili. Il sostegno riguarda i maggiori costi sostenuti dalle imprese della pesca e dell’acquacoltura a seguito della perturbazione del mercato determinata dalla crisi in Medio Oriente.

Il bando FEAMPA della Regione Puglia riguarda il periodo compreso tra il 28 febbraio e il 31 dicembre 2026 e dispone inizialmente di 800 mila euro, con possibilità di incremento nell’ambito della programmazione nazionale.

Le morìe entrano quindi nel provvedimento per una ragione differente: hanno ridotto la produzione utilizzata per calcolare la compensazione, rendendo necessario individuare per le imprese interessate un parametro più rappresentativo.

La misura si inserisce nel quadro degli interventi attivati per sostenere il settore, dopo il credito d’imposta e il riparto delle risorse FEAMPA destinate ai bandi regionali.

Il 4 settembre confronto con pesca e acquacoltura

La questione delle morìe resta intanto aperta sul piano delle politiche di sostegno al comparto.

La Regione Puglia ha convocato per il 4 settembre un tavolo con le organizzazioni della pesca e dell’acquacoltura per condividere ulteriori misure, anche alla luce delle continue ondate di caldo e delle criticità segnalate nelle aree di produzione.

Per le imprese della mitilicoltura, la novità immediata è però già definita: quando la contrazione produttiva è riconducibile alle morìe, il calcolo dell’indennizzo FEAMPA potrà fare riferimento alla produzione commercializzata nel 2023, evitando che gli effetti degli eventi ambientali incidano una seconda volta sulla capacità dell’azienda di accedere al sostegno.

 

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Cina, nel seafood cresce il peso di qualità e tracciabilità: spazio per l’Italia

Cina, nel seafood cresce il peso di qualità e tracciabilità: spazio per l’Italia

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Nel primo semestre 2026 la Cina ha importato circa 2,31 milioni di tonnellate di prodotti ittici per 10,1 miliardi di dollari. Il mercato resta fortemente competitivo, ma una parte della domanda sta attribuendo maggiore peso a qualità costante, origine, tracciabilità, praticità e riconoscibilità del prodotto. È in questi segmenti a maggiore valore aggiunto che possono aprirsi gli spazi più interessanti per la filiera ittica italiana.

La Cina rimane innanzitutto una potenza produttiva. Nel 2025 ha raggiunto 76,57 milioni di tonnellate di prodotti acquatici, il 4,1% in più rispetto all’anno precedente, di cui 63,24 milioni provenienti dall’acquacoltura.

Le importazioni non vanno quindi interpretate come la risposta a una generica insufficienza dell’offerta interna. Servono anche a integrare il mercato con specie, origini, formati e livelli di servizio differenti, destinati a consumatori e canali sempre più segmentati.

Ed è proprio questa segmentazione a rendere la Cina più interessante per le imprese italiane rispetto a una semplice lettura dei volumi importati.

Il mercato cinese diventa più selettivo

L’analisi del mercato ittico cinese pubblicata da VASEP evidenzia una maggiore attenzione verso freschezza, provenienza, tracciabilità, qualità costante, sostenibilità e certificazioni, soprattutto nei segmenti medio-alti.

Sta cambiando anche la forma del consumo. Accanto al seafood vivo e fresco, ancora molto importante soprattutto nella Cina meridionale, aumentano gli spazi per surgelati, semilavorati, prodotti puliti e porzionati, preparazioni marinate e ready-to-eat.

La praticità pesa in particolare tra i consumatori più giovani. Contemporaneamente e-commerce, piattaforme digitali e nuovi modelli distributivi stanno modificando il modo in cui il prodotto viene presentato, raccontato e acquistato.

Nel salmone questa evoluzione è già evidente. Nel primo semestre 2026 la Cina è diventata il secondo mercato complessivo dell’export ittico norvegese, dietro la Polonia e davanti agli Stati Uniti, mentre la crescita del consumo di salmone in Cina è sostenuta anche dall’espansione della distribuzione moderna e dei canali digitali.

