Mese: Maggio 2026 Pagina 1 di 12

Rinnovato il Ccnl pesca cooperativa non imbarcati, aumenti del 9,5% in due tranche

Rinnovato il Ccnl pesca cooperativa non imbarcati, aumenti del 9,5% in due tranche

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A soli quattro mesi dalla scadenza è stato rinnovato, per il quadriennio 2026-2029, il Contratto collettivo nazionale di lavoro per il personale non imbarcato dipendente da cooperative del settore pesca e acquacoltura. Lo rendono noto Agci Pesca e Acquacoltura, Confcooperative Fedagripesca e Legacoop Agroalimentare firmatarie insieme alle organizzazioni sindacali Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Pesca del rinnovo. L’accordo prevede un incremento retributivo complessivo del 9,5%, articolato in due tranche, la prima in vigore dal 1° gennaio 2026 e la seconda dal 1° gennaio 2027.

Sono state apportate anche modifiche normative per allineare la disciplina ai bisogni della vita delle lavoratrici e dei lavoratori e alle esigenze organizzative delle cooperative, andando a disciplinare temi come la genitorialità, l’indennità di malattia o la previdenza complementare.
“Il rinnovo raggiunto in tempi rapidi – sottolineano le centrali cooperative – conferma il buono stato delle relazioni sindacali in una fase particolarmente delicata per il comparto ittico e acquicolo. Un risultato importante che garantisce tutela del potere d’acquisto dei lavoratori e continuità alle imprese cooperative”.

Le organizzazioni firmatarie evidenziano inoltre che il confronto proseguirà ora sull’altro tavolo aperto per il rinnovo del Ccnl del personale imbarcato, per il quale lo scorso anno era stato sottoscritto un accordo ponte che ne aveva prorogato di un anno la durata.

“Occorre mantenere alta l’attenzione sul settore – aggiungono Agci Pesca e Acquacoltura, Confcooperative Fedagripesca e Legacoop Agroalimentare – anche e soprattutto per arrivare a dotare pesca e acquacoltura di un sistema compiuto, moderno ed efficace degli strumenti di integrazione salariale, in grado di rispondere alle esigenze delle imprese e dei lavoratori in una fase di profonda incertezza economica e produttiva”.

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La qualità alla prova del banco


La qualità alla prova del banco


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C’è una differenza sostanziale tra essere apprezzati da chi il pesce lo compra per mestiere e saper convincere chi lo sceglie per portarlo a tavola. Nel primo caso contano esperienza, linguaggio tecnico, abitudine a leggere la materia prima. Nel secondo conta una cosa più semplice e, per certi versi, più severa: la fiducia.

È qui che la scelta compiuta da Ittica Sud assume un significato preciso. Dopo vent’anni di lavoro nell’ingrosso, l’azienda ha aperto ad Alcamo la sua prima pescheria, portando il proprio prodotto fuori dal circuito professionale e sottoponendolo a una verifica diversa, più diretta, più esposta. Non più soltanto chef, buyer e distributori. Anche clienti che osservano il banco, fanno una domanda, confrontano, decidono. In pochi minuti.
Può sembrare un passaggio naturale. In realtà non lo è affatto.

Vendere all’ingrosso e vendere al dettaglio non significa semplicemente cambiare destinatario. Significa cambiare il punto in cui la qualità viene percepita. Nel mercato professionale, il valore di un prodotto si legge anche attraverso parametri condivisi: provenienza, affidabilità della fornitura, lavorazione, continuità. In pescheria, tutto si concentra invece in una prova molto più nuda. Il prodotto è davanti agli occhi del cliente. Deve risultare credibile subito. Deve sostenere il confronto. Deve essere all’altezza senza la protezione del linguaggio tecnico.

È per questo che l’apertura della pescheria di Alcamo non va letta come una semplice estensione commerciale. Va letta come una prova di coerenza. Perché quando un’azienda decide di presentarsi direttamente al consumatore finale, non può più contare sulla mediazione di chi sa già riconoscere il lavoro che c’è dietro. Deve far valere quel lavoro in una forma più immediata. Deve dimostrare che la qualità costruita nel tempo regge anche quando viene giudicata fuori dal suo ambiente naturale.

