Mese: Giugno 2026 Pagina 2 di 23

FEAMPA, Bruxelles vuole semplificare il fondo per sbloccare gli investimenti

FEAMPA, Bruxelles vuole semplificare il fondo per sbloccare gli investimenti

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La Commissione europea ha aperto una consultazione pubblica su una possibile modifica mirata del FEAMPA, il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura 2021-2027. La consultazione, aperta fino al 21 luglio, punta a raccogliere indicazioni concrete su norme, procedure e rigidità che oggi possono ostacolare gli investimenti nella pesca, nell’acquacoltura e nella filiera ittica. Bruxelles intende rendere il fondo più semplice, flessibile e facile da attuare, mantenendolo coerente con la Politica comune della pesca. La revisione servirà anche ad allineare pienamente il quadro europeo all’accordo OMC sui sussidi alla pesca, entrato in vigore il 15 settembre 2025, che vieta il sostegno pubblico ad attività legate alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, alla pesca di stock sovrasfruttati e alla pesca in alto mare non regolamentata.

Un fondo strategico, ma ancora troppo rigido

La Commissione europea ha aperto un confronto che riguarda direttamente la capacità della filiera ittica di investire, innovare e reggere la transizione.

Il FEAMPA è il principale strumento finanziario dell’Unione europea per pesca, acquacoltura, economia marittima e attuazione della Politica comune della pesca. Sulla carta, è il fondo che dovrebbe accompagnare il settore verso maggiore sostenibilità, competitività, sicurezza, innovazione e resilienza. Nella pratica, però, una parte delle regole viene percepita come troppo complessa o troppo rigida rispetto ai bisogni reali degli operatori.

È questo il nodo che Bruxelles intende affrontare.

A metà del periodo di programmazione 2021-2027, la valutazione intermedia del fondo e i riscontri arrivati dagli Stati membri e dai Consigli consultivi hanno evidenziato difficoltà applicative. Alcune norme risultano complicate da gestire. Alcune opportunità di finanziamento non riescono a trasformarsi con sufficiente rapidità in investimenti concreti. Il risultato è un paradosso noto a molte imprese: le risorse esistono, ma l’accesso può diventare lento, faticoso o poco aderente ai tempi della produzione.

La consultazione pubblica serve proprio a raccogliere prove, casi e suggerimenti pratici. Non dichiarazioni generiche, ma elementi utili a capire dove il fondo non funziona come dovrebbe. Quali passaggi amministrativi rallentano gli interventi. Quali condizioni escludono investimenti utili. Quali rigidità rendono più difficile usare le risorse disponibili.

Per il settore ittico, è un passaggio tutt’altro che formale. Ammodernare, innovare, efficientare, digitalizzare, migliorare la sicurezza a bordo, rafforzare la sostenibilità degli allevamenti, sostenere porti e infrastrutture, valorizzare la trasformazione e accompagnare la filiera nei mercati richiede strumenti rapidi e leggibili. Un fondo troppo complicato rischia di diventare un freno proprio nel momento in cui dovrebbe essere una leva.

La semplificazione non è un dettaglio tecnico

Nel linguaggio europeo, la parola semplificazione può sembrare burocratica. In realtà, per le imprese significa tempo, costi, accesso e capacità di programmare.

Una procedura troppo pesante può scoraggiare una piccola azienda. Una misura scritta in modo troppo rigido può non adattarsi ai cicli produttivi dell’acquacoltura o ai tempi operativi della pesca. Una rendicontazione sproporzionata può trasformare un aiuto in un percorso a ostacoli. Un bando costruito senza sufficiente ascolto del settore può generare risorse difficili da utilizzare.

Il punto non è ridurre le garanzie. Il punto è evitare che la sostenibilità resti intrappolata nella procedura.

La filiera ittica europea ha bisogno di regole chiare, controlli solidi e obiettivi coerenti. Ma ha anche bisogno di strumenti capaci di accompagnare gli investimenti quando servono, non quando l’occasione industriale è già passata. Per questo la consultazione della Commissione può diventare un’occasione concreta: trasformare le criticità operative in modifiche normative utili.

Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante. La struttura del comparto è fatta di marinerie, imprese familiari, acquacoltura specializzata, trasformatori, mercati, porti e aziende commerciali che spesso non dispongono di grandi apparati amministrativi interni. In questo contesto, la semplicità non è un vantaggio accessorio. È una condizione di accesso.