Il prezzo resta decisivo nei prodotti di massa

La crescita dei segmenti a maggiore valore non significa però che il mercato cinese abbia smesso di essere estremamente sensibile al prezzo.

Gamberi, pangasio e numerose commodity continuano a muoversi attraverso grandi flussi internazionali, sui quali pesano costi di produzione, scala, logistica e continuità delle forniture. In queste categorie Paesi come Ecuador, India e Vietnam dispongono di strutture produttive difficilmente confrontabili con quelle italiane.

Anche il dato complessivo del primo semestre richiede cautela: le quantità importate sono aumentate del 6%, mentre il valore è cresciuto soltanto dello 0,3%. La differenza non permette di ricavare automaticamente un andamento dei prezzi, perché cambia anche la composizione dei prodotti acquistati, ma conferma l’elevata pressione competitiva.

VASEP segnala inoltre margini compressi, concorrenza crescente e consumatori ancora prudenti nella spesa.

Per l’Italia, quindi, la possibilità commerciale non nasce dalla capacità di competere su ogni segmento. Nasce dalla possibilità di selezionare quelli nei quali il prezzo non è l’unico criterio di scelta.

Dove può entrare in gioco la filiera italiana

È qui che la parola “eccellenza” deve essere utilizzata con precisione.

Non basta che un prodotto sia italiano perché abbia automaticamente un vantaggio sul mercato cinese. Il valore deve essere riconoscibile nel prodotto: qualità costante, lavorazione, sicurezza alimentare, tracciabilità, origine, presentazione, servizio e capacità di rispondere alle esigenze del canale distributivo.

Sono caratteristiche sulle quali l’industria agroalimentare italiana ha costruito nel tempo una parte importante della propria presenza internazionale.

Anche nella filiera ittica esistono competenze nella trasformazione e nella valorizzazione della materia prima: conserve e semiconserve, affumicati, marinati, preparazioni, prodotti porzionati, specialità territoriali e referenze premium.

Non significa che queste categorie abbiano automaticamente uno sbocco in Cina. Significa che l’evoluzione della domanda cinese rende più coerente una strategia basata sulla differenziazione, rispetto a una competizione fondata esclusivamente sul volume.

Un primo dato commerciale offre un’indicazione concreta.

Nei primi sei mesi del 2026 la Cina ha importato tonno per 73,782 milioni di dollari, contro 73,133 milioni nello stesso periodo del 2025: una crescita dello 0,9%.

Nello stesso periodo le forniture provenienti dall’Italia sono passate da 482 mila a 1,081 milioni di dollari, con un aumento del 124,3%.

La dimensione resta limitata: l’Italia rappresenta circa l’1,5% del valore delle importazioni cinesi di tonno considerate dalla statistica. Parlare di boom sarebbe quindi improprio.

Il confronto resta però significativo: mentre il mercato complessivo del tonno cresce meno dell’1%, il valore delle forniture italiane risulta più che raddoppiato.

La statistica disponibile non consente di identificare quali specifiche tipologie di prodotto abbiano determinato l’aumento. Non è quindi corretto attribuirlo al tonno rosso, al fresco, al congelato o alle preparazioni senza ulteriori dati.

In Cina il Made in Italy deve dimostrare il proprio valore

È probabilmente questo il punto decisivo.

Il Made in Italy diventa un vantaggio commerciale soltanto quando l’origine corrisponde a una differenza che l’importatore può riconoscere e il consumatore è disposto a pagare.

La bandiera sulla confezione non basta. Servono qualità ripetibile, sicurezza, tracciabilità, lavorazioni distintive, packaging adeguato, continuità delle forniture e conoscenza dei canali distributivi.

L’accesso al mercato richiede inoltre il rispetto delle procedure sanitarie previste per l’esportazione verso la Repubblica Popolare Cinese, comprese le condizioni applicabili agli stabilimenti e ai prodotti interessati.