Nel caso di Ittica Sud, il punto decisivo è proprio questo: la pescheria non appare come una parentesi diversa dal resto dell’azienda, ma come la sua prosecuzione più esposta. Lo stesso rigore che ha sostenuto il lavoro con il mercato professionale viene portato in un luogo dove tutto è più visibile e meno difendibile a parole. Il banco, in questo senso, è un test. Perché obbliga il prodotto a parlare da solo.
Ed è un test che conta. Conta perché il dettaglio non perdona. Il consumatore magari non conosce tutta la filiera, non usa i termini tecnici del settore, non sa spiegare con precisione perché un prodotto gli sembri superiore a un altro. Ma sa riconoscere quando si trova davanti a qualcosa che trasmette affidabilità. Sa distinguere, anche senza lessico specialistico, tra una qualità costruita davvero e una qualità soltanto evocata.

In questo passaggio c’è una lezione importante. La reputazione più solida non è quella che vive bene solo nel dialogo tra professionisti. È quella che sa attraversare i contesti senza perdere consistenza. È quella che resta credibile anche quando cambia il pubblico, quando si accorcia la distanza tra chi produce e chi compra, quando il giudizio diventa più immediato e meno mediato. Portare il proprio prodotto al banco significa accettare questa esposizione. Significa rinunciare a ogni alibi.

Per Ittica Sud, allora, l’apertura della pescheria di Alcamo non è soltanto un segnale di crescita. È una dichiarazione implicita di sicurezza nel proprio lavoro. È il passaggio attraverso cui un’azienda dice, nei fatti, che la qualità costruita a monte è abbastanza solida da sostenere anche il rapporto più diretto e più semplice di tutti: quello con chi entra, guarda, sceglie e porta a casa.

Alla fine, è proprio questo che rende la scelta significativa. Non il cambio di canale in sé, ma ciò che quel cambio dimostra. Che il valore di Ittica Sud non dipende soltanto dal riconoscimento degli addetti ai lavori. Dipende dalla capacità di restare convincente anche quando il prodotto è lasciato davanti al giudizio più netto, immediato e concreto: quello del banco.

La presenza di Ittica Sud a Blue2B, in programma il 29 maggio a Mazara del Vallo, conferma la coerenza di un percorso costruito sulla qualità e sulla continuità. In un evento dedicato all’incontro tra imprese e mercato, l’azienda arriva con una credibilità che non nasce dal racconto, ma dalla tenuta concreta della propria proposta.

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The sea still has secrets: WoRMS reveals the most extraordinary marine species of 2025

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The ocean continues to surprise us. Not only because it is changing, warming, losing biodiversity and facing growing pressure from human activities. The ocean also surprises us because it still holds forms of life that science had never formally described before. Some are microscopic, others live in the abyss, and others seem to come straight from a fantasy story. Yet they are real. They have a name, an evolutionary history and a role within the balance of marine ecosystems.

This is the meaning behind the new list published by the World Register of Marine Species, known as WoRMS, which has presented the ten most extraordinary marine species described by researchers in 2025. The selection was released for World Taxonomist Appreciation Day, the day dedicated to taxonomists: the scientists who collect, identify, compare, describe and give names to living species.

The news is not about new commercial species or new products destined for fish counters. It concerns something deeper: our knowledge of the sea. Every newly described species adds another piece to the understanding of oceans, their biological relationships and the fragile balances that often remain invisible until they are studied.

According to WoRMS, almost 2,600 new marine species were described and added to the register in 2025 alone, including around 660 fossil species. The Top Ten is therefore only a small selection from a much broader scientific effort that, every year, brings to light thousands of organisms that were still unknown or not formally classified.

Among the selected species are names that immediately capture attention. One is the “dragon nematode”, Dracograllus miguelitus, a tiny organism associated with deep-sea environments along the Mid-Atlantic Ridge. Its presence reminds us how little we still know about life on the seabed and how delicate these habitats are, especially in the face of growing interest in underwater mineral resources.

Then there is Eunice siphoninsidiator, nicknamed the “ambush sponge worm”. It is a deep-sea polychaete that lives inside the central cavity of a glass sponge and behaves like a predator lying in wait. It sounds almost like a piece of fiction, but it opens a window onto the complex relationships between different species in deep-sea environments.

One of the most fascinating species on the list is Corallizoanthus aureus, a golden and bioluminescent zoantharian observed in deep marine caves in Japan. Its ability to emit green light is spectacular, but it is also scientifically relevant because it provides valuable information on the evolution of bioluminescence in marine organisms.

Also from the deep sea comes Photinopolynoe iskrae, the “glitter worm of Iskra”, found in extreme environments in the Pacific, among whale falls, sunken wood and methane seeps. These are places far removed from the common image of the sea, where life does not depend on sunlight but on chemical and bacterial processes. For this reason too, every newly described species in these contexts helps us better understand the extraordinary ability of life to adapt to extreme conditions.

