Mese: Luglio 2026 Pagina 1 di 10

Pesca mediterranea, da Mazara una linea comune: regole eque, flotta nuova e lavoro tutelato

Pesca mediterranea, da Mazara una linea comune: regole eque, flotta nuova e lavoro tutelato

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La pesca siciliana non chiede soltanto nuovi sostegni economici, ma una strategia capace di restituire competitività al settore. Dal confronto di Mazara del Vallo sono emerse quattro priorità: regole più omogenee nel Mediterraneo, rinnovo della flotta, riconoscimento del lavoro usurante e maggiore tutela delle marinerie italiane nei tavoli europei e internazionali.

La crisi della pesca siciliana non può più essere affrontata come una successione di emergenze. Bonus, ristori e misure temporanee possono attenuare le difficoltà, ma non risolvono gli squilibri che da anni comprimono la redditività delle imprese, riducono la capacità operativa delle flotte e allontanano le nuove generazioni dal lavoro in mare.

È il messaggio emerso al Cine Teatro Rivoli di Mazara del Vallo durante il workshop “Sicilia snodo del Mediterraneo. La competitività della pesca”, organizzato da Agripesca con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, nell’ambito del Programma nazionale triennale della pesca e dell’acquacoltura, annualità 2026.

Ad aprire i lavori è stato Marco Pedol, di EM Associates, con un’analisi tecnica sui numeri e sulle dinamiche della pesca e dell’acquacoltura italiane.

Presenti, tra gli altri, Domenico Leone, presidente di Agripesca Sicilia; Giovanni Cucchiara, dirigente generale del Dipartimento regionale della Pesca mediterranea; Graziella Romito, direttrice generale della Direzione generale della Pesca marittima e dell’Acquacoltura; e il senatore Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e Difesa del Senato.

A moderare il confronto è stato Toni Scilla, direttore nazionale di Agripesca.

Un Mediterraneo, regole profondamente diverse

La competitività della pesca siciliana si misura oggi all’interno di un bacino condiviso da flotte che operano secondo condizioni normative, economiche e sociali molto differenti.

Le imprese europee sono sottoposte a limiti alle giornate di pesca, fermi biologici, obblighi tecnici, controlli e costi crescenti. Sulle altre sponde del Mediterraneo, tuttavia, non sempre vigono misure equivalenti.

Il problema non è mettere in discussione la tutela delle risorse marine. Il punto è comprendere se una politica ambientale applicata soltanto a una parte delle flotte possa produrre risultati reali sull’intero ecosistema.

Quando lo sforzo di pesca viene ridotto esclusivamente sul versante europeo, il rischio è che il pescato mancante venga sostituito da produzioni provenienti da Paesi sottoposti a regole meno restrittive. Quel prodotto non resta fuori dal mercato europeo, ma arriva negli stessi canali commerciali nei quali operano le imprese italiane.

La sostenibilità rischia così di trasformarsi in un costo sostenuto quasi esclusivamente dalle marinerie comunitarie, senza determinare una riduzione proporzionata della pressione complessiva sulle risorse.

La partita che comincia sul 30-0

Domenico Leone ha descritto lo squilibrio competitivo attraverso una metafora sportiva: la pesca siciliana affronta ogni partita come un tennista costretto a iniziare ciascun game sul 30-0 per l’avversario.

Le imprese possono recuperare parte dello svantaggio grazie alla professionalità degli equipaggi, alla conoscenza del mare, alla qualità del pescato e alla capacità di adattarsi. Nessuna competenza, però, può compensare indefinitamente differenze strutturali nei costi, nei controlli e nelle possibilità operative.

“Il Mediterraneo è un mare unico. Non possiamo prevedere regole valide soltanto per alcune coste e non per altre”, ha sottolineato il presidente di Agripesca Sicilia.

Da qui la richiesta di portare il principio della reciprocità dentro le politiche della pesca. Non soltanto prodotti e mercati comuni, ma anche responsabilità, controlli e condizioni operative progressivamente comparabili tra i diversi Paesi rivieraschi.

Leone ha inoltre contestato una gestione del settore fondata prevalentemente su aiuti temporanei.

“La pesca è come un naufrago in alto mare. Dargli ogni tanto una boccata d’acqua o d’ossigeno significa soltanto prolungarne l’agonia. Bisogna andare a prenderlo e portarlo fuori dalle acque gelide della crisi”.

L’immagine restituisce la distanza tra l’emergenza e la programmazione. Gli interventi economici restano necessari quando le imprese si trovano in difficoltà, ma non possono sostituire una strategia capace di indicare quale pesca l’Italia intenda costruire nei prossimi dieci o vent’anni.