Sussidi alla pesca, il secondo fronte della revisione

La possibile modifica del FEAMPA non riguarda solo la gestione interna del fondo. Il secondo fronte è il recepimento pieno nel diritto dell’Unione europea dell’accordo OMC sui sussidi alla pesca.

L’accordo, entrato in vigore il 15 settembre 2025, rappresenta uno dei passaggi più importanti nella governance internazionale degli oceani. Per la prima volta, un quadro multilaterale vincolante interviene sui sussidi pubblici che possono alimentare pratiche dannose per le risorse marine. Il testo vieta il sostegno alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, alla pesca di stock sovrasfruttati e alla pesca in alto mare non regolamentata.

L’Unione europea aveva ratificato l’accordo nel 2023. Ora deve completarne l’attuazione nel proprio ordinamento, anche attraverso l’adeguamento del regolamento FEAMPA. Il principio è netto: i finanziamenti europei non devono poter sostenere attività incompatibili con le nuove discipline internazionali.

È un passaggio che va letto insieme alla semplificazione, non in contrapposizione.

Da un lato, Bruxelles vuole rendere il fondo più facile da usare per chi investe in modo coerente con gli obiettivi europei. Dall’altro, vuole rafforzare il divieto di sostegno pubblico verso attività che compromettono la sostenibilità delle risorse. Meno burocrazia per gli investimenti corretti. Più chiarezza contro i sussidi dannosi.

Questa è la linea di equilibrio su cui si giocherà la revisione.

Una finestra breve, ma utile alla filiera

La consultazione resterà aperta fino al 21 luglio sul portale “Dite la vostra” della Commissione europea. I contributi possono essere inviati in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Unione.

Sono chiamati a partecipare Stati membri, autorità nazionali, regionali e locali, operatori della pesca e dell’acquacoltura, trasformatori, importatori, distributori, porti, infrastrutture, cantieristica, organizzazioni della società civile, imprese, ONG, sindacati, mondo accademico, istituti di ricerca e cittadini.

È un elenco ampio, ma il punto resta molto concreto: chi conosce il fondo dall’interno deve indicare cosa non funziona e come può essere corretto.

Per la filiera ittica, questa è l’occasione per portare a Bruxelles problemi reali, non percezioni generiche. Dove si bloccano i progetti. Quali vincoli impediscono di investire. Quali misure non intercettano più i bisogni del mercato. Quali regole rendono difficile usare le risorse. Quali modifiche potrebbero migliorare l’efficacia del fondo senza indebolire sostenibilità, tracciabilità e controllo.

Il rischio è considerare la consultazione come un passaggio tecnico riservato agli addetti ai lavori. Sarebbe un errore. Le regole dei fondi europei incidono sulla capacità delle imprese di innovare, dei territori costieri di restare competitivi, dell’acquacoltura di crescere, della trasformazione di modernizzarsi e della pesca di affrontare una transizione sempre più complessa.

La revisione del FEAMPA non risolverà da sola le difficoltà del settore. Ma può incidere su una questione decisiva: rendere gli strumenti europei più vicini alla realtà di chi lavora nella filiera.

Per questo il confronto aperto dalla Commissione merita attenzione. Perché dietro la parola semplificazione non c’è solo meno burocrazia. C’è la possibilità di trasformare un fondo strategico in uno strumento davvero utilizzabile.

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Reti da pesca italiane verso l’Ucraina per la difesa dai droni

Reti da pesca italiane verso l’Ucraina per la difesa dai droni

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Oltre 30 tonnellate di reti dei pescatori italiani sono partite verso l’Ucraina. Venerdì mattina a Fiumicino operazione di ritiro nell’ambito dell’iniziativa di solidarietà coordinata dal Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio e Federpesca.

Un totale di oltre 30 tonnellate di reti da pesca dismesse, donate dalle imprese ittiche di Fiumicino e Civitavecchia, sono state raccolte, caricate e in partenza già da stamattina verso l’Ucraina, dove saranno utilizzate dalla popolazione per la protezione di strade e palazzi dagli attacchi dei droni. Un sistema semplice quanto efficace che ha dimostrato tutta la sua importanza in varie situazioni.

I droni che tentano di attaccare gli edifici pubblici e privati non riescono a superare le maglie delle reti da pesca, salvando la vita e le abitazioni di gran parte della popolazione.