Among the most curious names is Bathynomus vaderi, the Darth Vader supergiant isopod. It owes its name to the resemblance of its head to the famous helmet of the Star Wars character. But behind the pop-culture name lies a very concrete issue: the animal was already present in Vietnamese fish markets, even though science had not yet recognised it as a distinct species. This is one of the most interesting points for those who follow the seafood supply chain, because it shows that some organisms may be known through food use or commercial circulation before they are fully framed from a scientific point of view.

The Top Ten also includes Deltocyathus zoemetallicus, a stony coral that lives attached to polymetallic nodules in the abyss. This may sound like a technical detail, but it is central to the debate on the future of deep-sea floors. Those mineral nodules are considered potential resources for underwater extraction, but for some species they are also a real habitat. Removing the substrate may mean erasing the environment they need to survive.

Particularly significant is Mobula yarae, the Atlantic manta. The formal recognition of a new manta species in the Atlantic is not a purely academic step. It is essential for monitoring, protecting and managing the species with more precise scientific tools, especially when these animals are exposed to bycatch, vessel collisions, pollution and habitat loss.

Then there is Mobydickia poseidonii, Poseidon’s squid. Its story is one of the most surprising. Scientists recognised a new species, a new genus and even a new family from a specimen collected in the 1950s and preserved in a museum collection after being found in the stomach of a sperm whale. It is a case that highlights the importance of museums and biological collections, which are not static archives but scientific resources still capable of generating new knowledge.

The list closes with Kaikoja undume, a predatory abyssal tunicate that lives at around 3,000 metres below the surface. Here too, the name, inspired by the world of fantasy, should not distract from the scientific fact: the abyss hosts life forms that may seem alien, but fully belong to the evolutionary history of our planet.

News like this has a value that goes beyond curiosity. It reminds us that the sea is not only a productive resource, but a complex biological system, much of which is still unknown. Fisheries, aquaculture, processing, distribution and foodservice all depend, directly or indirectly, on the health of marine ecosystems. Understanding biodiversity more deeply also means building more serious tools to manage the relationship between human activities and the environment.

Taxonomy may seem like a discipline far removed from the daily life of the seafood sector. In reality, it is one of the foundations of science-based marine management. Without correct names, reliable classifications and shared data on species, it becomes more difficult to protect habitats, assess impacts, recognise pressures and distinguish what is known from what still remains to be discovered.

The WoRMS 2025 list tells us exactly this: the sea has not yet finished being known. And perhaps that is the most important news. At a time when oceans are often described only through crises, emergencies and conflicts of use, these ten species remind us that beneath the surface there is still an extraordinary heritage of life, relationships and mysteries.

Knowing it better is not a scientific luxury. It is an essential condition for respecting it, managing it and continuing to consider it a resource for the future.

Image credit: © 2026 Manabu Bessho-Uehara

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TUTTOFOOD, il COSVAP porta a Milano la filiera siciliana

TUTTOFOOD, il COSVAP porta a Milano la filiera siciliana

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La Sicilia dell’ittico e dell’agroalimentare si presenta a TUTTOFOOD 2026 con una presenza che va oltre la semplice partecipazione fieristica. Al Padiglione 2, Stand T21, il Distretto della Pesca e Crescita Blu COSVAP ha allestito uno spazio di 150 metri quadrati insieme ad alcune aziende associate, trasformando la fiera milanese in un’occasione concreta di relazione con buyer, operatori e visitatori internazionali.

Il dato più interessante non è soltanto la dimensione dello stand, ma il messaggio che questa partecipazione prova a trasmettere: il comparto siciliano ha bisogno di raccontarsi in modo più compatto, riconoscibile e competitivo. In un mercato agroalimentare sempre più affollato, la qualità del prodotto non basta più da sola. Servono identità, continuità commerciale, capacità di presentazione e una strategia comune capace di unire imprese, territori e filiere.

Dentro questa cornice si inserisce la presenza del Distretto Pesca COSVAP, che a Milano ha portato un programma di incontri, degustazioni, attività promozionali e show-cooking. Non una passerella, ma un tentativo di dare visibilità a un sistema produttivo che comprende pesca, trasformazione, conserve, acquacoltura e più in generale le attività collegate all’economia blu.

Tra le aziende presenti nello spazio espositivo figurano Medimar, Lanza Sea Food, Siciliana Fish, Medipesca e Carlino. Realtà diverse, accomunate dalla necessità di presidiare mercati sempre più selettivi, dove il prodotto deve essere accompagnato da una narrazione chiara, da standard affidabili e da una capacità crescente di rispondere alle richieste della distribuzione e degli operatori professionali.