Le aziende hanno bisogno di conoscere le prospettive dei diversi segmenti della flotta, le possibilità di investimento, le condizioni per innovare e gli strumenti attraverso i quali recuperare redditività.

Senza una prospettiva riconoscibile diventa difficile anche affrontare il ricambio generazionale. Un giovane non sceglie un settore raccontato esclusivamente attraverso crisi, demolizioni, riduzioni e sacrifici. La pesca può tornare attrattiva soltanto se offre reddito, formazione, sicurezza e una possibilità concreta di costruire il proprio futuro.

Flotta, lavoro e presenza italiana nel Mediterraneo

Con l’intervento del senatore Maurizio Gasparri, la crisi della pesca è stata ricondotta anche alla sua dimensione geopolitica.

Nel Mediterraneo centrale, l’attività delle flotte italiane si intreccia con la politica estera, la sicurezza degli equipaggi, i rapporti con i Paesi rivieraschi, la delimitazione degli areali e la capacità dell’Italia di difendere la propria presenza economica.

Gasparri ha richiamato in particolare la complessità della situazione libica, segnata dalla presenza di differenti autorità e aree di influenza. Una condizione che rende più difficile costruire interlocuzioni stabili e definire condizioni certe per le attività dei pescherecci italiani.

Il senatore ha riferito che sarà approfondito in sede parlamentare il documento predisposto da Agripesca e consegnato in occasione del workshop: una fotografia tecnica dello stato del settore, delle difficoltà incontrate dalle marinerie e delle principali questioni che incidono sulla competitività della pesca italiana.

Il materiale sarà esaminato nell’ambito della Commissione Affari esteri e Difesa, anche per valutare possibili iniziative sui temi che coinvolgono i rapporti internazionali, gli areali di pesca e le condizioni operative delle flotte italiane.

Mazara del Vallo, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto una città storicamente legata alla pesca. Il progressivo indebolimento della sua marineria è il segnale di una fragilità che riguarda il sistema nazionale e la presenza italiana nel Mediterraneo.

Tra le priorità indicate da Gasparri figura il rinnovo della flotta.

“La flotta è vecchia e bisogna trovare gli strumenti per modernizzarla con nuove tecnologie”, ha affermato.

Imbarcazioni più moderne non significano soltanto maggiore produttività. Significano sicurezza per gli equipaggi, minori consumi, migliori condizioni di lavoro e una maggiore capacità di adottare tecnologie per la selettività degli attrezzi, il controllo delle attività e la tracciabilità delle catture.

Chiedere alle imprese di affrontare la transizione ambientale senza consentire loro di sostituire o ammodernare mezzi ormai anziani rischia di rendere il cambiamento economicamente insostenibile.

La seconda priorità riguarda il riconoscimento della natura usurante del lavoro a bordo.

L’attività in mare comporta turni notturni, lunghi periodi lontano da casa, esposizione alle condizioni meteorologiche e livelli di rischio e affaticamento che richiedono tutele previdenziali coerenti con la specificità del mestiere.

“Su flotta e lavoro usurante dobbiamo fare di più e arrivare a risultati”, ha dichiarato Gasparri.

Il riconoscimento del lavoro usurante rappresenterebbe anche uno strumento per restituire dignità e attrattività alla professione, contribuendo ad affrontare la crescente carenza di personale.

Netta anche la posizione sull’Europa, chiamata a essere “madre e non matrigna” dei propri popoli. L’Unione deve continuare a indicare standard ambientali e sociali elevati, ma deve anche pretendere condizioni equivalenti per le produzioni che entrano nel mercato europeo.

Non è sostenibile imporre vincoli sempre più stringenti alle imprese comunitarie e accettare contemporaneamente la concorrenza di operatori che non rispettano gli stessi obblighi. Senza reciprocità, la sostenibilità perde credibilità e si trasforma in uno svantaggio competitivo.

Scilla tira le fila: il Mediterraneo non è l’Atlantico

A ricomporre i diversi passaggi del confronto è stato Toni Scilla, che nella parte conclusiva ha riportato il dibattito alla necessità di riconoscere la specificità della pesca mediterranea.

Una specificità che non può essere interpretata come la richiesta di privilegi territoriali o deroghe indiscriminate. Nel Mediterraneo convivono pesca artigianale, palangaro, strascico e pesca d’altura: attività profondamente differenti per dimensioni, tempi operativi, caratteristiche economiche e prospettive.