L’intervento rientra nella più ampia operazione nazionale che ha coinvolto diverse marinerie italiane, coordinate da Federpesca, tra cui Mazara del Vallo, Fiumicino e Civitavecchia, nell’ambito del Meccanismo di Protezione Civile dell’Unione Europea, con il supporto operativo delle Capitanerie di Porto.

Alla giornata di raccolta erano presenti Giovanni De Siervo, responsabile delle relazioni internazionali della Protezione Civile, la direttrice generale di Federpesca Francesca Biondo, l’assessore all’ambiente e alla pesca del Comune di Fiumicino Stefano Costa e il rappresentante di Federpesca per la Regione Lazio e presidente della cooperativa La Pesca Romana di Fiumicino, Gennaro Del Prete.

“Ringraziamo l’impegno e la disponibilità dei pescatori che hanno aderito a questa iniziativa per sostenere la popolazione ucraina – ha dichiarato la direttrice di Federpesca, Francesca Biondo – Inviando le reti che sarebbero altrimenti state dismesse, hanno offerto un contributo concreto a protezione di scuole, palazzi, luoghi sensibili e vie di comunicazione. Sono in corso analoghe operazioni in altre marinerie italiane e come Federpesca siamo orgogliosi di dare questo contributo. In un momento di particolare sofferenza per il comparto della pesca, i pescatori italiani confermano il proprio ruolo fondamentale, non solo per garantire cibo di qualità, ma anche nel dare un concreto esempio di solidarietà. Ci auguriamo che questo contributo possa offrire un aiuto concreto alla popolazione colpita dal conflitto e che si possa giungere quanto prima ad una pace duratura”.

“Ringraziamo anche la collaborazione fondamentale e preziosa della Capitaneria di Porto, che ha contribuito alle operazioni in tutte le marinerie” ha concluso la direttrice.

Il rappresentante Federpesca della Regione Lazio, Gennaro Del Prete, ha dichiarato: “I nostri pescatori hanno risposto prontamente a questa richiesta, dimostrando un senso di grande responsabilità e solidarietà. Siamo orgogliosi della disponibilità mostrata dalle nostre marinerie e ringraziamo tutte le imprese ittiche che hanno partecipato all’iniziativa”.

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Acquacoltura, anche il suono entra nel benessere animale

Acquacoltura, anche il suono entra nel benessere animale

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Il suono sta diventando una variabile da considerare nell’acquacoltura moderna. Non si tratta di mettere semplicemente musica nelle vasche, ma di capire come rumori, vibrazioni e stimoli acustici possano influenzare comportamento, stress, alimentazione e benessere dei pesci. Le evidenze scientifiche sono promettenti, ma ancora insufficienti per trasformare la musica in un protocollo commerciale. La vera sfida è progettare ambienti di allevamento meno rumorosi, più controllati e più rispettosi della fisiologia delle specie allevate.

In acquacoltura si misura quasi tutto: temperatura, ossigeno, salinità, densità, qualità dell’acqua, crescita, consumo di mangime, conversione alimentare. Molto meno, almeno fino a oggi, si è misurato il paesaggio sonoro in cui vivono i pesci.

Eppure il suono, in acqua, non è un dettaglio. Si propaga con grande efficienza e attraversa vasche, impianti, sistemi di pompaggio, tubazioni e ambienti di allevamento. Pompe, aeratori, filtri, flussi idraulici, movimentazioni, operazioni di gestione e rumori esterni non restano semplicemente sullo sfondo: entrano nell’habitat degli animali.

È da qui che nasce l’interesse crescente per la bioacustica applicata all’acquacoltura. Un campo ancora giovane, ma sempre più rilevante, perché sposta l’attenzione su una dimensione spesso sottovalutata. I pesci non vivono soltanto in un ambiente chimico e fisico. Vivono anche in un ambiente acustico.

Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha iniziato a interrogarsi con maggiore continuità sul ruolo del rumore negli impianti intensivi e nei sistemi a ricircolo. Una recente review pubblicata su Fishes ha messo insieme le principali evidenze disponibili su rumore, stimoli musicali e teleostei allevati, indicando il suono come uno stressor ambientale ancora poco esplorato e, allo stesso tempo, come una possibile leva di arricchimento ambientale.

