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La pesca siciliana non chiede soltanto nuovi sostegni economici, ma una strategia capace di restituire competitività al settore. Dal confronto di Mazara del Vallo sono emerse quattro priorità: regole più omogenee nel Mediterraneo, rinnovo della flotta, riconoscimento del lavoro usurante e maggiore tutela delle marinerie italiane nei tavoli europei e internazionali.
La crisi della pesca siciliana non può più essere affrontata come una successione di emergenze. Bonus, ristori e misure temporanee possono attenuare le difficoltà, ma non risolvono gli squilibri che da anni comprimono la redditività delle imprese, riducono la capacità operativa delle flotte e allontanano le nuove generazioni dal lavoro in mare.
È il messaggio emerso al Cine Teatro Rivoli di Mazara del Vallo durante il workshop “Sicilia snodo del Mediterraneo. La competitività della pesca”, organizzato da Agripesca con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, nell’ambito del Programma nazionale triennale della pesca e dell’acquacoltura, annualità 2026.
Ad aprire i lavori è stato Marco Pedol, di EM Associates, con un’analisi tecnica sui numeri e sulle dinamiche della pesca e dell’acquacoltura italiane.
Presenti, tra gli altri, Domenico Leone, presidente di Agripesca Sicilia; Giovanni Cucchiara, dirigente generale del Dipartimento regionale della Pesca mediterranea; Graziella Romito, direttrice generale della Direzione generale della Pesca marittima e dell’Acquacoltura; e il senatore Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e Difesa del Senato.
A moderare il confronto è stato Toni Scilla, direttore nazionale di Agripesca.
Un Mediterraneo, regole profondamente diverse
La competitività della pesca siciliana si misura oggi all’interno di un bacino condiviso da flotte che operano secondo condizioni normative, economiche e sociali molto differenti.
Le imprese europee sono sottoposte a limiti alle giornate di pesca, fermi biologici, obblighi tecnici, controlli e costi crescenti. Sulle altre sponde del Mediterraneo, tuttavia, non sempre vigono misure equivalenti.
Il problema non è mettere in discussione la tutela delle risorse marine. Il punto è comprendere se una politica ambientale applicata soltanto a una parte delle flotte possa produrre risultati reali sull’intero ecosistema.
Quando lo sforzo di pesca viene ridotto esclusivamente sul versante europeo, il rischio è che il pescato mancante venga sostituito da produzioni provenienti da Paesi sottoposti a regole meno restrittive. Quel prodotto non resta fuori dal mercato europeo, ma arriva negli stessi canali commerciali nei quali operano le imprese italiane.
La sostenibilità rischia così di trasformarsi in un costo sostenuto quasi esclusivamente dalle marinerie comunitarie, senza determinare una riduzione proporzionata della pressione complessiva sulle risorse.
La partita che comincia sul 30-0
Domenico Leone ha descritto lo squilibrio competitivo attraverso una metafora sportiva: la pesca siciliana affronta ogni partita come un tennista costretto a iniziare ciascun game sul 30-0 per l’avversario.
Le imprese possono recuperare parte dello svantaggio grazie alla professionalità degli equipaggi, alla conoscenza del mare, alla qualità del pescato e alla capacità di adattarsi. Nessuna competenza, però, può compensare indefinitamente differenze strutturali nei costi, nei controlli e nelle possibilità operative.
“Il Mediterraneo è un mare unico. Non possiamo prevedere regole valide soltanto per alcune coste e non per altre”, ha sottolineato il presidente di Agripesca Sicilia.
Da qui la richiesta di portare il principio della reciprocità dentro le politiche della pesca. Non soltanto prodotti e mercati comuni, ma anche responsabilità, controlli e condizioni operative progressivamente comparabili tra i diversi Paesi rivieraschi.
Leone ha inoltre contestato una gestione del settore fondata prevalentemente su aiuti temporanei.
“La pesca è come un naufrago in alto mare. Dargli ogni tanto una boccata d’acqua o d’ossigeno significa soltanto prolungarne l’agonia. Bisogna andare a prenderlo e portarlo fuori dalle acque gelide della crisi”.
L’immagine restituisce la distanza tra l’emergenza e la programmazione. Gli interventi economici restano necessari quando le imprese si trovano in difficoltà, ma non possono sostituire una strategia capace di indicare quale pesca l’Italia intenda costruire nei prossimi dieci o vent’anni.
Le aziende hanno bisogno di conoscere le prospettive dei diversi segmenti della flotta, le possibilità di investimento, le condizioni per innovare e gli strumenti attraverso i quali recuperare redditività.
Senza una prospettiva riconoscibile diventa difficile anche affrontare il ricambio generazionale. Un giovane non sceglie un settore raccontato esclusivamente attraverso crisi, demolizioni, riduzioni e sacrifici. La pesca può tornare attrattiva soltanto se offre reddito, formazione, sicurezza e una possibilità concreta di costruire il proprio futuro.

Flotta, lavoro e presenza italiana nel Mediterraneo
Con l’intervento del senatore Maurizio Gasparri, la crisi della pesca è stata ricondotta anche alla sua dimensione geopolitica.