“È assurdo che tutti i regolamenti comunitari partano come se l’unica pesca esistente fosse quella atlantica e oceanica”, ha affermato Scilla. “Esiste anche la pesca mediterranea, una pesca importante che deve essere sostenuta e rilanciata”.

Scilla ha richiamato anche la questione del fermo biologico e la necessità di costruire regole condivise con gli altri Paesi che operano nello stesso bacino.

Il principio è semplice: se in alcune aree le flotte possono continuare a pescare mentre quelle europee restano ferme, il risultato ambientale rischia di essere vanificato e quello economico di tradursi in un vantaggio per i concorrenti.

Per questo, secondo Scilla, la rappresentanza italiana deve presentarsi con maggiore forza nei tavoli che contano, a partire dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, sostenuta da una marineria pronta a partecipare e a difendere le proprie ragioni.

Il workshop di Mazara non ha consegnato al settore soluzioni immediate. Ha però definito una linea chiara: la pesca mediterranea non può essere governata attraverso modelli elaborati esclusivamente sulle caratteristiche dell’Atlantico; la sostenibilità deve essere costruita su regole realmente condivise; le imprese devono poter rinnovare le imbarcazioni; il lavoro in mare deve ricevere tutele adeguate.

La pesca siciliana non chiede di essere mantenuta artificialmente in vita. Chiede di poter tornare a competere, investire e garantire un futuro alle proprie marinerie.

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Romito in Sicilia: “La pesca deve tornare a vivere del proprio lavoro”

Romito in Sicilia: “La pesca deve tornare a vivere del proprio lavoro”

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La pesca italiana non può continuare a essere governata attraverso ristori, crediti d’imposta e interventi emergenziali. Questi strumenti restano necessari, ma non possono sostituire una programmazione capace di restituire reddito, attrattività e futuro al settore. È il messaggio portato a Mazara del Vallo da Graziella Romito, direttrice generale della Direzione generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del Masaf, intervenuta al workshop “Sicilia snodo del Mediterraneo. La competitività della Pesca”, organizzato da Agripesca. Un intervento partito dalla distanza tra istituzioni e piccoli operatori e arrivato al cuore della sfida: costruire la pesca del dopo 2027 insieme a chi vive e lavora in mare.

Una scusa prima delle misure

Ha cominciato da una scusa.

Non da un fondo, da un provvedimento o da una promessa. Graziella Romito ha scelto di rispondere direttamente a un piccolo armatore che aveva denunciato la lontananza del Ministero, il silenzio degli uffici e la sensazione che l’attenzione delle istituzioni finisca troppo spesso per concentrarsi sui soggetti più grandi e organizzati.

La direttrice generale non ha aggirato la contestazione e non si è rifugiata nel linguaggio dell’amministrazione.

“Le istituzioni sbagliano, non siamo impeccabili. Se gli uffici per tutto questo tempo non le hanno risposto, a nome dell’ufficio mi scuso”.

Poche parole, sufficienti a cambiare il tono del confronto. Perché il problema sollevato dall’armatore non riguardava soltanto una richiesta rimasta inevasa. Riguardava la distanza che molti piccoli operatori avvertono tra il proprio lavoro quotidiano e i luoghi nei quali vengono costruite le politiche della pesca.

Al Ministero arrivano dati, relazioni e informazioni generali. La pesca reale, però, è fatta di imbarcazioni, famiglie, giornate ferme, costi che aumentano, mercati che cambiano e provvedimenti che non producono gli stessi effetti in ogni porto.

Romito ha spiegato che proprio per questo sta incontrando le marinerie e visitando i territori. Prima di predisporre nuovi interventi e fornire alla parte politica gli elementi sui quali decidere, occorre conoscere direttamente le condizioni di chi vive e lavora nel settore.

“Se non conosco le persone, non conosco le situazioni e posso sbagliare”, ha riconosciuto.

È una frase che contiene già un metodo. Anche una misura tecnicamente corretta può risultare incompleta o squilibrata quando viene costruita senza comprendere fino in fondo i fabbisogni dei destinatari.

La direttrice ha parlato di circa 12 mila operatori. Conoscerne individualmente ogni storia è impossibile. Ascoltare i territori, raccogliere le criticità e trasformarle in una sintesi utile alla programmazione è invece un dovere.

“La mia porta è sempre aperta”, ha assicurato, invitando armatori e pescatori a rappresentare problemi, ritardi e mancate risposte.