La Cina non è dunque diventata improvvisamente un mercato semplice per il seafood italiano. Sta però diventando un mercato nel quale alcune caratteristiche tradizionalmente associate alle produzioni italiane acquistano maggiore rilevanza commerciale.

Il +124,3% registrato dal tonno nel primo semestre 2026 resta un dato ancora piccolo in valore assoluto e non dimostra l’esistenza di una tendenza consolidata. Offre però un primo riscontro concreto.

La vera opportunità, per la filiera italiana, non è vendere genericamente “più pesce” in Cina. È individuare quali prodotti possano essere riconosciuti e remunerati per una qualità, una lavorazione e un’identità che li distinguano dall’offerta di massa.

È lì che le eccellenze italiane possono avere un mercato.

Credito foto: Ittica Sud

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Gambero rosso, Mazara apre il cantiere 2027: quote per barca e fermo su basi scientifiche

Gambero rosso, Mazara apre il cantiere 2027: quote per barca e fermo su basi scientifiche

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A Mazara del Vallo la gestione del gambero rosso guarda già al 2027. L’incontro dello scorso 27 agosto al CNR ha fatto emergere un possibile cambio di metodo: programmare le misure prima delle scadenze, valutare quote per singola imbarcazione e costruire il fermo su dati scientifici specificamente raccolti per stabilirne il periodo più efficace. Il nodo è far coincidere tutela della risorsa, redditività delle imprese e regole più omogenee tra le marinerie che operano sugli stessi stock mediterranei.

A Mazara del Vallo il confronto sul gambero rosso ha già superato l’emergenza 2026. L’incontro promosso da Federpesca lo scorso 27 agosto nella sede del CNR ha aperto la discussione sulla gestione del prossimo anno, mettendo sul tavolo distribuzione delle possibilità di pesca, fermo biologico, selettività degli attrezzi, operatività nelle diverse GSA e reciprocità con le flotte della sponda sud del Mediterraneo.

Il punto è sostanziale: proteggere una delle risorse più importanti del Canale di Sicilia senza rendere economicamente insostenibile la flotta che da quella pesca dipende.

Al confronto hanno partecipato Graziella Romito, Direttrice generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del MASAF, Marco Mascellino per l’Assessorato regionale alla Pesca, la direttrice di Federpesca Francesca Biondo, il vicepresidente nazionale Santino Adamo, il comandante della Capitaneria di Porto Stefano Luciani e Sergio Vitale del CNR-IRBIM di Mazara del Vallo.

Quote e reciprocità: il 2027 si prepara prima dell’emergenza

Graziella Romito ha definito la sua presenza a Mazara innanzitutto una giornata di ascolto della marineria. Sforzo di pesca, giornate di attività, riduzione degli areali e sostenibilità economica sono questioni sulle quali, ha spiegato, il Ministero interviene a livello nazionale ma anche nei rapporti con la Commissione europea e nell’ambito della CGPM, la Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo.

“Il nostro impegno è fare in modo che non ci siano ulteriori restrizioni”, ha affermato Romito, richiamando la necessità che le misure di gestione non cancellino la possibilità per le imprese di produrre reddito attraverso il proprio lavoro.

La posizione non mette in discussione la tutela degli stock. Gambero rosso (Aristaeomorpha foliacea) e gambero viola (Aristeus antennatus) sono già sottoposti nel Canale di Sicilia a un piano pluriennale della CGPM per i gamberi di profondità che comprende limiti di cattura, misure spazio-temporali, controllo della capacità della flotta e interventi di conservazione.

La domanda posta a Mazara è più precisa: le restrizioni applicate producono il massimo risultato biologico possibile rispetto al costo economico sostenuto dalla flotta?

È qui che entra il tema della reciprocità.

Federpesca ha richiamato in particolare il rapporto con Tunisia e altri Paesi della sponda sud. Le risorse marine non seguono i confini amministrativi e flotte diverse possono insistere sugli stessi stock operando, però, in condizioni normative differenti.

