Mese: Giugno 2026 Pagina 1 di 23

Pesca Italia-Libia, il dialogo riparte da Tripoli

Pesca Italia-Libia, il dialogo riparte da Tripoli

 [[{“value”:”

Il percorso avviato lo scorso 16 maggio nell’Aula Magna del Seminario Vescovile di Mazara del Vallo, in occasione del convegno “Il Mar Mediterraneo tra pesca, migrazioni, risorse, conflitti e nuove speranze“, continua a tradursi in fatti concreti sull’altra sponda del Canale di Sicilia.

A Tripoli, il Ministro della Risorsa Marittima libico Adel Sultan ha ricevuto ieri una folta delegazione dell’Organizzazione degli Esperti della Capitale, guidata dall’ingegner Abdulraouf Beit Elmal, presidente del consiglio di amministrazione dell’organizzazione, e composta tra gli altri dal dottor Cav. Mohamed Al-Nattah amico dell’ Italia e di Mazara del Vallo in particolare, e dal professor Abdelmonem Al-Zaqla’i, entrambi esperti di affari marittimi.

Non è un dettaglio da poco: sia l’ing. Beit Elmal sia il dott. Cav. Al-Nattah erano stati tra i protagonisti del convegno mazarese promosso da A.P.I. – Associazione Progetto Isola, organizzato a margine della rassegna letteraria Mazara Narrativa e Poesia 2026 — quest’anno dedicata al peschereccio Massimo Garau e a tutte le vittime del mare.

Gaspare Bilardello – Abdulrauf Beit Eilmal – Giancarlo Di Simone

Il fatto che gli stessi esperti si siano oggi seduti al tavolo con il Ministro libico Adel Sultan per discutere il rafforzamento della cooperazione attraverso memorandum d’intesa e partenariati, la lotta alla pesca illegale e i programmi di formazione nel campo della pesca e dell’acquacoltura, conferma come l’iniziativa siciliana non sia stata un episodio isolato, ma l’inizio di un percorso che le istituzioni libiche stanno portando avanti con continuità istituzionale.

Quanto era emerso a Mazara

Il convegno del 16 maggio aveva riunito relatori del mondo accademico, scientifico, politico e imprenditoriale con un obiettivo dichiarato: superare l’idea del Mediterraneo come frontiera di divisione, restituendogli il ruolo di spazio comune da governare attraverso cooperazione, regole condivise e responsabilità reciproche. Particolare attenzione era stata dedicata proprio al quadrante Italia-Libia, uno degli snodi più delicati per la pesca siciliana e per la marineria mazarese, con un focus tecnico sul Regolamento (UE) 2017/2403 relativo alla gestione sostenibile delle flotte da pesca esterne — la norma che, come ricordato durante i lavori, disciplina anche le autorizzazioni dirette per le attività di pesca in acque di Paesi terzi quando non esiste un accordo di partenariato con l’Unione Europea.

A dare ulteriore peso istituzionale all’appuntamento era stata la presenza del dottor Saber Alazabi, vicepresidente della GFCM (Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo), mentre il contributo più tecnico era arrivato dal professor Roberto Ruoppo dell’Università Politecnica delle Marche, che aveva indicato nella frammentazione giuridica del Mediterraneo — tra zone economiche esclusive, zone di protezione della pesca e altre forme di delimitazione marittima — uno dei nodi centrali da sciogliere per ridare ordine all’operatività delle flotte.

Da quella giornata era nata l’idea di una vera e propria roadmap con la Libia, indicata come interlocutore centrale per riaprire un dialogo stabile, soprattutto nel rapporto con Mazara del Vallo. Un percorso fondato non su dichiarazioni d’intenti, ma su autorizzazioni, controlli, valutazioni scientifiche di sostenibilità e coinvolgimento diretto degli Stati membri e della Commissione europea.

La voce di A.P.I.: “Ora tocca all’Italia”

Per il presidente di A.P.I., Giancarlo Di Simone, l’incontro di Tripoli rappresenta un segnale importante, anche in risposta alle sollecitazioni portate avanti dall’associazione mazarese in questi mesi.
“Tra i temi discussi alla presenza del Ministro Sultan – spiega Di Simone – ci sono questioni che stanno a cuore alla nostra marineria, prima fra tutte la possibilità di costruire rapporti di cooperazione strutturati, anche nella forma di joint venture, alla luce dei regolamenti europei che oggi ne consentono concretamente la realizzazione. La disponibilità libica, su questo, è ormai un dato acquisito: lo dimostra il fatto che gli stessi interlocutori presenti a Mazara del Vallo sono tornati a discuterne, a distanza di poche settimane, direttamente con il proprio Ministro. È il governo italiano che ora deve dimostrare la stessa apertura, per raggiungere gli obiettivi indicati durante il convegno, e per uscire da un’ambiguità che dura da fin troppi anni, che non trova più riscontro nei fatti”.

Di Simone invita a guardare avanti, sottolineando come il quadro complessivo dei rapporti tra i due Paesi si sia evoluto: “Se per il gas, per il petrolio e corposi investimenti infrastrutturali le difficoltà di interlocuzione sembrano essere state superate, lo stesso impegno va messo in campo per la pesca. Le marinerie italiane, e in particolare quella mazarese, non possono più permettersi di restare in attesa: serve un sostegno concreto da parte del governo italiano allo sviluppo di questi rapporti, che vada oltre i soli interessi di cui sopra. Dopo Mazara e dopo Tripoli, non ci sono più alibi”.

Dott Adel Sultan – Dott Cav Mohamed Al-Nattah

Un percorso che si consolida

L’incontro tra il Ministro Sultan e la delegazione dell’Organizzazione degli Esperti della Capitale si inserisce dunque in una sequenza di iniziative che, da Mazara del Vallo fino alla capitale libica, sta progressivamente costruendo un canale tecnico e istituzionale stabile tra i due Paesi sul fronte della pesca. Sicurezza degli equipaggi, accesso alle aree di pesca, tutela delle risorse e cooperazione scientifica restano i pilastri di un dialogo che, come era stato sottolineato a Mazara, “non può limitarsi alla gestione dell’emergenza” ma deve diventare lavoro preventivo, ordinato e trasparente.