Non tutto potrà essere risolto immediatamente. I provvedimenti hanno tempi amministrativi e politici. Ma le esigenze raccolte nei territori, ha spiegato, dovranno entrare nelle valutazioni del Ministero e accompagnare la costruzione delle prossime misure.

Politiche nazionali, risposte diverse per ogni marineria

Essere il Ministero di tutta Italia, ha chiarito Romito, non significa applicare la stessa politica a tutte le flotte.

Significa costruire un quadro nazionale capace di riconoscere le differenze tra marinerie, sistemi produttivi, specie pescate, areali e dimensioni delle imprese. Le esigenze della pesca costiera non coincidono con quelle della pesca d’altura. I problemi di un piccolo armatore non sono gli stessi di un’impresa più strutturata. Le condizioni del Mediterraneo non possono essere affrontate con strumenti indistinti.

In questo quadro, il peso della pesca siciliana e le peculiarità delle sue marinerie richiedono risposte calibrate. Per questo il Ministero, ha assicurato Romito, continuerà a lavorare in stretto raccordo con le Regioni e con la Regione Siciliana.

La direttrice ha richiamato anche la necessità di tenere insieme conoscenza scientifica ed esperienza maturata in mare.

Quando si registra una moria, una riduzione delle catture o un cambiamento nella presenza di una specie, il dato scientifico resta indispensabile. Ma anche il parere di chi trascorre la propria vita a bordo deve entrare nella valutazione.

“Voglio sentire con le mie orecchie cosa dicono i pescatori”, ha affermato.

Scienza ed esperienza non devono essere poste in contrapposizione. Devono concorrere alla stessa decisione.

È questo il cambio di metodo indicato a Mazara: il Ministero non può conoscere la pesca soltanto attraverso i dossier. Deve entrare nei porti, ascoltare le imprese e comprendere perché una misura applicabile in un territorio possa risultare insufficiente o inadeguata in un altro.

La pesca non si salva amministrando la crisi

Il passaggio più politico dell’intervento è arrivato quando Romito ha chiesto di smettere di raccontare la pesca soltanto attraverso la crisi.

Non perché le difficoltà siano finite. Le imprese continuano a confrontarsi con il caro carburante, l’invecchiamento della flotta, la riduzione della redditività, i vincoli normativi e una concorrenza internazionale che non sempre si sviluppa a condizioni equivalenti.

Ma un settore non può costruire il proprio futuro se l’unico orizzonte resta l’emergenza.

Negli ultimi anni il Ministero ha messo in campo crediti d’imposta, sostegni e strumenti come l’arresto definitivo. Provvedimenti necessari nelle fasi più dure, che la stessa direttrice ha però definito “interventi tampone”.

Romito ha ricordato la finestra nazionale per il credito d’imposta sul carburante, con scadenza al 20 luglio, e ha annunciato l’attivazione di un ulteriore intervento attraverso bandi regionali. Secondo quanto riferito nel corso del workshop, saranno messi a disposizione 70 milioni di euro per l’intero territorio nazionale.

Risorse importanti, soprattutto nella fase attuale, ma che non possono diventare la sola politica possibile.

“Vorrei che non ci fosse la necessità di queste misure. Vorrei che ognuno di voi potesse guadagnare dal proprio lavoro e sostenere la propria famiglia”.

È questa la frase che riassume il senso dell’intervento.

La questione non è trovare ogni anno una nuova compensazione. È creare le condizioni affinché armatori e pescatori possano vivere della propria attività, programmare gli investimenti e guardare al futuro senza dipendere costantemente da un ristoro.

Il vero banco di prova sarà la programmazione successiva al 2027. Romito ha chiesto agli operatori di contribuire alla sua costruzione, evitando l’ennesima misura isolata e lavorando a un pacchetto organico che tenga insieme investimenti, formazione, diversificazione delle attività e ricambio generazionale.

Il primo nodo è quello dei giovani.

In molte imprese ci sono padri che non hanno figli disposti a proseguire l’attività. Non perché sia necessariamente scomparso il legame con il mare, ma perché la pesca viene percepita come un lavoro troppo incerto, faticoso e poco remunerativo.

Per invertire questa tendenza non basta un incentivo temporaneo. Servono formazione, sostegno agli investimenti, possibilità di diversificare e soprattutto una prospettiva economica credibile.

Bisogna costruire, ha spiegato Romito, condizioni capaci di far dire a un giovane: “Questo è davvero un settore interessante”.

Il paragone richiamato dalla direttrice è quello con il vino. Il comparto vitivinicolo riesce ad attrarre nuove generazioni e capitali perché, pur attraversando momenti difficili, comunica solidità, redditività e possibilità di crescita. La pesca deve recuperare la stessa credibilità economica.