Un elemento che il Distretto ha voluto evidenziare è la presenza di giovani imprenditori. Non si tratta di un dettaglio marginale. In molte imprese della filiera ittica e agroalimentare siciliana il passaggio generazionale è già in corso e rappresenta uno dei nodi più importanti per il futuro del comparto. La continuità delle aziende familiari passa anche dalla capacità delle nuove generazioni di interpretare la tradizione con strumenti più moderni: comunicazione, sostenibilità, packaging, internazionalizzazione e maggiore attenzione al posizionamento del prodotto.

Tra le novità presentate a TUTTOFOOD di rilievo è KALA Italian Food, marchio che approda a Milano dopo la presentazione a New York presso la Columbus Citizens Foundation. Il progetto riunisce 34 prodotti agroalimentari siciliani sotto un’unica identità di marca, promossa dal Distretto Pesca e Crescita Blu COSVAP.

Le imprese siciliane dispongono spesso di prodotti di grande valore, ma non sempre riescono a trasformare questa qualità in presenza stabile sui mercati internazionali. Una fiera come TUTTOFOOD diventa quindi un banco di prova per capire quanto il sistema sia pronto a presentarsi con una voce più unitaria, senza perdere la ricchezza delle singole identità aziendali.

Il Distretto Pesca COSVAP lavora da anni su questa dimensione di sistema, anche attraverso l’Osservatorio della Pesca del Mediterraneo, organo scientifico statutario del Distretto. Innovazione, sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare, formazione e internazionalizzazione restano le direttrici sulle quali si gioca una parte importante della competitività futura della filiera.

“La partecipazione a TUTTOFOOD rappresenta una straordinaria opportunità per promuovere il valore delle produzioni siciliane e mediterranee sui mercati internazionali”, dichiara il presidente del Distretto Pesca COSVAP, Nino Carlino. “Il nostro obiettivo, anche alla luce delle ultime attività realizzate, come la presentazione del Progetto Cluster in Sicilia a New York, è continuare a costruire relazioni concrete con buyer, importatori e operatori del settore, valorizzando la qualità, la sostenibilità e l’identità culturale delle nostre produzioni. Il Mediterraneo oggi rappresenta un patrimonio non solo produttivo, ma anche culturale e strategico per il futuro dell’agroalimentare internazionale”.

Per il comparto ittico siciliano, la partecipazione a TUTTOFOOD non è quindi soltanto una vetrina. È un passaggio utile per misurare ambizioni, limiti e possibilità di crescita di una filiera che ha nella qualità, nella storia produttiva e nel legame con il Mediterraneo i suoi punti di forza, ma che oggi deve imparare a comunicarli con maggiore efficacia nei contesti internazionali.

La sfida è tutta qui: trasformare l’identità territoriale in valore commerciale, senza ridurla a semplice racconto promozionale. Milano, in questi giorni, offre al Distretto e alle aziende presenti un’occasione concreta per verificare quanto la Sicilia del mare e dell’agroalimentare possa essere competitiva quando sceglie di presentarsi non come somma di singole esperienze, ma come sistema.

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Acquacoltura, la Germania cerca nel pesce la sua nuova sfida tecnologica

Acquacoltura, la Germania cerca nel pesce la sua nuova sfida tecnologica

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La Germania è uno dei Paesi simbolo dell’ingegneria europea. Automazione, meccanica, digitalizzazione, impiantistica e ricerca applicata sono ambiti nei quali il sistema tedesco ha costruito una riconoscibilità internazionale. Eppure, quando si parla di prodotti ittici, il quadro cambia: il Paese continua a dipendere in larga misura dall’estero.

È questo il paradosso raccontato dal report Engineering the Blue Future: Germany’s Role in European Aquaculture Tech”, realizzato da Hatch Blue e commissionato da Landwirtschaftliche Rentenbank. La Germania ha competenze tecnologiche avanzate, un mercato di consumo importante e una solida base scientifica, ma una produzione acquicola ancora limitata rispetto al proprio potenziale.

Secondo il report, il mercato tedesco dei prodotti ittici dipende dalle importazioni per circa il 90% della domanda. È un dato che non riguarda soltanto la Germania, perché apre una riflessione più ampia sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sulla capacità produttiva europea e sul ruolo che l’acquacoltura potrà avere nei prossimi anni.

A livello globale, l’acquacoltura ha già superato la pesca di cattura come principale fonte di animali acquatici destinati al consumo umano. Questo non riduce il valore della pesca, né cancella il ruolo delle marinerie e delle filiere tradizionali. Indica però che una quota crescente dell’offerta ittica mondiale arriverà da sistemi di allevamento sempre più strutturati, controllati e tecnologici.