Il punto, adesso, è capire se anche la politica italiana saprà dare continuità a un percorso che la diplomazia tecnica libica, a quanto pare, ha già scelto di non lasciar cadere.

L’articolo Pesca Italia-Libia, il dialogo riparte da Tripoli proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Norwegian seafood: when the supply chain becomes reputation

Norwegian seafood: when the supply chain becomes reputation

 [[{“value”:”

Norway does not export seafood products alone. It exports a system: a way of connecting the sea, coastal communities, companies, markets and reputation. Salmon represents the most contemporary side of Norwegian seafood, driven by aquaculture, convenience and global consumption trends. Stockfish, on the other hand, tells a much older story, built on cod, climate, time, craftsmanship and Italian regional traditions. Together, these products show why the Norwegian model matters: because it turns origin into trust, supply chain into value and tradition into a language that still speaks to today’s market.

A supply chain built before it was told

When people talk about Norwegian seafood, very different products are often placed under the same label: salmon, which speaks to contemporary consumption; stockfish and salted cod, tied to centuries of trade and food culture; fjord trout and, more recently, seaweed, which opens a new chapter in the relationship between the sea, food and innovation. Holding such different worlds together is not easy, yet Norway manages to do it because for decades it has treated its seafood sector as a system.

This is where Norway stands apart from many other producing countries. Good species, cold waters and high-quality raw material are not exclusive to Norway. What Norway has learned to do is connect these elements to a coherent narrative and sustain that narrative over time. Fish reaches the market not as an isolated item, but as part of a national identity built with patience.

The Lofoten Islands are one of the places where this model is easiest to understand, because there the link between product, territory and community is not an abstract concept. Norwegian stockfish, above all, is born from the meeting between cod and natural conditions that cannot be controlled at will: cold, wind, humidity and drying time. Then comes human work: the eye and nose of those who select the fish, the ability to recognize quality, texture and final market destination.

It is in this passage, between nature and craft, that the strength of the Norwegian seafood supply chain becomes visible: not only producing fish, but turning it into recognizable value.

That leads to the central point. Norway does not only export seafood products. It exports a way of organizing the relationship between the sea, companies, territories and markets. This is the perspective from which the relevance of the Norwegian model should be understood.

The Norwegian model

The Norwegian Seafood Council is an integral part of this model. Established in 1991, based in Tromsø, it operates under the Norwegian Ministry of Trade, Industry and Fisheries and is financed by the Norwegian seafood industry itself. Its work covers market access, consumer analysis, marketing, communication and reputation, with around 80 people and offices in 14 markets.

This is not a bureaucratic detail. It means that the work of individual companies is placed within a common framework, able to collect data, read the evolution of consumption and build a shared narrative that strengthens the promotion of the entire Norwegian seafood sector. Inside that framework, very different products are able to preserve their own identity without weakening the power of origin.

The figures show the scale of the machine. In 2025, Norway exported 2.8 million tonnes of seafood products, reaching a record value of NOK 181.5 billion, equal to €16.44 billion: around 38 million meals a day, every day of the year. Aquaculture accounted for 73% of export value, while wild fisheries represented 27%. This is the country’s dual identity: on one side salmon and trout, modern volume products; on the other, wild fish and traditional processing.

The comparison with Italy helps frame the picture. In 2024, Italy imported 1.11 million tonnes of fisheries and aquaculture products for human consumption, worth €7.6 billion. Exports stopped at 179,182 tonnes and €1.2 billion, leaving a trade deficit of €6.4 billion. Italy is a major seafood market, but one that depends heavily on imports to meet domestic demand.

It is within this relationship, between a highly organized exporter and a market strongly dependent on imports, that much of the connection between the two countries should be read. It is not only a matter of volumes and prices. It is a matter of position. Those who can explain where a product comes from and why it can be trusted enter the market as an interlocutor, not merely as a supplier.

Preparazione di un piatto a base di salmone norvegese nella cucina contemporanea
Norwegian salmon represents the most contemporary side of Norwegian seafood, combining versatility, nutritional value and new consumption occasions.

Italy and Norway: seafood for today, seafood for tradition

According to the Norwegian Seafood Council, Italy is now one of the most important markets for several Norwegian products. But this relationship cannot be described in a uniform way, because Norwegian salmon and Norwegian stockfish follow very different consumption patterns.

Salmon speaks the language of today’s consumption. The Italian market for Atlantic salmon is worth around 154,000 tonnes, and in 2025 Norway’s share reached 88%, with exports to Italy worth NOK 6 billion, equal to around €544 million. It is a convenient product: it works for sushi, poké, quick home meals and contemporary foodservice, while also benefiting from a strong nutritional narrative.

Stockfish is different. It is not designed to simplify everyday life, nor does it win consumers over through immediacy. Yet its weight remains significant. In 2025, Norway exported 2,893 tonnes of stockfish worth €80.2 million. Volumes fell by 19%, reaching a historic low, but Italy remained the leading market: 1,571 tonnes imported from Norway, with value increasing by €1.3 million compared with the previous year.

This is the path followed by many traditional products. They may become less frequent on the table, more expensive and more closely linked to special occasions, but they do not disappear from food culture. On the contrary, precisely when they stop being everyday products, they need to be explained more clearly, because their value is not obvious to those who did not grow up with them in the kitchen.

Image caption
Preparation of a contemporary dish based on Norwegian salmon. Norwegian salmon represents the most modern side of Norwegian seafood, combining versatility, nutritional value and new consumption occasions.