Secondo Francesca Biondo, una forte asimmetria nelle misure rischia di produrre due effetti: penalizzare la competitività delle imprese italiane e ridurre l’efficacia complessiva degli interventi di conservazione.

Il problema della reciprocità era già emerso durante il fermo pesca nel Canale di Sicilia, quando le diverse condizioni operative tra la flotta italiana e quelle nordafricane avevano riaperto il tema dell’efficacia delle misure applicate soltanto a una parte delle marinerie.

Il confronto aperto a Mazara punta ora a portare la questione nella programmazione 2027, quando dovranno essere definite le nuove misure.

Dalla “quota indivisa” all’ipotesi di una ripartizione per barca

Uno dei passaggi più concreti dell’incontro ha riguardato la distribuzione delle possibilità di pesca.

Biondo ha descritto l’attuale meccanismo della “quota indivisa” con un’espressione immediata: “chi prima arriva meglio alloggia”.

Secondo la direttrice di Federpesca, il sistema può determinare situazioni nelle quali alcune unità utilizzano una parte consistente della disponibilità prima che altre abbiano potuto esprimere pienamente la propria capacità operativa.

Da qui l’ipotesi avanzata dalla marineria: valutare una ripartizione delle possibilità di pesca per singola imbarcazione.

Non è una decisione già presa e non esiste ancora un modello definito. Proprio la scelta dei criteri rappresenterebbe il passaggio più delicato: attività storica, investimenti realizzati, caratteristiche delle imprese, capacità operativa ed equità dovrebbero essere contemperati senza creare nuove concentrazioni o penalizzazioni.

Durante il confronto è stata chiesta anche maggiore flessibilità nell’utilizzo di eventuali possibilità disponibili nelle GSA adiacenti, le sottoaree geografiche utilizzate dalla CGPM per la gestione della pesca, e la possibilità di valutare ulteriori opportunità operative nella GSA 21.

Questioni apparentemente tecniche, ma con conseguenze economiche immediate. Per un’impresa che sostiene costi elevati di carburante, equipaggio e armamento, sapere quando, dove e quanto potrà lavorare è parte integrante della propria sostenibilità finanziaria.

Ed è proprio per evitare che queste decisioni arrivino a ridosso delle scadenze che Federpesca ha insistito sulla necessità di cominciare ora a costruire il 2027.

Fermo biologico: la scienza chiede dati costruiti per decidere quando fermarsi

Il passaggio che ha portato il confronto oltre il piano strettamente istituzionale è arrivato da Sergio Vitale del CNR-IRBIM.

La questione del fermo cambia infatti completamente se la domanda non è più soltanto “per quanti giorni fermare le barche?”, ma “in quale periodo la chiusura produce il maggiore beneficio biologico sulla risorsa?”

Vitale ha evidenziato un limite preciso: gli attuali programmi ordinari di raccolta dati sono indispensabili per il monitoraggio degli stock, ma non sono stati progettati specificamente per individuare con sufficiente robustezza scientifica il periodo biologicamente ottimale del fermo del gambero rosso.

Le campagne disponibili hanno caratteristiche e coperture temporali che non consentono, da sole, di rispondere in maniera definitiva a quella domanda.

Da qui la proposta rivolta al MASAF: realizzare un progetto scientifico ad hoc, capace di seguire la dinamica della risorsa durante l’anno e produrre una base tecnica specificamente costruita per orientare le decisioni sulle future chiusure.

È probabilmente uno degli elementi più rilevanti emersi a Mazara.

Il tema, infatti, non è necessariamente aumentare o ridurre i giorni di fermo. È capire quando quei giorni producono il massimo risultato biologico possibile.

Una chiusura collocata nel periodo corretto può aumentare l’efficacia della misura senza necessariamente aumentare il sacrificio richiesto alla flotta. Al contrario, scegliere il periodo senza informazioni sufficientemente mirate rischia di rendere meno efficiente il rapporto tra costo economico e beneficio per lo stock.