Il secondo nodo è la flotta.

Molte imbarcazioni italiane hanno raggiunto o superato i cinquant’anni. Non è sostenibile chiedere maggiore sicurezza, minori consumi, innovazione e sostenibilità a imprese costrette a lavorare con mezzi così vecchi.

Il Ministero sta lavorando in sede europea per modificare le norme che oggi ostacolano il rinnovo. Giovani e flotta, secondo Romito, dovranno diventare due assi centrali della prossima programmazione, non capitoli affidati a interventi occasionali.

Resta poi il tema del lavoro. La pesca è un’attività usurante, esposta alle condizioni del mare e alle interruzioni forzate. Romito ha confermato l’impegno del Ministero per rendere concretamente applicabile la CISOA al comparto, portando a compimento un percorso normativo che non può rimanere sospeso.

Nel quadro dell’attenzione politica riservata alla pesca, la direttrice ha riconosciuto l’impegno del ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e del sottosegretario Patrizio La Pietra, affiancati dal lavoro della struttura tecnica del Masaf.

Lollobrigida e il peso dell’Italia nei Consigli europei

Entrando nel merito dell’azione europea, Romito si è soffermata in particolare sulla continuità con cui il ministro Francesco Lollobrigida partecipa ai Consigli Agricoltura e Pesca dell’Unione europea.

La direttrice, che ha ricordato i suoi 27 anni di esperienza nell’amministrazione agricola e i 17 trascorsi al Ministero, ha definito particolarmente forte la presenza politica italiana in questa legislatura.

Una continuità che, secondo Romito, ha consentito al Paese di guadagnare autorevolezza nei confronti della Commissione europea e degli altri Stati membri.

Non si tratta soltanto di essere presenti al tavolo. Il peso costruito nelle relazioni politiche diventa decisivo quando si arriva ai negoziati sulle possibilità di pesca, sulle regole per il rinnovo della flotta e sulle misure che incidono direttamente sulla tenuta economica delle imprese.

A dicembre, quando vengono definite molte delle condizioni operative per l’anno successivo, la capacità negoziale può determinare il futuro di intere marinerie.

“Quando andiamo a negoziare, è chiaro che l’Italia conta”, ha affermato Romito.

La presenza del ministro nei Consigli europei, sostenuta dal lavoro tecnico del Masaf, dovrà quindi tradursi nella difesa delle specificità italiane e nella costruzione di regole capaci di tenere insieme tutela delle risorse e sostenibilità economica delle imprese.

La stessa esigenza di maggiore equilibrio riguarda il Mediterraneo.

Romito ha richiamato il provvedimento adottato sulle importazioni dalla Tunisia, distinguendo tra le decisioni che possono essere assunte immediatamente a livello nazionale e quelle che richiedono un confronto europeo o internazionale.

Il punto è la reciprocità.

Le imprese italiane rispettano le regole definite nell’ambito della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo. Non sempre, ha osservato Romito, lo stesso avviene negli altri Paesi.

Per questo il lavoro multilaterale dovrà essere accompagnato da un dialogo più forte con la Tunisia e con gli altri Stati della sponda nordafricana.

Regole comuni possono produrre vantaggi per tutti soltanto quando vengono rispettate da tutti. In caso contrario, il costo della sostenibilità finisce per ricadere sulle imprese più corrette.

A Mazara Romito non ha promesso scorciatoie. Ha indicato un metodo e alcune priorità: conoscere prima di decidere, riconoscere le differenze tra le marinerie, investire su giovani e flotta, rendere effettive le tutele del lavoro e rafforzare la capacità negoziale dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo.

Le scuse rivolte a un piccolo armatore hanno aperto il confronto. Adesso saranno i provvedimenti a dire se quella distanza tra istituzioni e mare potrà essere davvero ridotta.

Perché la pesca non chiede di essere accompagnata da un ristoro all’altro. Chiede di poter tornare a vivere del proprio lavoro.

L’articolo Romito in Sicilia: “La pesca deve tornare a vivere del proprio lavoro” proviene da Pesceinrete.

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Federpesca, dai 65 anni di storia la spinta verso il Piano nazionale della pesca

Federpesca, dai 65 anni di storia la spinta verso il Piano nazionale della pesca

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Il Governo punta alla definizione di un Piano nazionale della pesca italiana capace di coordinare risorse, investimenti e priorità per il futuro del comparto. L’obiettivo è emerso a Roma durante l’evento organizzato per i 65 anni di Federpesca, dove istituzioni e imprese hanno indicato nel rinnovo della flotta, nella sicurezza a bordo, nell’innovazione, nell’accesso al credito e nel ricambio generazionale le principali condizioni per rilanciare il settore.