Stockfish: community, work and identity

Stockfish is perhaps the product that best shows the link between a place, a climate and a craft. Catching cod is not enough. It requires the right season, the right wind, the right humidity, the right temperature, time and the hands of those who hang the fish and follow it for weeks, selecting and classifying it. It is knowledge accumulated over generations.

Tom-Jørgen Gangsø, Italy Director of the Norwegian Seafood Council, insists on a point that food communication often forgets: for certain products, value does not lie only in the raw material, but in the people and places that make the product what it is.

“Communicating the human dimension is essential. For Italian consumers, stockfish is not just a product: it is tradition, heritage and the people behind it,” he says.

The connection with Italy comes naturally. Stockfish runs through very different regional cuisines, from Veneto to Sicily, and everywhere it has entered festive recipes, family habits and dishes repeated from one generation to the next. It is an imported product that is not perceived as foreign. Over time, it has entered local kitchens to the point of becoming, in many areas, an ingredient of identity.

The same is true, Gangsø says, on the other side of the sea, where stockfish comes from coastal communities that have always produced it. “We believe this is a bond that unites the two countries, and one that is worth telling to Italians as well.”

Seen in this way, community is not a brochure detail. It helps explain why Norwegian stockfish remains so recognizable in Italy. Behind its quality are people who know how to read the sea and the season, who understand the right moment to hang the fish, how to follow it as it dries, and what its colour and texture say about where it will eventually be sold.

Image caption
Stockfish hanging on drying racks in the Lofoten Islands, at the heart of the Norwegian seafood supply chain. In Lofoten, stockfish is born from cod, climate, time and skills passed down through Norwegian coastal communities.

Stoccafisso appeso sulle rastrelliere alle Lofoten, nel cuore della filiera ittica norvegese
In the Lofoten Islands, stockfish is born from the meeting of cod, climate, time and skills passed down through Norwegian coastal communities.

Like wine: raw material, climate and time

The comparison with wine proposed by Gangsø is useful because it moves the discussion away from generic tradition and back to real production. Like wine, stockfish depends on raw material, on those who process it and on specific natural conditions that cannot be recreated just anywhere.

Temperature, wind, sun, rain and time are not background elements. They are the process. If they change too much, the result changes as well. Then there is the daily care of those who follow the fish during drying and decide its path, all the way to final classification.

Read this way, the story avoids two traps. The first is reducing stockfish to folklore: a beautiful memory that no longer speaks to the market. The second is treating it like any other reference, forgetting that its value comes precisely from being a historic, technical, selected product that is difficult to standardize.

Stockfish does not become relevant again by changing its nature. It becomes relevant when it is explained better, in a market that needs to understand what lies behind a price, an origin and a processing method. This is where communication becomes part of the supply chain: not as an advertising trick, but as the ability to make understandable to everyone what today is often visible only to insiders.

Who decides quality: the vrakers

For Gangsø, the distinctiveness of stockfish comes from the meeting of nature, craft and quality control. Northern Norway, and the Lofoten Islands in particular, offer the right balance of temperature, wind and humidity. But nature alone is not enough. Someone must be able to interpret it, adapt to the seasons and understand what different markets require.

That role is largely played by the vrakers, the specialized selectors. They assess size, colour and texture according to strict criteria, and through experience that cannot be improvised they decide which market each fish should go to, because not every country looks for the same size, texture or yield.

This is the heart of the Norwegian model. Value is not left to the raw material alone. It is built along the entire chain, from fishing to drying, from selection to final storytelling. In this way, a natural product becomes a readable product for very different markets.

From salmon to stockfish: a broader Norway

The Norwegian seafood supply chain is not exhausted by a single product. Stockfish carries the long history of cod and coastal communities; Norwegian salmon expresses the strength of aquaculture and global consumption; salted cod opens the chapter of traditional processed products; seaweed, research and new marine ingredients show a seafood sector trying to expand its field of action instead of simply defending what already exists.

For the Italian market, the challenge is twofold. On one side, there is the need to protect traditional products, linked to regional cuisines and family memories. On the other, there is the need to broaden the idea of Norway as a seafood country capable of offering different products for different occasions.

Gangsø does not present this as a choice between the two. “The key is to keep them together, in a coordinated way. We should not choose between defending traditional products and broadening the perception of Norwegian seafood: we need a strong and coherent common framework, one that is still able to tell the specific value of each product.”

The distinction matters. What drives people to buy stockfish is not what drives them to buy salmon. In the first case, tradition, festivities and regional cooking carry weight. In the second, convenience, versatility, nutritional value and contemporary foodservice are decisive. Communicating them in the same way would be a mistake, because it would erase the very differences that make them recognizable.

What Italy can learn from this model

The comparison with Italy should not be taken literally, because the Italian seafood sector is very different: more fragmented, more tied to Mediterranean biodiversity, marked by small-scale fisheries, imports and highly diverse consumption habits.

Yet some elements of the Norwegian model deserve attention. The first is continuity between territory and market: place is not a backdrop, it is part of value. The second is the ability to turn origin into reputation, making it clear that behind a geographical name there is a system of skills. The third is the existence of a coordinated structure working for the whole industry without flattening the differences between individual products.

This issue is even more relevant when looking at European seafood consumption. In 2024, EU citizens’ expenditure on fisheries and aquaculture products rose by 4%, reaching €62.8 billion, but growth came mainly from prices: volumes declined. Household consumption of fresh fish fell by 5%, including in major consuming countries such as Italy.

In a market like this, where consumers remain interested in fish but are more price-conscious and less used to cooking complex dishes, value cannot be defended through availability alone. It must be defended through clear origin, reliability, supply continuity and the ability to explain the product credibly.

Image caption
Norwegian aquaculture tanks for salmon farming in a technological facility. The Norwegian seafood supply chain combines tradition and technology, from stockfish production to modern salmon farming.

Vasche di acquacoltura norvegese per la crescita del salmone in un impianto tecnologico
The Norwegian seafood supply chain combines tradition and technology, from stockfish production to modern salmon farming facilities.