Il punto, però, va formulato con prudenza. Non siamo davanti a una ricetta semplice, né a una tecnologia pronta per essere applicata indistintamente in ogni allevamento. Siamo davanti a una domanda nuova e importante: quanto conta ciò che i pesci sentono?

Il suono come parametro di benessere

L’idea che il rumore sia neutro è sempre più difficile da sostenere. Molte specie ittiche possiedono sistemi sensoriali capaci di rilevare vibrazioni, variazioni di pressione, frequenze e segnali acustici. L’orecchio interno, la linea laterale, la vescica natatoria e altre strutture specializzate contribuiscono, in modo diverso da specie a specie, alla percezione dell’ambiente sonoro.

Questo significa che il suono può incidere su funzioni essenziali: orientamento, alimentazione, risposta alla paura, interazione sociale, attività locomotoria e comportamento riproduttivo. In alcuni casi può rappresentare un segnale utile. In altri, se continuo, intenso o mal gestito, può diventare una fonte di disturbo.

La questione non riguarda soltanto il benessere in senso etico. Riguarda anche la gestione produttiva. Uno stimolo stressante può modificare il comportamento alimentare, aumentare l’agitazione, influenzare il metabolismo e alterare alcuni indicatori fisiologici. Al contrario, un ambiente più stabile e meno disturbante può contribuire a condizioni di allevamento più prevedibili.

Nei sistemi a ricircolo, negli hatchery, nelle vasche intensive e negli impianti chiusi, il rumore generato dalle tecnologie può diventare una componente costante dell’habitat. Non sempre produce effetti misurabili, non sempre è dannoso, ma non può essere considerato irrilevante a priori.

È questo il cambio di prospettiva più interessante. Dopo aver imparato a controllare l’acqua, la luce, la densità e l’alimentazione, l’acquacoltura potrebbe essere chiamata a guardare con maggiore attenzione anche al rumore.

Non basta chiedersi se la musica rilassa i pesci

La parte più curiosa del dibattito riguarda la musica. Alcuni studi sperimentali hanno osservato che stimoli musicali strutturati, in particolare musica classica o sequenze sonore controllate, possono influenzare crescita, comportamento, risposta allo stress o efficienza alimentare in alcune specie.

Sono stati condotti lavori su orata, carpa comune, trota iridea e pesce zebra. In alcune prove sull’orata sono stati valutati brani di Mozart, Bach e altri stimoli musicali in sistemi a ricircolo, osservando variazioni in parametri produttivi e fisiologici. Altri studi hanno confrontato stimoli musicali, rumore bianco e gruppi di controllo. Nei pesci zebra, invece, l’arricchimento uditivo è stato utilizzato anche per indagare ansia, risposta endocrina e comportamento dopo condizioni di stress o isolamento.

Ma il punto non è stabilire se Mozart “piaccia” ai pesci. Questa sarebbe una semplificazione debole e fuorviante. La domanda scientificamente corretta è un’altra: quale tipo di stimolo acustico viene percepito da una determinata specie, con quale intensità, per quanto tempo, in quale fase fisiologica e in quale sistema di allevamento?

In altre parole, la musica non va letta come intrattenimento, ma come stimolo fisico. Frequenza, ritmo, volume, durata dell’esposizione, struttura della vasca e rumore di fondo possono cambiare completamente il risultato. Un suono potenzialmente utile in un contesto sperimentale può diventare irrilevante, o persino controproducente, se trasferito senza criterio in un impianto commerciale.

Per questo è necessario mantenere una linea molto chiara. Gli studi disponibili aprono piste interessanti, ma non autorizzano conclusioni facili. Non esiste oggi una ricetta valida per tutte le specie, né un protocollo acustico standard da applicare in allevamento.

Dalla curiosità scientifica alla progettazione degli impianti

Il vero valore del tema non sta nella possibilità, ancora tutta da verificare, di “far crescere meglio i pesci con la musica”. Sta piuttosto nella consapevolezza che l’ambiente acustico degli impianti merita attenzione progettuale.

La bioacustica può aiutare a porre domande concrete. Quali rumori sono prodotti dalle pompe? Quali frequenze raggiungono le vasche? Quanto incidono aeratori, filtri, flussi d’acqua e movimentazioni? Esistono livelli di esposizione più critici per alcune specie o fasi di crescita? Il rumore di fondo interferisce con l’alimentazione, con la risposta allo stress o con la capacità degli animali di adattarsi all’ambiente?