Dai 25 millimetri alla maturità: il nodo della selettività

Vitale ha aggiunto un secondo elemento che rende il quadro ancora più complesso.

Per i gamberi di profondità nelle GSA 12-16 la CGPM prevede una taglia minima di riferimento per la conservazione di 25 millimetri di lunghezza del carapace.

Secondo i dati presentati dal ricercatore a Mazara, tuttavia, la taglia alla quale il 50% degli individui raggiunge la maturità sessuale si collocherebbe intorno ai 30 millimetri per le femmine e ai 27 millimetri per i maschi.

La conseguenza è evidente: la soglia regolamentare può trovarsi al di sotto della taglia di maturità di una parte degli esemplari.

A questo si aggiunge la selettività degli attrezzi. Vitale ha osservato che anche utilizzando le maglie previste dalla normativa può essere intercettata una quota di individui che non ha ancora raggiunto la maturità.

La gestione, quindi, non può ridursi alla scelta del periodo di fermo. Chiusura temporale e selettività degli attrezzi sono due leve che devono essere valutate insieme.

I campionamenti illustrati dal CNR offrono già alcune indicazioni sulla dinamica stagionale. Nelle attività condotte mensilmente nell’area di Gela compaiono esemplari intorno ai 14-15 millimetri già a gennaio; nei mesi successivi viene osservata una progressione della crescita e tra maggio e giugno le taglie rilevate arrivano intorno ai 23-24 millimetri. Durante l’estate cambia la struttura delle taglie e aumenta anche la presenza di individui maturi.

Vitale, però, ha evitato di trasformare queste osservazioni in una conclusione che i dati disponibili non consentono ancora di sostenere.

Non ha indicato semplicemente un nuovo mese nel quale collocare il fermo. Ha chiesto di produrre le informazioni scientifiche necessarie per poterlo stabilire.

Ed è una differenza decisiva.

Sul versante economico, Romito ha inoltre annunciato che il credito d’imposta destinato a sostenere le imprese rispetto ai maggiori costi dovrebbe diventare operativo nel mese di settembre, una volta completata l’istruttoria delle domande. Il MASAF ha richiamato anche le opportunità legate agli interventi FEAMPA per gli extracosti energetici.

Federpesca ha però spinto il ragionamento oltre gli aiuti.

Carburante e costi di armamento possono essere compensati soltanto in parte. La tenuta della flotta dipenderà anche dalla capacità di aumentare il valore che resta nelle imprese.

“Non chiediamo di pescare di più ma di pescare meglio e valorizzare il prodotto”, ha sintetizzato Biondo.

Per Mazara significa lavorare contemporaneamente sulla protezione dello stock, sull’utilizzo delle possibilità di pesca, sulla selettività e sulla valorizzazione commerciale di un prodotto ad alto valore come il gambero rosso.

L’obiettivo indicato da Federpesca è fare in modo che la marineria possa incidere maggiormente sulla formazione del valore del prodotto, anziché limitarsi a subire costi crescenti e condizioni di mercato determinate altrove.

Il confronto del 27 agosto lascia quindi aperti dossier molto concreti. Distribuzione delle possibilità di pesca, collocazione biologicamente efficace del fermo, selettività degli attrezzi e reciprocità con le altre flotte mediterranee dovranno essere trasformati nei prossimi mesi in proposte operative per il 2027.

È su queste decisioni, più che sul numero dei tavoli convocati, che si misurerà la capacità di tenere insieme tutela del gambero rosso e futuro della marineria mazarese.

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Pesca UE, tre dossier chiave in PECH il 1° settembre

Pesca UE, tre dossier chiave in PECH il 1° settembre

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Martedì 1° settembre 2026, dalle 15.30 alle 18.00 a Bruxelles, la Commissione per la pesca del Parlamento europeo (PECH) affronterà tre passaggi distinti: voterà il proprio parere sul bilancio UE 2027, assisterà alla presentazione di uno studio sull’assegnazione delle opportunità di pesca negli Stati membri e discuterà con la Commissione europea dell’attuazione dell’Organizzazione comune dei mercati, con particolare attenzione a origine, tracciabilità e concorrenza leale.