When the supply chain becomes reputation

Norwegian seafood aims to be recognized not as imported merchandise, but as the result of an organized and controlled supply chain, able to speak to different markets without losing its connection to coastal communities.

This is where the Norwegian model becomes a case worth studying. It does not replace companies, it does not make products with different histories look the same, and it does not reduce Norway to an indistinct brand. It builds a common framework in which each product remains itself: stockfish with its historical depth, salmon with its versatility, salted cod with its link to traditional cooking, fjord trout and other products with the channels they may open.

For Italy, which remains one of the most important and complex markets for Norwegian seafood, this is probably the most useful lesson. Today, having good products is not enough. Quality, if not explained, remains invisible. Origin, if not made understandable, is just provenance. Tradition, if not updated in language, risks seeming distant.

Norway has worked precisely on this: it has turned the sea into a supply chain, the supply chain into reputation, and reputation into value. That is where the real strength of the model becomes visible: not in the promotion of a single product, but in the ability to make an entire system recognizable.

L’articolo Norwegian seafood: when the supply chain becomes reputation proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Occhione o pezzogna, identità e valore di uno sparide pregiato

Occhione o pezzogna, identità e valore di uno sparide pregiato

 [[{“value”:”

L’occhione è il nome comune con cui in molte aree italiane viene indicato il Pagellus bogaraveo, pesce della famiglia degli Sparidi noto anche come pezzogna o pagello pezzogna. Si riconosce per il grande occhio, la livrea rosata o argentea e la macchia scura nella parte alta del fianco, sopra la base della pinna pettorale. Vive tra Atlantico orientale e Mediterraneo, con adulti spesso legati a fondali profondi. È un pesce molto apprezzato per la qualità delle carni, ma la sua biologia, il valore commerciale e la pressione di pesca rendono indispensabili corretta identificazione, tracciabilità, rispetto delle taglie e gestione prudente della risorsa.

Dal nome popolare alla specie: perché l’occhione non è un pesce qualunque

Ci sono pesci che arrivano al banco con un nome tecnico e altri che arrivano con una storia. L’occhione appartiene alla seconda categoria. Il suo nome popolare nasce dall’evidenza: quell’occhio grande, quasi sproporzionato, che lo rende immediatamente riconoscibile e che rimanda alla sua vita di profondità, dove luce, fondale e abitudini alimentari modellano forma e comportamento.

Ma dietro il nome comune c’è una specie precisa: Pagellus bogaraveo. È uno sparide, quindi appartiene alla stessa famiglia di orate, saraghi, pagelli e dentici, ma non va confuso con un generico “pagello”. In Italia la denominazione commerciale riconosciuta è pagello pezzogna o pezzogna, mentre “occhione” resta una denominazione d’uso, radicata nel linguaggio dei mercati e delle marinerie.

Questa distinzione non è formale. In un settore in cui il nome del pesce orienta il prezzo, la fiducia e la scelta del consumatore, identificare correttamente la specie è parte integrante del valore. Dire “occhione” aiuta a farsi capire; dire Pagellus bogaraveo consente di non sbagliare. È la differenza tra tradizione commerciale e precisione di filiera.

La pluralità dei nomi, infatti, racconta la ricchezza della cultura marinara, ma può anche aprire spazi di ambiguità. Pezzogna, occhione, occhialone, pagello pezzogna: sono nomi che convivono, ma che devono essere ricondotti alla specie giusta. Il consumatore non deve diventare un biologo marino, ma ha diritto a sapere che cosa sta comprando. L’operatore, invece, ha il dovere di saperlo dire con chiarezza.

L’occhione è un pesce che si presta poco alle semplificazioni. È elegante nella forma, riconoscibile nella livrea, pregiato nelle carni, ma anche delicato nella gestione. Raccontarlo solo come “pesce buono” sarebbe riduttivo. Raccontarlo solo come “specie vulnerabile” sarebbe incompleto. Il punto è proprio tenere insieme le due cose: valore gastronomico e responsabilità.

Come riconoscerlo senza cadere nelle approssimazioni

L’occhione ha corpo compresso lateralmente, profilo regolare, bocca relativamente piccola e colorazione variabile dal rosato all’argenteo, con riflessi rossastri più evidenti in alcuni esemplari. Il tratto che lo rende più riconoscibile è la macchia scura sul fianco, nella zona alta, in prossimità della pinna pettorale. A questa si aggiunge il grande occhio, che ha dato origine a uno dei nomi comuni più diffusi.

La macchia nera, tuttavia, non va usata come unico elemento di identificazione. Può essere più o meno marcata a seconda della taglia, della freschezza, dell’età e delle condizioni dell’esemplare. La corretta identificazione deve poggiare sull’insieme dei caratteri: forma del corpo, proporzioni della testa, colore, posizione della macchia, aspetto generale e documentazione commerciale.

È proprio qui che si misura la competenza della filiera. Una pescheria preparata non vende semplicemente “pezzogna”: la presenta nel modo corretto, ne indica provenienza e metodo di produzione, ne suggerisce la preparazione più adatta, evita confusioni con specie simili. Il prezzo, in questo caso, non dipende solo dalla disponibilità del prodotto, ma anche dalla fiducia costruita attorno alla sua identità.

Perché l’occhione è un pesce che ha bisogno di parole giuste. Troppe volte il mercato ittico ha usato i nomi comuni come scorciatoia, lasciando al consumatore il compito di orientarsi tra diciture locali, somiglianze e tradizioni. Ma quando si parla di specie pregiate, la chiarezza diventa parte della qualità. Non basta avere un buon pesce sul banco: bisogna anche saperlo nominare.