Sono domande che riguardano direttamente l’acquacoltura intensiva e, in particolare, i sistemi ad alta componente tecnologica. In questi contesti il pesce non è esposto soltanto all’acqua che riceve, al mangime che consuma o alla densità della vasca. È esposto anche a un insieme continuo di segnali meccanici e acustici.

La direzione più seria della ricerca è quindi duplice. Da un lato, capire quali rumori evitare, attenuare o gestire meglio. Dall’altro, valutare se alcuni stimoli acustici controllati possano diventare forme di arricchimento ambientale non invasivo.

È un approccio coerente con l’evoluzione dell’acquacoltura moderna. Un settore chiamato a produrre di più e meglio, ma anche a dimostrare attenzione crescente alla qualità della vita degli animali allevati. Il benessere, sempre più, non sarà solo una dichiarazione di principio. Entrerà nei disciplinari, nelle certificazioni, nella comunicazione al consumatore e nella legittimazione sociale delle produzioni.

La vera domanda: che cosa sentono gli animali che alleviamo?

Ogni specie ha una propria sensibilità. Non tutti i pesci percepiscono le stesse frequenze nello stesso modo. Non tutti rispondono allo stesso stimolo con lo stesso comportamento. Anche età, dimensione, densità, stato nutrizionale, temperatura e condizioni dell’impianto possono modificare la risposta.

Per questo la bioacustica applicata all’acquacoltura richiede un approccio specie-specifico. Non basta installare altoparlanti subacquei o ridurre genericamente il rumore. Servono misurazioni, protocolli, soglie, tempi di esposizione, indicatori di stress, dati produttivi e verifiche sul campo.

Il potenziale, però, è evidente. Se confermata da ulteriori studi, la gestione dell’ambiente acustico potrebbe offrire strumenti a basso impatto per migliorare il benessere e rendere più raffinata la progettazione degli allevamenti. Non sostituirà la qualità dell’acqua, la corretta alimentazione, la biosicurezza o la buona gestione zootecnica. Potrebbe però aggiungere un tassello importante.

Il tema, in fondo, dice molto della direzione che sta prendendo il settore. L’acquacoltura del futuro non dovrà controllare solo i parametri visibili e misurabili con gli strumenti più tradizionali. Dovrà interrogarsi anche su ciò che gli animali percepiscono.

Non si tratta di far ascoltare musica ai pesci come scorciatoia produttiva. Si tratta di imparare ad ascoltare meglio i pesci. E forse proprio da questo ascolto potrà nascere un modo più intelligente di progettare gli ambienti in cui vengono allevati.

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Pesca 2026, strette su nasello, scampo e Fossa di Pomo

Pesca 2026, strette su nasello, scampo e Fossa di Pomo

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Il MASAF interviene con due decreti distinti sulla gestione della pesca nel 2026. Nel Canale di Sicilia, GSA 12-16, viene introdotto uno stop di trenta giorni alla pesca bersaglio del nasello con palangari fissi, reti da posta calate e reti a tremaglio, dal 2 al 31 luglio 2026. In quel periodo sarà vietato catturare, detenere a bordo, trasbordare, trasferire e sbarcare nasello, con divieto esteso anche alla pesca sportiva e ricreativa. In Adriatico, nelle GSA 17 e 18, vengono rafforzate le misure per la tutela dello scampo e della Fossa di Pomo: nelle zone A e B individuate dal decreto è vietata la cattura dello scampo fino al 30 novembre 2026, mentre nel “Fondaletto” sono previste ulteriori restrizioni dal 1° agosto al 31 ottobre 2026.

Due decreti, due aree di pesca, due specie diverse. Ma una stessa direzione: la gestione della pesca nel Mediterraneo entra in una fase sempre più selettiva, costruita su misure puntuali per stock, attrezzi, coordinate e periodi dell’anno.

Il primo provvedimento riguarda il nasello nel Canale di Sicilia. Il secondo interviene sullo scampo in Adriatico e sulla Fossa di Pomo, una delle aree più sensibili della pesca demersale adriatica. Non si tratta di un unico fermo pesca e non sarebbe corretto raccontarlo così. Sono misure diverse, rivolte a comparti diversi, ma lette insieme indicano con chiarezza il cambio di passo della regolazione: meno interventi indistinti, più gestione mirata.