 Un vero e proprio piano strategico nazionale della pesca italiana. È questo il prossimo obiettivo sul futuro del comparto che il Governo intende attuare. Un ulteriore passo in avanti per il settore che è emerso questa mattina all’evento nazionale “Il mare che innova: la pesca tra crisi e sfide future”, organizzato da Federpesca a Roma in occasione del 65° anniversario dell’associazione che rappresenta gli imprenditori del comparto. Un’importante occasione di confronto, condotta dal giornalista Fabio Gallo, tra istituzioni, imprese, ricerca e rappresentanti del comparto ittico per riflettere sulle principali sfide che attendono la pesca italiana e individuare strategie condivise per rafforzarne competitività, sostenibilità e capacità di innovazione.

“Le imprese di pesca creano sviluppo, occupazione e la sovranità alimentare del Paese” ha spiegato in apertura il presidente di Federpesca, Giovanni Azzone “Ecco perché il rinnovo della flotta, il capitale umano, l’accesso agli investimenti e alle risorse pubbliche sono fondamentali. Se non interveniamo sulla flotta, sarà difficile intervenire anche su sicurezza, sostenibilità e energia”.

Anche la direttrice generale di Federpesca Francesca Biondo, dopo alcuni passaggi sull’attuale crisi congiunturale del settore, è intervenuta sul tema del rinnovo della flotta. “Solo nella pesca la produttività è trattata come un sospetto, e non come l’obiettivo naturale di qualsiasi attività economica sana. Perché questo ammodernamento sia davvero possibile, sia per le nuove costruzioni che per l’adeguamento delle imbarcazioni esistenti, è necessario sganciare i limiti di stazza dagli investimenti destinati alla sicurezza e agli spazi di vita a bordo: non si può chiedere alle imprese di costruire pescherecci più sicuri e più vivibili per gli equipaggi, e allo stesso tempo tenerle vincolate a parametri di stazza pensati per altri obiettivi, che finiscono per penalizzare esattamente gli investimenti che vogliamo incentivare. Un Feampa riformato dovrebbe finanziare la sostituzione delle imbarcazioni con unità moderne, sicure ed efficienti, sostenere la digitalizzazione e l’innovazione a bordo, e promuovere la sostenibilità come leva di competitività, e non come vincolo”.

Tra i partecipanti, anche il Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, che ha raccontato come il governo abbia lavorato negli ultimi anni per solidificare il rapporto con il mondo produttivo, presentando anche gli obiettivi per il futuro del settore: rafforzare gli investimenti, promuovere la produzione e la valorizzazione del pescato, sostenere il rinnovamento della flotta con imbarcazioni più moderne e multifunzionali, capaci di rispondere alle esigenze del presente.

Il Sottosegretario al Masaf, Patrizio La Pietra, ha evidenziato il recupero dei ritardi nei pagamenti del fermo pesca e gli interventi messi in campo a sostegno delle imprese, tra cui il credito d’imposta per il caro carburante: “A dieci giorni dalla chiusura delle domande per il credito d’imposta, i 10 milioni messi a disposizione dovrebbero essere sufficienti a coprire il fabbisogno. Qualora emergesse la necessità di ulteriori risorse, il Governo valuterò un incremento della dotazione finanziaria.” Il Sottosegretario ha poi indicato come priorità la definizione di un vero e proprio Piano nazionale della pesca italiana, capace di orientare le risorse disponibili e delineare il futuro del comparto.

Anche la direttrice generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del Masaf, Graziella Romito, ha fatto il punto sul percorso amministrativo del fermo pesca, annunciando l’obiettivo di concludere entro la pausa estiva i pagamenti del fermo definitivo delle barche che hanno già demolito. “Per il futuro – ha dichiarato la direttrice – stiamo lavorando alla programmazione del 2027 e ai fondi del Feampa. Creeremo un programma che investa nel settore e stabilisca priorità e che punti sull’innovazione della flotta, sul ricambio generazionale e sull’attrazione di nuovi operatori attraverso un insieme organico di misure e non interventi isolati”.

Hanno partecipato ai lavori anche l’Ammiraglio Ispettore Vincenzo Leone, Vice Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, il direttore generale di Ismea Sergio Marchi, che ha ribadito l’importanza di agevolare anche le piccole e medie imprese per l’accesso al credito, Enrico Arneri del Cnr Irbim e il presidente del Crea Andrea Rocchi.