Pregio gastronomico e fragilità biologica: il doppio volto della pezzogna

La pezzogna è amata perché ha carni bianche, compatte, fini, saporite senza essere invadenti. È uno di quei pesci che premiano la cucina essenziale: forno, acqua pazza, guazzetto leggero, griglia ben controllata, cotture pulite che non coprano il gusto naturale. Quando è fresca e ben trattata, non ha bisogno di artifici. La sua forza sta proprio nell’equilibrio.

Questa qualità ne ha consolidato il valore nelle pescherie specializzate e nella ristorazione. L’occhione parla a un consumatore che non cerca solo il prezzo più basso, ma un prodotto riconoscibile, con una carne di pregio e una storia da portare in tavola. È un pesce che conserva una dimensione quasi classica: intero, visibile, identificabile, capace di mantenere un rapporto diretto tra mare, banco e cucina.

Ma il pregio commerciale è anche la sua esposizione maggiore. Una specie richiesta, apprezzata e non disponibile in quantità illimitate rischia sempre di essere sottoposta a una pressione più alta di quella che il suo ciclo biologico può sostenere. Per questo la pezzogna va raccontata con misura. Valorizzarla non significa spingerne il consumo in modo indistinto, ma qualificarlo.

Il Pagellus bogaraveo è una specie legata ai fondali, con giovani più costieri e adulti che tendono a frequentare ambienti più profondi, spesso lungo la scarpata continentale e su fondi fangosi o misti. Questa progressione verso la profondità contribuisce alla sua identità biologica e commerciale: non siamo davanti a un pesce anonimo, ma a una specie con abitudini, aree e dinamiche che richiedono conoscenza.

A rendere il quadro ancora più interessante è la sua biologia riproduttiva. L’occhione è generalmente descritto come specie ermafrodita proterandrica: gli individui maturano inizialmente come maschi e, con la crescita, possono diventare femmine. Questo significa che gli esemplari di taglia maggiore possono avere un ruolo importante nella struttura riproduttiva della popolazione. Non è un dettaglio da specialisti: è uno dei motivi per cui taglie, selettività e pressione di pesca non possono essere trattate con leggerezza.

Quando una specie ha valore elevato, crescita non fulminea e una dinamica riproduttiva così particolare, la gestione diventa parte del racconto. Il mercato può valorizzare l’occhione, ma non può ignorarne i limiti. Il consumatore può apprezzarlo, ma dovrebbe essere messo nelle condizioni di scegliere in modo informato. La filiera può promuoverlo, ma solo se accetta di farlo con responsabilità.

Dalla cattura al consumo: il valore vero passa dalla responsabilità

Il futuro commerciale della pezzogna non si difende abbassando il livello del racconto, ma alzandolo. Servono denominazioni corrette, tracciabilità, rispetto delle taglie minime, attenzione alle aree di provenienza e capacità di distinguere tra disponibilità occasionale e disponibilità strutturale. In altre parole, serve una filiera che non si limiti a vendere un prodotto pregiato, ma sappia custodirne il valore.

In alcune aree del Mediterraneo il Pagellus bogaraveo è già al centro di specifiche attenzioni gestionali. È importante dirlo senza generalizzare: non significa che la situazione sia identica in ogni mare o che ogni stock presenti lo stesso livello di criticità. Significa però che la specie ha caratteristiche tali da richiedere monitoraggio, dati solidi e prudenza. Dove la conoscenza è incompleta, l’approccio più serio non è l’allarme, ma la responsabilità.

La stessa ricerca scientifica segnala che, per i mari italiani, le informazioni sullo stato di sfruttamento della specie non sono sempre complete e omogenee. Questo è un passaggio essenziale: non si può costruire una gestione efficace senza dati, e non si può raccontare bene una risorsa senza distinguere tra ciò che è noto, ciò che è probabile e ciò che deve ancora essere studiato.

Per gli operatori, questo significa lavorare su tre livelli. Il primo è la corretta identificazione: chiamare le specie con il loro nome, evitando ambiguità commerciali. Il secondo è la trasparenza: fornire al cliente informazioni reali su provenienza, metodo di pesca e caratteristiche del prodotto. Il terzo è la cultura del limite: rispettare le taglie, evitare banalizzazioni e non trasformare ogni specie pregiata in una moda da inseguire senza misura.

Anche la cucina ha una responsabilità. La pezzogna è un pesce che merita preparazioni rispettose, ma anche un racconto sobrio. Non ha bisogno di essere mitizzata; ha bisogno di essere capita. Il suo valore non sta solo nella carne, ma nel percorso che la porta dal fondale al piatto. Ogni passaggio può rafforzarne la qualità o indebolirla.

L’occhione, allora, diventa qualcosa di più di una specie commerciale. È un esempio concreto di come dovrebbe evolvere il racconto del pesce: meno generico, meno folkloristico, più consapevole. Non basta dire che è buono. Bisogna spiegare perché vale, perché va distinto, perché non è infinito, perché il rispetto delle regole non è un ostacolo al mercato ma una condizione per mantenerlo vivo.

In questo senso, il grande occhio della pezzogna è quasi una metafora involontaria. È il tratto che la rende riconoscibile, ma anche l’invito a guardare meglio. Guardare oltre il nome comune, oltre il prezzo, oltre la ricetta. Guardare la specie, la filiera, la risorsa. Perché il pesce di qualità non si difende soltanto in mare, ma anche nel modo in cui viene raccontato, venduto e scelto.

La pezzogna merita questo sguardo. Non quello frettoloso di chi la considera solo un pesce pregiato, ma quello più maturo di una filiera che sa unire piacere, conoscenza e responsabilità. È così che un nome popolare diventa cultura del mare. Ed è così che il valore di una specie non si consuma, ma si conserva.