Per la flotta non è un passaggio marginale. Le nuove disposizioni incidono sulla programmazione delle attività, sulle possibilità di cattura, sulla gestione dei conferimenti e sull’organizzazione del lavoro in mare. Per il mercato, invece, confermano che la disponibilità di alcune specie potrà dipendere sempre di più non solo dalla stagione e dalle condizioni meteo-marine, ma anche da finestre normative precise.

Nasello, stop di trenta giorni nel Canale di Sicilia

Il decreto sul nasello riguarda le unità che effettuano pesca bersaglio di Merluccius merluccius nelle GSA da 12 a 16, l’area del Canale di Sicilia. La misura prevede un’interruzione temporanea obbligatoria e continuativa di trenta giorni, dal 2 luglio al 31 luglio 2026.

Il divieto riguarda tre tipologie di attrezzi: palangari fissi, reti da posta calate e reti a tremaglio. Durante il periodo di stop non sarà consentito catturare nasello, ma nemmeno detenerlo a bordo, trasbordarlo, trasferirlo o sbarcarlo.

È un punto importante perché il provvedimento non si limita a fermare l’attività di pesca bersaglio. Interviene anche sulle fasi successive alla cattura, rendendo la misura più netta sul piano operativo e più chiara nella fase dei controlli.

Il decreto si inserisce nel quadro delle raccomandazioni della CGPM sulla gestione degli stock demersali nello Stretto di Sicilia. Il testo richiama la misura pilota dei trenta giorni di sospensione per gli attrezzi utilizzati nella pesca del nasello durante la riproduzione. Allo stesso tempo evidenzia un elemento biologico decisivo: il nasello si riproduce durante tutto l’anno. Per questo la sospensione può essere considerata efficace anche in un mese diverso da quelli originariamente indicati.

Il divieto riguarda anche la pesca sportiva e ricreativa

La misura non riguarda solo la pesca professionale. Il decreto estende il divieto anche alla pesca sportiva e ricreativa nelle stesse GSA 12-16.

È una scelta significativa perché rafforza il senso del provvedimento: quando l’obiettivo è ridurre la pressione su una specie, la restrizione non viene limitata alle attività commerciali, ma viene estesa anche agli altri prelievi.

Per le imprese interessate, luglio diventa quindi un mese da pianificare con attenzione. La sospensione può incidere sulle giornate di attività, sulla disponibilità di prodotto e sulla gestione commerciale del nasello in un periodo dell’anno già delicato per il mercato.

Per la filiera il segnale è chiaro: il nasello resta una specie centrale per il Mediterraneo, ma proprio per questo continua a essere oggetto di misure di gestione sempre più stringenti.

Scampo e Fossa di Pomo, nuove restrizioni in Adriatico

Il secondo decreto riguarda l’Adriatico e dà attuazione alle misure sul regime di sforzo di pesca per gli stock demersali chiave nelle GSA 17 e 18. Al centro del provvedimento c’è lo scampo, Nephrops norvegicus, specie di alto valore commerciale e particolarmente sensibile alla pressione della pesca demersale.

Il decreto istituisce due zone di tutela, denominate zona A e zona B, delimitate da coordinate geografiche riportate nell’allegato. In queste aree, dall’entrata in vigore del provvedimento e fino al 30 novembre 2026, è vietata la cattura dello scampo.

Anche in questo caso la norma va oltre il semplice divieto di pesca. Per le unità che transitano nelle zone interessate con velocità inferiori ai 6 nodi, oppure senza seguire rotte dirette e quindi con modalità compatibili con l’attività di pesca, è vietato detenere a bordo, trasbordare, trasferire e sbarcare scampo.

È un passaggio tecnico, ma decisivo. Il decreto distingue il transito effettivo dalla navigazione che può essere interpretata come attività di pesca. In questo modo riduce le zone grigie e rende più stringente il controllo sul rispetto della misura.

Nel “Fondaletto” divieti dal 1° agosto al 31 ottobre

Il decreto interviene anche sulla Fossa di Pomo, area da anni centrale nelle politiche di gestione dell’Adriatico. Nella zona del “Fondaletto”, dal 1° agosto al 31 ottobre 2026, saranno vietate le attività di pesca con reti a strascico a divergenti, sfogliare rapidi, reti gemelle a divergenti, palangaro fisso, attrezzi da posta e nasse.