Nel Mediterraneo centrale, l’attività delle flotte italiane si intreccia con la politica estera, la sicurezza degli equipaggi, i rapporti con i Paesi rivieraschi, la delimitazione degli areali e la capacità dell’Italia di difendere la propria presenza economica.
Gasparri ha richiamato in particolare la complessità della situazione libica, segnata dalla presenza di differenti autorità e aree di influenza. Una condizione che rende più difficile costruire interlocuzioni stabili e definire condizioni certe per le attività dei pescherecci italiani.
Il senatore ha riferito che sarà approfondito in sede parlamentare il documento predisposto da Agripesca e consegnato in occasione del workshop: una fotografia tecnica dello stato del settore, delle difficoltà incontrate dalle marinerie e delle principali questioni che incidono sulla competitività della pesca italiana.
Il materiale sarà esaminato nell’ambito della Commissione Affari esteri e Difesa, anche per valutare possibili iniziative sui temi che coinvolgono i rapporti internazionali, gli areali di pesca e le condizioni operative delle flotte italiane.
Mazara del Vallo, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto una città storicamente legata alla pesca. Il progressivo indebolimento della sua marineria è il segnale di una fragilità che riguarda il sistema nazionale e la presenza italiana nel Mediterraneo.
Tra le priorità indicate da Gasparri figura il rinnovo della flotta.
“La flotta è vecchia e bisogna trovare gli strumenti per modernizzarla con nuove tecnologie”, ha affermato.
Imbarcazioni più moderne non significano soltanto maggiore produttività. Significano sicurezza per gli equipaggi, minori consumi, migliori condizioni di lavoro e una maggiore capacità di adottare tecnologie per la selettività degli attrezzi, il controllo delle attività e la tracciabilità delle catture.
Chiedere alle imprese di affrontare la transizione ambientale senza consentire loro di sostituire o ammodernare mezzi ormai anziani rischia di rendere il cambiamento economicamente insostenibile.
La seconda priorità riguarda il riconoscimento della natura usurante del lavoro a bordo.
L’attività in mare comporta turni notturni, lunghi periodi lontano da casa, esposizione alle condizioni meteorologiche e livelli di rischio e affaticamento che richiedono tutele previdenziali coerenti con la specificità del mestiere.
“Su flotta e lavoro usurante dobbiamo fare di più e arrivare a risultati”, ha dichiarato Gasparri.
Il riconoscimento del lavoro usurante rappresenterebbe anche uno strumento per restituire dignità e attrattività alla professione, contribuendo ad affrontare la crescente carenza di personale.
Netta anche la posizione sull’Europa, chiamata a essere “madre e non matrigna” dei propri popoli. L’Unione deve continuare a indicare standard ambientali e sociali elevati, ma deve anche pretendere condizioni equivalenti per le produzioni che entrano nel mercato europeo.
Non è sostenibile imporre vincoli sempre più stringenti alle imprese comunitarie e accettare contemporaneamente la concorrenza di operatori che non rispettano gli stessi obblighi. Senza reciprocità, la sostenibilità perde credibilità e si trasforma in uno svantaggio competitivo.
Scilla tira le fila: il Mediterraneo non è l’Atlantico
A ricomporre i diversi passaggi del confronto è stato Toni Scilla, che nella parte conclusiva ha riportato il dibattito alla necessità di riconoscere la specificità della pesca mediterranea.
Una specificità che non può essere interpretata come la richiesta di privilegi territoriali o deroghe indiscriminate. Nel Mediterraneo convivono pesca artigianale, palangaro, strascico e pesca d’altura: attività profondamente differenti per dimensioni, tempi operativi, caratteristiche economiche e prospettive.
“È assurdo che tutti i regolamenti comunitari partano come se l’unica pesca esistente fosse quella atlantica e oceanica”, ha affermato Scilla. “Esiste anche la pesca mediterranea, una pesca importante che deve essere sostenuta e rilanciata”.
Scilla ha richiamato anche la questione del fermo biologico e la necessità di costruire regole condivise con gli altri Paesi che operano nello stesso bacino.
Il principio è semplice: se in alcune aree le flotte possono continuare a pescare mentre quelle europee restano ferme, il risultato ambientale rischia di essere vanificato e quello economico di tradursi in un vantaggio per i concorrenti.
Per questo, secondo Scilla, la rappresentanza italiana deve presentarsi con maggiore forza nei tavoli che contano, a partire dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, sostenuta da una marineria pronta a partecipare e a difendere le proprie ragioni.
Il workshop di Mazara non ha consegnato al settore soluzioni immediate. Ha però definito una linea chiara: la pesca mediterranea non può essere governata attraverso modelli elaborati esclusivamente sulle caratteristiche dell’Atlantico; la sostenibilità deve essere costruita su regole realmente condivise; le imprese devono poter rinnovare le imbarcazioni; il lavoro in mare deve ricevere tutele adeguate.
La pesca siciliana non chiede di essere mantenuta artificialmente in vita. Chiede di poter tornare a competere, investire e garantire un futuro alle proprie marinerie.

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