L’articolo Occhione o pezzogna, identità e valore di uno sparide pregiato proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

In acquacoltura, ogni fase del ciclo chiede una nutrizione diversa

In acquacoltura, ogni fase del ciclo chiede una nutrizione diversa

 [[{“value”:”

Se una dieta funziona bene, perché cambiarla? È una delle domande più comprensibili che possano emergere in allevamento. Quando un mangime dà una buona risposta nelle prime fasi, il lotto mangia con regolarità e la crescita appare ordinata, la tentazione di prolungarne l’impiego il più possibile è forte. Riduce i passaggi, semplifica la gestione, dà l’idea di una continuità rassicurante. Ma è proprio qui che la nutrizione di precisione impone un cambio di sguardo: una dieta che funziona bene in una fase non è, per definizione, la dieta più efficiente anche nella fase successiva.

Il motivo è semplice solo in apparenza. Non cambia soltanto la taglia del pesce. Cambia il suo fabbisogno reale. Cambiano la capacità ingestiva, la velocità di accrescimento, l’efficienza digestiva, la priorità tra deposizione proteica ed energia, la sensibilità fisiologica, la risposta allo stress, la funzione stessa che la dieta è chiamata a svolgere. Nelle prime fasi serve costruire bene. Più avanti serve sostenere crescita e conversione. Nella parte finale del ciclo serve accompagnare qualità, uniformità e resa commerciale. Pensare che tutto questo possa essere gestito con la stessa logica nutrizionale significa semplificare troppo un processo che, dal punto di vista biologico, non è mai statico.

È per questo che una dieta non va giudicata solo per la sua bontà assoluta, ma per la sua pertinenza fisiologica rispetto al momento in cui viene utilizzata.

Nelle fasi iniziali il pesce ha una finestra metabolica particolarmente sensibile. L’apparato digerente è più vulnerabile, la capacità di ingestione è limitata, il margine di errore si restringe. In questo contesto la densità nutrizionale, la qualità delle materie prime, la digeribilità, la precisione della granulometria e la coerenza del profilo aminoacidico non sono fattori accessori: sono il presupposto di un avvio corretto. Una dieta impostata bene in questa fase non lavora soltanto per far crescere. Lavora per stabilizzare il lotto, sostenere uniformità, limitare squilibri iniziali e costruire una base pulita per tutto ciò che verrà dopo.

Quando il pesce entra nel pre-ingrasso e poi nell’accrescimento pieno, il quadro cambia. Aumenta la capacità ingestiva, si modifica il rapporto tra proteina digeribile ed energia digeribile, cambia l’efficienza con cui il pesce trasforma il mangime in biomassa, diventa più rilevante il controllo della conversione e della regolarità di crescita. In questa fase la dieta deve smettere di ragionare come una formula da avvio e diventare una formula da continuità produttiva: deve sostenere il ritmo senza generare sprechi metabolici, deve accompagnare l’accrescimento senza allargare inutilmente la variabilità del lotto, deve lavorare in modo efficiente sul piano biologico e gestionale.

Più avanti ancora, nella fase finale, l’obiettivo cambia di nuovo. Non si tratta più soltanto di produrre crescita. Conta come il pesce arriva al traguardo. Contano la qualità del lotto, la composizione corporea, la tenuta fino alla raccolta, in alcuni casi anche la rifinitura finale del prodotto. Una dieta può essere stata molto efficace in accrescimento e risultare meno centrata nella fase conclusiva, non perché perda valore, ma perché il compito nutrizionale è diventato un altro.

Questo è il punto che troppo spesso viene letto male: il problema non è usare una dieta sbagliata in senso assoluto. Il problema è usare troppo a lungo una dieta che era giusta prima.

Ed è una differenza sostanziale. Perché molte inefficienze non nascono da errori evidenti, ma da una progressiva perdita di aderenza tra la formula e il momento biologico del pesce. Il lotto continua a mangiare, la crescita continua, nulla sembra “rompersi”. Ma la risposta si fa meno precisa. L’efficienza si attenua. L’uniformità si allenta. La dieta continua a funzionare, ma non lavora più sul bersaglio più corretto.

In acquacoltura, dove la performance raramente crolla di colpo e più spesso si modifica per piccoli scostamenti progressivi, questa perdita di aderenza pesa molto più di quanto si sia disposti ad ammettere.
Per questo la nutrizione di fase non va interpretata come una complicazione commerciale o come una semplice successione di mangimi. Va letta per ciò che è: una forma di allineamento tra biologia del pesce e obiettivo produttivo dell’allevamento.

Ogni fase, infatti, non porta con sé solo un pesce più grande. Porta con sé una priorità diversa. All’inizio la priorità è la precisione. Nella crescita piena è l’efficienza. Nella fase finale è la qualità del risultato. A volte cambia la granulometria del pellet. A volte la densità nutrizionale. A volte il rapporto energia/proteina. A volte il modo in cui la dieta deve sostenere robustezza, velocità di deposizione, regolarità o finishing. La nutrizione di fase nasce esattamente da qui: dal riconoscere che non tutte le performance chiedono la stessa risposta.

È per questo che una strategia alimentare matura non si limita a domandarsi quale mangime stia usando, ma quale funzione quel mangime stia svolgendo in quel preciso tratto del ciclo. È una domanda più tecnica, più esigente, ma anche molto più utile. Perché sposta il ragionamento dalla qualità generica del prodotto alla qualità della sua collocazione biologica.

A prima vista, mantenere la stessa dieta più a lungo può sembrare una scelta di continuità. In realtà, in nutrizione, la continuità vera non nasce dall’uniformità. Nasce dalla coerenza. Un ciclo è continuo quando il passaggio tra una fase e l’altra non lascia vuoti, quando il mangime evolve insieme al lotto invece di inseguirlo in ritardo, quando il pesce non viene costretto a restare troppo a lungo dentro una risposta nutrizionale che non gli corrisponde più pienamente.

Questa è una delle espressioni più concrete della precisione produttiva. Non la ricerca di una formula che vada bene sempre, ma la capacità di riallineare la dieta alle priorità fisiologiche del pesce mentre il pesce cambia. E proprio qui si misura la maturità tecnica dell’allevamento: nella capacità di riconoscere che la dieta non deve solo nutrire, ma svolgere il compito giusto nel momento giusto.