Per i pescherecci già autorizzati alla pesca specifica nella Fossa di Pomo è previsto un ulteriore limite: non potranno pescare nella zona “Fondaletto” per più di un giorno di pesca a settimana.

Non è quindi solo una chiusura temporale. È anche una restrizione sulla frequenza di accesso all’area, con effetti diretti sull’organizzazione delle uscite e sulla gestione dell’attività.

Letti insieme, i due decreti raccontano una fase nuova della gestione della pesca italiana nel Mediterraneo. Il punto non è soltanto fermare le attività, ma governarle con strumenti più precisi. Le regole diventano più territoriali, più tecniche, più aderenti allo stato dei singoli stock.

Per gli operatori significa dover lavorare con calendari, attrezzi e coordinate sempre più determinanti. Per il mercato significa confrontarsi con una disponibilità del prodotto che potrà dipendere non solo dalla stagione e dalle condizioni del mare, ma anche da finestre normative mirate.

Nasello, scampo e Fossa di Pomo sono tre nomi diversi dentro lo stesso scenario: una pesca che resta attività economica essenziale, ma che deve muoversi in un equilibrio sempre più delicato tra reddito delle imprese, tutela delle risorse e responsabilità di filiera.

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Il banco pesce racconta il mare che cambia

Il banco pesce racconta il mare che cambia

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La temperatura del mare incide sempre di più sugli equilibri della filiera ittica. Può influenzare la distribuzione delle specie, la loro presenza nelle aree di pesca, la stagionalità reale e, di conseguenza, la disponibilità al banco.

Per la GDO questo significa confrontarsi con un’offerta meno stabile e con la necessità di spiegare meglio al consumatore perché alcune specie cambiano disponibilità, prezzo o provenienza. Il banco pesce diventa così uno spazio commerciale, ma anche un osservatorio concreto dei cambiamenti che attraversano il mare.

Prezzi in crescita, forniture meno lineari, specie più discontinue, disponibilità che cambia da una settimana all’altra. Nel settore ittico sono fenomeni noti, spesso letti attraverso le categorie più immediate del mercato: costi, domanda, meteo, logistica, importazioni, pressione sugli stock, capacità di programmazione.

Tutto vero. Ma non basta più.

Una riflessione condivisa su LinkedIn da Mirko Tomsi, buyer ittico presso CIA Conad, riporta l’attenzione su un fattore che troppo spesso resta sullo sfondo: la temperatura del mare. Non come elemento astratto o tema riservato agli addetti ai lavori, ma come variabile concreta che entra nella filiera, modifica gli equilibri biologici e arriva fino al banco pesce.

È proprio qui che la questione diventa interessante. Perché il banco ittico non è soltanto il punto in cui il prodotto viene venduto. È anche il luogo in cui diventano visibili dinamiche molto più profonde: cosa il mare restituisce, cosa la filiera riesce a intercettare, cosa il consumatore trova e riconosce, cosa invece diventa più raro, più caro o meno prevedibile.

Il prezzo non nasce solo dal mercato

Nel mercato ittico la materia prima non è mai completamente programmabile. A differenza di altri comparti alimentari, il pesce dipende da equilibri naturali, cicli biologici, aree di pesca, condizioni meteo-marine, regole di gestione e disponibilità effettiva delle specie.

La temperatura marina si inserisce dentro questo sistema come una variabile silenziosa, ma sempre più rilevante. Anche variazioni apparentemente contenute possono incidere sugli habitat, sulle rotte di spostamento, sulla profondità a cui alcune specie si concentrano, sui cicli riproduttivi e sulla presenza più o meno regolare in determinate aree.

Non significa che ogni aumento di prezzo o ogni difficoltà di approvvigionamento dipenda dal mare più caldo. Sarebbe una semplificazione. Nel settore ittico le cause sono quasi sempre intrecciate: costi energetici, andamento della domanda, disponibilità di prodotto estero, fermo pesca, condizioni meteorologiche, gestione degli stock, concorrenza tra canali e capacità logistica.

Ma ignorare la componente ambientale sarebbe altrettanto sbagliato. Perché il mare non è una costante immobile. Cambia. E quando cambiano temperatura, habitat e distribuzione delle specie, cambia anche la base materiale su cui si costruisce l’offerta.