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Federpesca, dai 65 anni di storia la spinta per il futuro

Federpesca, dai 65 anni di storia la spinta per il futuro

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Un vero e proprio piano strategico nazionale della pesca italiana. È questo il prossimo obiettivo sul futuro del comparto che il Governo intende attuare. Un ulteriore passo in avanti per il settore che è emerso questa mattina all’evento nazionale “Il mare che innova: la pesca tra crisi e sfide future”, organizzato da Federpesca a Roma in occasione del 65° anniversario dell’associazione che rappresenta gli imprenditori del comparto.

Un’importante occasione di confronto, condotta dal giornalista Fabio Gallo, tra istituzioni, imprese, ricerca e rappresentanti del comparto ittico per riflettere sulle principali sfide che attendono la pesca italiana e individuare strategie condivise per rafforzarne competitività, sostenibilità e capacità di innovazione.

“Le imprese di pesca creano sviluppo, occupazione e la sovranità alimentare del Paese” ha spiegato in apertura il presidente di Federpesca, Giovanni Azzone “Ecco perché il rinnovo della flotta, il capitale umano, l’accesso agli investimenti e alle risorse pubbliche sono fondamentali. Se non interveniamo sulla flotta, sarà difficile intervenire anche su sicurezza, sostenibilità e energia”.

Anche la direttrice generale di Federpesca Francesca Biondo, dopo alcuni passaggi sull’attuale crisi congiunturale del settore, è intervenuta sul tema del rinnovo della flotta.

“Solo nella pesca la produttività è trattata come un sospetto, e non come l’obiettivo naturale di qualsiasi attività economica sana. Perché questo ammodernamento sia davvero possibile, sia per le nuove costruzioni che per l’adeguamento delle imbarcazioni esistenti, è necessario sganciare i limiti di stazza dagli investimenti destinati alla sicurezza e agli spazi di vita a bordo: non si può chiedere alle imprese di costruire pescherecci più sicuri e più vivibili per gli equipaggi, e allo stesso tempo tenerle vincolate a parametri di stazza pensati per altri obiettivi, che finiscono per penalizzare esattamente gli investimenti che vogliamo incentivare. Un Feampa riformato dovrebbe finanziare la sostituzione delle imbarcazioni con unità moderne, sicure ed efficienti, sostenere la digitalizzazione e l’innovazione a bordo, e promuovere la sostenibilità come leva di competitività, e non come vincolo”.

Tra i partecipanti, anche il Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, che ha raccontato come il governo abbia lavorato negli ultimi anni per solidificare il rapporto con il mondo produttivo, presentando anche gli obiettivi per il futuro del settore: rafforzare gli investimenti, promuovere la produzione e la valorizzazione del pescato, sostenere il rinnovamento della flotta con imbarcazioni più moderne e multifunzionali, capaci di rispondere alle esigenze del presente.

Il Sottosegretario al Masaf, Patrizio La Pietra, ha evidenziato il recupero dei ritardi nei pagamenti del fermo pesca e gli interventi messi in campo a sostegno delle imprese, tra cui il credito d’imposta per il caro carburante: “A dieci giorni dalla chiusura delle domande per il credito d’imposta, i 10 milioni messi a disposizione dovrebbero essere sufficienti a coprire il fabbisogno. Qualora emergesse la necessità di ulteriori risorse, il Governo valuterò un incremento della dotazione finanziaria.” Il Sottosegretario ha poi indicato come priorità la definizione di un vero e proprio Piano nazionale della pesca italiana, capace di orientare le risorse disponibili e delineare il futuro del comparto.

Anche la direttrice generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del Masaf, Graziella Romito, ha fatto il punto sul percorso amministrativo del fermo pesca, annunciando l’obiettivo di concludere entro la pausa estiva i pagamenti del fermo definitivo delle barche che hanno già demolito. “Per il futuro – ha dichiarato la direttrice – stiamo lavorando alla programmazione del 2027 e ai fondi del Feampa. Creeremo un programma che investa nel settore e stabilisca priorità e che punti sull’innovazione della flotta, sul ricambio generazionale e sull’attrazione di nuovi operatori attraverso un insieme organico di misure e non interventi isolati.

Hanno partecipato ai lavori anche l’Ammiraglio Ispettore Vincenzo Leone, Vice Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, il direttore generale di Ismea Sergio Marchi, che ha ribadito l’importanza di agevolare anche le piccole e medie imprese per l’accesso al credito, Enrico Arneri del Cnr Irbim e il presidente del Crea Andrea Rocchi.