In Germania, la produzione acquicola nazionale si è attestata intorno a 33mila tonnellate nel 2024. Il settore resta legato soprattutto all’acquacoltura d’acqua dolce, alla troticoltura, alla carpa e alla molluschicoltura, con una struttura produttiva ancora composta in larga parte da piccole e medie realtà. Ma il punto più interessante non è immaginare la Germania come futura grande potenza produttiva sul modello dei Paesi europei già più forti nell’acquacoltura. La questione è un’altra: il sistema tedesco può avere un ruolo rilevante nello sviluppo di tecnologie, impianti, componenti, sistemi di controllo, mangimi innovativi e soluzioni applicabili anche oltre i confini nazionali.

È qui che il caso tedesco diventa utile per tutta l’Europa. L’acquacoltura moderna non può più essere letta soltanto come allevamento di pesci, molluschi o alghe. È sempre più una filiera tecnologica, nella quale entrano biologia, ingegneria, energia, automazione, dati, finanza, logistica, trasformazione e mercato.

Uno degli ambiti più rilevanti è quello dei sistemi RAS, cioè gli impianti a ricircolo dell’acqua. Queste tecnologie consentono di trattare e riutilizzare parte dell’acqua, migliorando il controllo dell’ambiente di allevamento. Temperatura, ossigeno, qualità dell’acqua, alimentazione e biosicurezza possono essere gestiti con maggiore precisione rispetto ai sistemi più esposti alle variabili esterne.

Ma il report evita letture semplicistiche. I sistemi RAS non sono una soluzione automatica a tutti i problemi dell’acquacoltura. Richiedono investimenti elevati, competenze tecniche, energia, manutenzione, personale formato e una progettazione accurata. Un impianto tecnologico può migliorare il controllo produttivo, ma aumenta anche la complessità gestionale. Per questo il successo dipende dall’equilibrio tra costi, mercato, autorizzazioni, competenze e capacità finanziaria.

Tra gli ostacoli che frenano la crescita dell’acquacoltura tedesca ci sono costi operativi elevati, soprattutto energetici, frammentazione normativa, difficoltà autorizzative, carenza di personale specializzato e accesso non sempre semplice ai capitali. Sono criticità che non riguardano solo la Germania. In molti Paesi europei l’acquacoltura viene riconosciuta come settore strategico, ma nella pratica si confronta ancora con iter complessi, incertezze regolatorie e una percezione pubblica non sempre informata.

La lezione che arriva dalla Germania è chiara: l’acquacoltura europea non può crescere solo grazie all’iniziativa dei singoli imprenditori. Serve un ecosistema capace di mettere insieme università, centri di ricerca, imprese tecnologiche, produttori, istituti finanziari e istituzioni pubbliche. La ricerca deve riuscire a uscire dalla fase sperimentale, i progetti pilota devono trovare percorsi reali verso il mercato e gli investitori devono poter valutare il settore con strumenti adeguati alla sua complessità.

Un passaggio interessante riguarda anche l’integrazione tra acquacoltura, agricoltura ed energia. Il report richiama l’utilizzo del calore residuo proveniente da impianti a biogas e l’abbinamento con fonti rinnovabili come il fotovoltaico. Sono soluzioni che possono contribuire a ridurre i costi degli impianti a terra e a inserire l’acquacoltura dentro sistemi produttivi più ampi, soprattutto nelle aree rurali.

Questa prospettiva riguarda anche l’Italia. Il dibattito sull’acquacoltura tende spesso a dividersi tra entusiasmo generico e diffidenza preventiva. Ma la domanda corretta non dovrebbe essere semplicemente se l’acquacoltura serva o meno. La vera questione è quale acquacoltura sviluppare, con quali specie, in quali territori, con quali tecnologie, con quali controlli e con quali ricadute economiche e ambientali.

La Germania non viene presentata dal report come un modello già compiuto. È piuttosto un cantiere aperto, nel quale convivono grandi potenzialità e ostacoli concreti. Proprio per questo il suo caso è interessante: racconta la distanza tra ciò che l’Europa potrebbe fare e ciò che deve ancora organizzare per riuscirci davvero.

L’acquacoltura del futuro non sarà convincente solo perché più tecnologica. Sarà convincente se saprà dimostrare di essere utile, controllata, sostenibile e capace di reggere il mercato. La sfida, per tutti, è uscire dalla narrazione e costruire realtà: impianti che funzionano, imprese che investono, regole che aiutano a programmare e consumatori messi nelle condizioni di capire davvero cosa stanno acquistando.

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