Non sarà quindi una seduta chiamata ad approvare tre nuove misure per il settore. La natura dei punti all’ordine del giorno è diversa e va tenuta distinta: un voto parlamentare sul bilancio, la presentazione di un’analisi sui sistemi nazionali di assegnazione e un confronto sull’applicazione delle regole di mercato.

Per la filiera, tuttavia, i tre dossier meritano attenzione perché riguardano risorse finanziarie, accesso alle possibilità di pesca e informazioni che accompagnano il prodotto fino al mercato.

Bilancio 2027 e criteri di assegnazione delle opportunità di pesca

La riunione si aprirà con il voto sul progetto di parere relativo al bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2027, con Giuseppe Lupo (S&D, Italia) relatore per PECH.

La Commissione pesca non approverà il bilancio dell’Unione: la responsabilità della procedura è della Commissione bilanci del Parlamento europeo. PECH è chiamata invece a definire la propria posizione sugli aspetti che rientrano nelle competenze del settore pesca e acquacoltura. Il progetto di parere risulta formalmente presentato il 17 giugno 2026.

Il passaggio cade nell’ultimo esercizio del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, mentre è già aperto il confronto sulla programmazione europea successiva al 2027. Il voto offrirà quindi un’indicazione sulle priorità che la Commissione pesca intende sostenere nell’ultima annualità dell’attuale ciclo finanziario.

Nella stessa seduta sarà presentato il nuovo studio commissionato dal Parlamento europeo sull’assegnazione delle opportunità di pesca nell’UE.

Il punto richiede una distinzione essenziale: non si discuterà della fissazione di nuovi TAC o della quantità complessiva di risorse attribuita a ciascuno Stato. Lo studio analizza come i 22 Stati membri costieri distribuiscono al proprio interno quote, sforzo di pesca e altri diritti di accesso una volta disponibili.

Le catture storiche restano il criterio dominante

È qui che emerge uno degli elementi più significativi della ricerca. Ventuno dei 22 Stati membri costieri analizzati utilizzano le catture storiche tra i criteri di assegnazione e, nelle ponderazioni comunicate dagli Stati, la componente storica rappresenta complessivamente circa due terzi del peso attribuito ai criteri.

Il dato non rende illegittimo il ricorso alla storicità. L’articolo 17 della Politica comune della pesca prevede che gli Stati utilizzino criteri trasparenti e oggettivi, anche di carattere ambientale, sociale ed economico, e cita tra gli elementi utilizzabili anche le catture storiche. La questione posta dallo studio riguarda piuttosto quanto i sistemi nazionali si siano effettivamente evoluti dopo l’introduzione dell’articolo 17.

Secondo l’analisi, la storicità continua infatti a occupare una posizione dominante, mentre i criteri ambientali, sociali ed economici hanno generalmente un peso inferiore. Lo studio evidenzia anche un problema di trasparenza dei risultati: 17 Stati dichiarano livelli elevati di trasparenza del processo, ma soltanto due dispongono di un registro pubblico completo che collega specifiche opportunità di pesca alle singole licenze.

Per il Mediterraneo c’è poi un elemento particolarmente importante. Parlare soltanto di “quote” sarebbe riduttivo: in questa area assumono un ruolo rilevante licenze, sistemi collettivi e regimi basati sullo sforzo di pesca. Lo stesso studio raccomanda che le future analisi europee tengano maggiormente conto di questi meccanismi.

OCM, il confronto su origine, tracciabilità e concorrenza leale

Intorno alle 17.00 PECH passerà all’attuazione del Regolamento (UE) n. 1379/2013 sull’Organizzazione comune dei mercati dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura (OCM), con la partecipazione di un rappresentante della Commissione europea.