La stagionalità diventa meno prevedibile

Per molto tempo la filiera ha ragionato su una stagionalità ittica relativamente leggibile. Alcune specie avevano finestre di maggiore presenza, altre erano legate a periodi più riconoscibili, altre ancora entravano sul mercato con una certa regolarità.

Oggi questa grammatica non scompare, ma diventa meno rigida. La stagionalità resta un riferimento fondamentale, però deve fare i conti con condizioni ambientali più instabili. Alcune specie possono anticipare o ritardare la loro presenza. Altre possono risultare meno abbondanti in aree dove storicamente erano più frequenti. Altre ancora possono comparire con maggiore continuità in zone in cui prima avevano un ruolo marginale.

Per chi acquista, seleziona e programma l’offerta, questo cambia il lavoro quotidiano. Il buyer non legge più soltanto listini e disponibilità dichiarate dai fornitori. Deve interpretare segnali più ampi, mettere insieme informazioni commerciali, andamento delle catture, provenienze, stagionalità effettiva e risposta del consumatore.

Il banco pesce diventa così il punto finale di una catena di adattamenti. Dietro una specie assente, una pezzatura diversa, una provenienza alternativa o un prezzo più alto non c’è quasi mai una sola spiegazione. C’è un sistema che si muove.

La GDO davanti a un banco meno stabile

La grande distribuzione si trova in una posizione delicata. Da un lato deve garantire continuità, qualità, sicurezza, convenienza e riconoscibilità dell’offerta. Dall’altro lavora con una materia prima che, per sua natura, è esposta a variabili biologiche e ambientali molto più forti rispetto ad altri reparti.

Il consumatore spesso vede solo l’esito finale: il prezzo, la presenza o l’assenza di una specie, la proposta in promozione, l’alternativa suggerita al banco. Ma dietro quella scelta ci sono valutazioni complesse. Cosa è disponibile? Da dove arriva? È sostenibile proporlo in quel momento? Il prezzo è coerente? Il cliente lo conosce? È disposto a sostituire una specie abituale con un’altra meno nota?

Qui la riflessione di Tomsi diventa preziosa perché nasce da un osservatorio concreto. Il buyer ittico vede il punto in cui ambiente, filiera e consumo si incontrano. Non guarda il mare solo come ecosistema e non guarda il banco solo come spazio di vendita. Sta nel mezzo, dove le trasformazioni naturali diventano problemi commerciali, scelte di assortimento e occasioni di educazione al consumo.

Spiegare il cambiamento senza banalizzarlo

La vera sfida, per la GDO e per tutta la filiera, sarà comunicare meglio questo passaggio. Perché dire semplicemente che il pesce costa di più non basta. Così come non basta attribuire ogni variazione al cambiamento climatico, rischiando di trasformare un tema complesso in una formula generica.

Serve un racconto più preciso. Il mare cambia, ma cambiano anche le pressioni di mercato. Le specie si muovono, ma la disponibilità dipende anche dalla gestione delle risorse. La sostenibilità non è solo una certificazione, ma anche capacità di adattare l’offerta, valorizzare specie alternative, rispettare la stagionalità reale e accompagnare il consumatore verso scelte più consapevoli.

Il banco pesce può avere un ruolo importante in questo processo. Può limitarsi a esporre ciò che arriva, oppure può diventare un luogo di spiegazione. Può continuare a inseguire sempre le stesse specie, anche quando sono meno disponibili, oppure può aiutare il cliente a comprendere che il valore non sta solo nel prodotto più conosciuto, ma anche nella correttezza della proposta, nella qualità, nella provenienza e nel momento giusto di consumo.

In questo senso, la temperatura del mare non è un dettaglio tecnico. È uno dei segnali attraverso cui leggere il presente e il futuro della filiera ittica.

Il mare non è fermo. Non lo sono le specie, non lo sono i mercati, non lo sono le abitudini dei consumatori. E il banco pesce, ogni giorno, rende visibile questa trasformazione.

Per questo la riflessione partita da un buyer della GDO merita attenzione. Perché sposta il tema dalla teoria alla pratica. Dal dato ambientale al carrello. Dal mare al banco. E ricorda a tutta la filiera che la sostenibilità, oggi, passa anche dalla capacità di capire ciò che sta cambiando prima che diventi soltanto un problema di prezzo.

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