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EU lead restrictions on fishing tackle move forward after Parliament vote

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The European Parliament has allowed new REACH restrictions on lead in fishing tackle to move forward. During its plenary session in Strasbourg, MEPs rejected an objection to the European Commission regulation amending Annex XVII of REACH by 455 votes to 197, with seven abstentions. The measure covers specific products containing at least 1% lead by weight, including fishing sinkers, lures, fishing wire and drop-off weights, with different transition periods depending on the product category.

Parliament allows the regulation to advance

The dossier on lead in fishing tackle has passed a significant political stage in Strasbourg. The European Parliament rejected an objection to the European Commission regulation introducing new restrictions under REACH, the European Union’s main regulatory framework for protecting human health and the environment from chemical risks.

The outcome was clear: 197 MEPs voted in favour of the objection, 455 voted against it and seven abstained. The objection was supported by members of the Patriots for Europe group, including Italian Lega representatives Anna Maria Cisint and Silvia Sardone. Cisint had previously criticised the proposed restrictions, raising concerns about their potential impact on fishing operators, recreational anglers and the fishing-tackle industry.

The practical effect of the vote is equally clear. Parliament did not block the measure. The official European Parliament procedure file records the objection as rejected, allowing the proposed restrictions on lead in certain types of fishing equipment to continue through the EU adoption process.

Parliament voted on an objection, not on a new law

The vote must be interpreted carefully. The plenary did not approve an entirely new piece of ordinary legislation, nor did it introduce an immediate and universal ban on lead in fishing.

MEPs rejected an objection to a Commission regulation amending Annex XVII of REACH, which lists restrictions on the manufacture, placing on the market and use of certain hazardous substances.

The distinction is technical but important. In practical terms, the Strasbourg vote allows the European restrictions to advance. Politically, it shows that the attempt to stop the measure in Parliament failed to secure the necessary majority.

The debate focused primarily on the consequences for the fishing-tackle industry. Supporters of the objection highlighted the challenges involved in replacing lead, a material traditionally used because of its density, workability, cost and technical performance.

The issue affects manufacturers, distributors, specialist retailers, commercial fishing operators and recreational anglers. The majority of Parliament nevertheless rejected the objection and allowed the procedure to continue.

What the restrictions mean for fishing tackle

According to the draft Commission regulation, the restrictions cover specific fishing products containing lead at concentrations equal to or greater than 1% by weight. The scope includes fishing sinkers, lures, fishing wires and drop-in sinkers.

It does not therefore impose an immediate and indiscriminate elimination of lead from every product or component used in fishing. The regulation targets defined product categories and introduces different transition periods.

Fishing wires and drop-in sinkers are subject to the shortest deadline, set at six months after the regulation enters into force.

For fishing sinkers and lures weighing up to 50 grams, the transition period is three years. For sinkers and lures weighing more than 50 grams and up to one kilogram, the deadline rises to five years.

The regulation also distinguishes between placing products on the market and their actual use. The sales restriction applies to the covered products when intended for any fishing activity. The restriction on use, however, applies specifically to commercial fishing.

Existing products already placed on the EU market before the relevant deadlines may continue to be used under the conditions established by the regulation. Recreational use is not harmonised by the measure, leaving Member States free to maintain or introduce national restrictions.

Different deadlines for different products

The phased approach will be one of the most important elements for the sector. Manufacturers will need to review their product ranges, assess alternative materials and adapt production lines.

Distributors and retailers will have to manage inventories, existing stocks and customer information. Users, meanwhile, will need to determine which products are covered and when the relevant restrictions become applicable.

The regulation also introduces information requirements. Six months after its entry into force, retail outlets and distance sellers will be required to clearly indicate the presence of lead in the products concerned and provide information on the applicable restrictions.

Several exemptions remain. These include weights enclosed, embedded or threaded into fishing nets or lines, lures made from copper alloys containing less than 3% lead and split shot weighing no more than 0.06 grams when sold in spill-proof and child-resistant packaging.

Sinkers weighing more than one kilogram are also outside the restriction because the Commission considers them unlikely to be ingested by birds.

The Strasbourg vote does not settle every operational question, but it clarifies the political direction. The objection has been rejected and the regulation can advance.

For the fishing-tackle market, the focus now shifts from the parliamentary vote to implementation: identifying the products covered, understanding the deadlines and preparing for compliance with the EU’s new restrictions on lead.

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