L’agenda individua tre temi precisi: etichettatura di origine, tracciabilità e concorrenza leale.

Anche in questo caso è necessario delimitare correttamente la portata dell’appuntamento. Il 1° settembre non è prevista l’approvazione di una riforma dell’OCM. Si tratterà di un confronto sull’attuazione delle regole esistenti e sulle criticità che interessano il mercato europeo dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura.

Il tema dell’origine riguarda direttamente la qualità delle informazioni fornite al consumatore e la possibilità di distinguere correttamente prodotti con provenienze, metodi di produzione e percorsi commerciali differenti. Quello della concorrenza leale tocca invece il rapporto tra regole applicate agli operatori europei e condizioni alle quali i prodotti vengono immessi sul mercato dell’Unione.

La tracciabilità rappresenta il punto di collegamento più operativo tra queste esigenze: sapere quale prodotto sta circolando, da dove proviene e quali informazioni lo accompagnano lungo la catena significa rendere verificabili le dichiarazioni presenti sul mercato.

La tracciabilità digitale è già entrata nella fase operativa

Il confronto arriva mentre la riforma del sistema europeo di controllo della pesca sta già modificando gli obblighi lungo la filiera.

Per i prodotti della pesca e dell’acquacoltura compresi nel capitolo 3 della Nomenclatura combinata, il nuovo articolo 58 prevede che le informazioni minime di tracciabilità siano registrate dagli operatori e rese disponibili digitalmente al soggetto al quale viene fornito il prodotto e, su richiesta, alle autorità competenti. La riforma europea del controllo è entrata in vigore nel 2024, con una parte rilevante delle nuove disposizioni applicabile dal 2026.

Per i prodotti trasformati delle voci 1604 e 1605, che comprendono preparazioni e conserve di pesce, crostacei e molluschi, il regolamento segue invece un percorso differente: la Commissione deve definire mediante atti delegati le prescrizioni dettagliate di tracciabilità, comprese quelle relative ai sistemi digitali, che si applicheranno dal 10 gennaio 2029.

OCM e regolamento sul controllo restano strumenti giuridici distinti. Il loro punto di contatto, però, è concreto: origine dichiarata, identificazione del prodotto e disponibilità dei dati lungo la filiera incidono sulla trasparenza del mercato e sulle condizioni nelle quali gli operatori competono.

La seduta del 1° settembre dovrà quindi essere letta su tre livelli differenti. Dal voto sul bilancio emergeranno le priorità che PECH intende portare nella procedura per il 2027; dalla presentazione dello studio sarà possibile capire quale spazio politico troverà il tema dei criteri con cui gli Stati distribuiscono le opportunità di pesca; dal confronto sull’OCM potranno arrivare indicazioni sull’approccio della Commissione europea a origine, tracciabilità e concorrenza.

Il passaggio successivo sarà verificare cosa emergerà concretamente dalla riunione: soprattutto sull’assegnazione delle opportunità di pesca e sull’OCM, dove eventuali indicazioni della Commissione o richieste dei deputati potrebbero aprire nuovi sviluppi per la filiera.

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Mitili, moria negli allevamenti dell’Emilia-Romagna: parte la conta dei danni

Mitili, moria negli allevamenti dell’Emilia-Romagna: parte la conta dei danni

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Una diffusa moria di mitili sta interessando gli allevamenti dell’Emilia-Romagna. Le prime segnalazioni arrivano dalle organizzazioni della cooperazione, che indicano nelle elevate temperature e nelle conseguenti condizioni critiche dell’ambiente marino i principali fattori associati al fenomeno. La Regione ha avviato una ricognizione per accertarne le cause, misurare le perdite produttive e verificare quali strumenti di sostegno possano essere attivati.

A segnalare le mortalità sono Agci Emilia-Romagna, Confcooperative Agroalimentare e Pesca Emilia-Romagna e Legacoop Emilia-Romagna, sulla base delle evidenze raccolte tra le imprese del comparto.