Ramon Fontanillas Giralt, Skretting R&D Salmonid Nutrition – Skretting ARC
Ramon Fontanillas Giralt, Skretting R&D Salmonid Nutrition – Skretting ARC

Ramon Fontanillas Giralt, Skretting R&D Salmonid Nutrition Skretting ARC, conferma: Nella nutrizione per l’acquacoltura, l’idoneità di una dieta non può essere considerata una proprietà intrinseca della formulazione stessa, ma dipende dalla sua capacità di soddisfare i requisiti fisiologici e produttivi del pesce in una specifica fase di sviluppo”.

Fontanillas aggiunge che, con la crescita dell’animale, cambiano in modo significativo la capacità digestiva, l’ingestione volontaria di mangime, l’efficienza di utilizzo dei nutrienti, il potenziale di crescita e le priorità metaboliche. Di conseguenza, anche i livelli ottimali di proteina digeribile, aminoacidi essenziali, energia, lipidi, vitamine e minerali non restano costanti, ma evolvono lungo l’intero ciclo produttivo.

Secondo l’esperto, nelle prime fasi di sviluppo le priorità nutrizionali sono orientate al supporto della crescita scheletrica e tissutale, alla maturazione delle funzioni digestive e immunitarie, alla riduzione della variabilità all’interno della popolazione e alla costruzione delle basi per prestazioni efficienti nel lungo termine. In questa fase, elevata digeribilità dei nutrienti, qualità delle materie prime, densità nutrizionale, corretto bilanciamento aminoacidico e adeguate caratteristiche del pellet assumono un’importanza fondamentale, perché eventuali carenze possono produrre effetti duraturi sulla crescita successiva e sulla robustezza degli animali.

Con l’ingresso nella fase di accrescimento, gli obiettivi nutrizionali si spostano progressivamente verso la massimizzazione dell’utilizzo dei nutrienti e della deposizione di biomassa. La maggiore capacità di ingestione del mangime consente una più ampia flessibilità nella concentrazione dei nutrienti della dieta, mentre il mantenimento di un corretto equilibrio tra proteina digeribile ed energia digeribile diventa essenziale per ottimizzare le prestazioni di crescita e ridurre le inefficienze metaboliche. In questa fase, l’indice di conversione alimentare, la ritenzione dei nutrienti, l’uniformità della crescita e la sostenibilità economica della produzione diventano fattori sempre più determinanti per l’efficienza complessiva.

Nelle fasi finali della produzione, osserva ancora Fontanillas, la nutrizione deve contribuire non solo a sostenere la crescita, ma anche a ottimizzare la qualità del prodotto finale, la composizione corporea, la resa alla lavorazione, la robustezza dell’animale e il valore commerciale del prodotto. In queste condizioni, la strategia nutrizionale che massimizza il tasso di crescita non è necessariamente quella che garantisce la maggiore efficienza produttiva ed economica complessiva.

Per questo motivo, il successo nutrizionale non dovrebbe essere valutato esclusivamente sulla base delle prestazioni delle singole diete, ma sull’efficacia dell’intero programma alimentare. La nutrizione di precisione si basa infatti sull’allineamento dell’apporto di nutrienti ai fabbisogni biologici in continua evoluzione del pesce e agli obiettivi specifici di ciascuna fase produttiva. Più che ricercare una singola formulazione capace di fornire risultati ottimali in ogni circostanza, le moderne strategie alimentari riconoscono la necessità di utilizzare diete che evolvano insieme all’animale.

“In definitiva, l’eccellenza nutrizionale si raggiunge quando tutte le diete che compongono un programma alimentare operano come un sistema integrato, fornendo i nutrienti giusti, nelle quantità corrette e nel momento biologicamente più appropriato. I programmi alimentari più efficaci sono quelli capaci di adattarsi allo sviluppo fisiologico del pesce, massimizzando contemporaneamente le performance di crescita, l’efficienza alimentare, l’utilizzo dei nutrienti, l’uniformità dello stock, la qualità del prodotto finale e il valore economico complessivo della produzione”, conclude Fontanillas.

L’articolo In acquacoltura, ogni fase del ciclo chiede una nutrizione diversa proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Nei Paesi Bassi l’acquacoltura vale metà dei consumi ittici

Nei Paesi Bassi l’acquacoltura vale metà dei consumi ittici

 [[{“value”:”

Nei Paesi Bassi il consumo di prodotti ittici sta cambiando in modo silenzioso ma strutturale. Secondo una nuova analisi di Rabobank, i vincoli che pesano sulla pesca in mare aperto, la minore disponibilità di alcune specie tradizionali e la crescita del retail stanno spostando la domanda verso prodotti più stabili, riconoscibili e facili da consumare. L’acquacoltura rappresenta ormai circa metà dei consumi ittici olandesi. Il salmone è il simbolo più evidente di questa trasformazione: una specie allevata che non occupa più solo una nicchia premium, ma guida abitudini, scaffali e nuovi formati di consumo.

Lo scaffale ittico cambia prima delle abitudini dichiarate

La trasformazione dei consumi ittici nei Paesi Bassi non passa da una frattura improvvisa. Passa dallo scaffale.

Passa dalla vaschetta pronta, dal filetto porzionato, dal salmone affumicato, dal sushi al supermercato, dalla bowl acquistata in pausa pranzo, dal prodotto che il consumatore riconosce subito e sa già come usare. È qui che, secondo Rabobank, il mercato olandese sta cambiando pelle.

Il dato centrale è netto: i prodotti da acquacoltura rappresentano ormai circa il 50% del consumo ittico nei Paesi Bassi. Non è un dettaglio statistico. È il segnale di un equilibrio nuovo tra pescato e allevato, tra tradizione e disponibilità, tra cultura gastronomica e logiche della distribuzione moderna.

Per anni il consumo ittico olandese è stato legato a specie identitarie come aringa, platessa e merluzzo. Specie forti, riconoscibili, radicate nella storia alimentare del Paese. Oggi, però, queste specie si muovono dentro un mercato più complesso: stock sotto pressione, limiti alle catture, costi crescenti, minore prevedibilità dell’offerta.

Il consumatore, nel frattempo, è cambiato. Compra meno per abitudine e più per funzione. Cerca prodotti semplici, continui, accessibili, coerenti con tempi di vita più rapidi. In questo scenario, l’acquacoltura non cresce perché cancella il valore del pescato, ma perché risponde meglio a una parte della domanda contemporanea.

Il salmone è diventato una grammatica di consumo

Il salmone è il caso più evidente. Nei Paesi Bassi non è più soltanto una specie apprezzata. È diventato una grammatica di consumo.

È fresco, affumicato, marinato, porzionato, pronto, internazionale. Entra nel sushi, nelle insalate, nelle poke bowl, nei piatti salutistici, nei format da supermercato e nella ristorazione veloce. È riconoscibile anche da chi conosce poco il pesce. Ha un’immagine chiara, una filiera organizzata, una disponibilità costante.

Secondo l’analisi rilanciata sul mercato, nel 2025 il salmone avrebbe rappresentato circa il 45% del valore complessivo dei prodotti ittici consumati nei Paesi Bassi e circa il 35% dei volumi. È una concentrazione molto forte. E dice una cosa precisa: quando una specie diventa così centrale, non è più solo un prodotto. Diventa un’infrastruttura commerciale.

Il salmone funziona perché unisce industria e immaginario. È allevato, ma percepito come moderno. È standardizzabile, ma non appare banale. È globale, ma familiare. È premium, ma ormai quotidiano. Questa combinazione lo rende una delle specie più potenti nel ridisegnare il consumo ittico europeo.

Il paragone più vicino, su scala globale, è forse quello con i gamberi allevati: prodotto disponibile tutto l’anno, flessibile, adatto al surgelato, al pronto, al food service e alla cucina internazionale. Nel Mediterraneo, invece, il ruolo più simile è svolto da branzino e orata, specie allevate che hanno portato continuità e riconoscibilità nel banco pesce. Ma nessuna, almeno oggi, ha la stessa forza culturale e commerciale del salmone.

Il punto non è scegliere tra pesca e acquacoltura

La lettura più debole sarebbe trasformare il caso olandese in una contrapposizione tra pesca e acquacoltura. Non è questo il punto.

Il punto è che il mercato sta premiando ciò che riesce a stare con regolarità nello scaffale, nel piatto e nella testa del consumatore. Il pescato mantiene un valore enorme: biodiversità, stagionalità, marinerie, territori, identità, cultura alimentare. Ma deve fare i conti con una domanda che chiede sempre più servizio, semplicità e continuità.

La pesca vive la complessità della natura e della regolazione. L’acquacoltura vive la complessità dell’industria e della reputazione. Sono due mondi diversi, ma entrambi necessari. Il futuro non sarà costruito dalla vittoria dell’uno sull’altro, ma dalla capacità della filiera di farli convivere senza banalizzarli.

Nei Paesi Bassi questa convivenza sta prendendo una forma molto chiara: il pescato tradizionale resta parte dell’identità, ma l’allevato occupa sempre più spazio nella quotidianità. E il retail, più di ogni altro canale, sta accelerando questo passaggio.

Il supermercato chiede prodotto programmabile. Chiede formati chiari. Chiede prezzo leggibile. Chiede continuità. Chiede comunicazione semplice. Chiede margini e rotazione. In questa cornice, molte specie allevate partono avvantaggiate.

Una lezione anche per l’Italia

Il caso olandese riguarda anche l’Italia, pur dentro una cultura ittica molto diversa.

Il nostro mercato ha una ricchezza di specie, territori e tradizioni che pochi Paesi possono vantare. Ma questa ricchezza, da sola, non basta più. Una parte crescente dei consumatori non sa riconoscere le specie locali, non sa pulire il pesce, non sa cucinarlo intero, non ha tempo, non entra in pescheria, non costruisce il pasto partendo dalla stagionalità.

Sceglie ciò che capisce. E spesso capisce meglio un trancio di salmone, un filetto confezionato, un prodotto pronto o una specie allevata presente tutto l’anno.

Questo non significa arrendersi alla standardizzazione. Significa prendere atto che il valore del pescato va tradotto meglio. Raccontato meglio. Servito meglio. Portato dentro formati compatibili con il consumo contemporaneo senza perdere identità.

Rabobank fotografa dunque molto più di un cambiamento nei Paesi Bassi. Fotografa una tensione che attraversa tutta la filiera ittica europea: da una parte il limite crescente del pescato selvatico, dall’altra una domanda che non rinuncia al pesce, ma lo vuole più accessibile, stabile e facile.

L’acquacoltura entra in questo spazio. Non come soluzione unica. Non come sostituto culturale della pesca. Ma come componente sempre più centrale dell’approvvigionamento ittico moderno.

La vera notizia, allora, non è soltanto che nei Paesi Bassi l’acquacoltura vale ormai metà dei consumi. La vera notizia è che il consumo ittico europeo si sta riorganizzando attorno a una nuova domanda: meno rituale, più servizio; meno dipendente dalla disponibilità del giorno, più legata alla continuità dello scaffale.

Chi saprà leggere questo cambiamento senza nostalgia e senza semplificazioni avrà un vantaggio. Chi continuerà a pensare che basti mettere il pesce sul banco, rischia invece di scoprire troppo tardi che il consumatore si è già spostato altrove.

L’articolo Nei Paesi Bassi l’acquacoltura vale metà dei consumi ittici proviene da Pesceinrete.

“}]] ​ 

Pagina 1 di 23

Made with & by Matacotti Design

Privacy & Cookie Policy