La situazione è stata resa nota dalla Regione Emilia-Romagna, che ha coinvolto i servizi territoriali competenti per definire dimensione e caratteristiche del fenomeno.

Al momento non esiste ancora una stima ufficiale della produzione compromessa né del valore economico delle perdite. Ed è proprio questa quantificazione a rappresentare il passaggio decisivo per l’eventuale attivazione di interventi straordinari.

Danni e perdite produttive, avviata la ricognizione

Gli uffici regionali hanno fornito alle imprese le indicazioni necessarie per documentare quanto sta accadendo, anche attraverso l’interlocuzione con l’azienda sanitaria territorialmente competente.

L’obiettivo è ricostruire con precisione l’entità delle mortalità, le perdite di prodotto allevato e le conseguenze economiche per le aziende coinvolte.

“La priorità, in questa fase, è completare rapidamente la ricognizione e disporre di tutti gli elementi utili per valutare successivamente gli strumenti di intervento più adeguati”, ha dichiarato l’assessore regionale all’Agricoltura e alla Pesca Alessio Mammi.

Non è quindi ancora definito un sostegno economico. Prima dovrà essere costruito un quadro documentato del danno e, sulla base degli esiti, verificata la possibilità di ricorrere alle misure disponibili.

Temperature elevate sotto osservazione, ma le cause vanno accertate

Il comunicato regionale associa il fenomeno alle elevate temperature registrate e alle condizioni particolarmente critiche degli habitat marini, ma gli stessi uffici stanno procedendo agli accertamenti necessari per determinarne le cause.

La distinzione è rilevante: lo stress termico rappresenta il principale elemento indicato nelle segnalazioni, ma non è ancora disponibile un accertamento conclusivo che permetta di attribuire alla temperatura, da sola, le mortalità osservate nei diversi allevamenti.

In ambiente marino, infatti, temperatura, disponibilità di ossigeno e condizioni locali della colonna d’acqua possono interagire e determinare situazioni differenti anche tra aree relativamente vicine. Per valutare l’impatto sulle produzioni sarà quindi necessario partire dalle condizioni effettivamente riscontrate negli impianti interessati.

Per la mitilicoltura un’altra criticità dopo anni difficili

La nuova emergenza arriva in una fase già complessa per la molluschicoltura emiliano-romagnola.

Negli ultimi anni le imprese hanno dovuto confrontarsi con la proliferazione del granchio blu, con fenomeni di mucillagine e con episodi di ipossia e anossia, cioè una forte riduzione o assenza di ossigeno nelle acque.

Problemi diversi per origine e dinamica, ma accomunati dalla capacità di incidere sulla produzione e sulla redditività delle aziende. Nel 2025 erano già state introdotte in Emilia-Romagna misure di sostegno alle imprese ittiche colpite dalla mucillagine, dopo le difficoltà registrate lungo la costa adriatica.

La successione di eventi critici assume un peso particolare per attività come la mitilicoltura, nelle quali la perdita del prodotto allevato non si esaurisce nel mancato ricavo immediato, ma può modificare programmazione produttiva, investimenti e capacità di garantire continuità all’attività.

Dalla quantificazione del danno dipenderanno gli interventi

Per le imprese coinvolte, il prossimo passaggio sarà quindi soprattutto economico e amministrativo.

La ricognizione dovrà stabilire quanto prodotto sia stato perso, quali allevamenti siano stati colpiti e quale sia il danno effettivamente documentabile. Solo dopo sarà possibile verificare la presenza dei presupposti necessari per eventuali misure straordinarie.

La Regione ha annunciato che manterrà aperto il confronto con associazioni e imprese. Il dato decisivo, adesso, sarà quello che emergerà dalla conta dei danni: servirà a capire quanto la moria abbia inciso realmente sulla campagna produttiva e quale risposta potrà essere messa in campo per la mitilicoltura emiliano-romagnola.

 

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