Mese: Luglio 2026 Pagina 2 di 25

Allevamento di polpi, in Nuova Zelanda il divieto si discute prima ancora della filiera

Allevamento di polpi, in Nuova Zelanda il divieto si discute prima ancora della filiera

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La Nuova Zelanda non ha allevamenti commerciali di polpi, ma il loro possibile divieto è già entrato nella campagna per le elezioni generali del 7 novembre 2026. Dopo l’appello di Animals Aotearoa, rappresentanti di Green Party, Labour e Animal Justice Party hanno sostenuto misure capaci di bloccare questa attività prima del suo insediamento. Il caso mostra un cambiamento rilevante per l’acquacoltura: la possibilità tecnica di allevare una specie non garantisce più, da sola, la possibilità politica e commerciale di farlo.

Nessun impianto, nessuna produzione, nessun prodotto sul mercato. Eppure, in Nuova Zelanda, l’allevamento commerciale di polpi è già diventato una questione elettorale.

Animals Aotearoa ha scritto ai partiti chiedendo di inserire nei rispettivi programmi il divieto della pratica. L’iniziativa, sostenuta dall’Aquatic Animal Alliance e da altre organizzazioni per il benessere animale, ha ottenuto le prime risposte politiche favorevoli. Secondo i promotori, la petizione nazionale ha inoltre superato le 8.000 firme.

Il numero non certifica un consenso maggioritario nel Paese. Le dichiarazioni dei partiti non costituiscono ancora una legge. Ma il dato politico è evidente: una possibile filiera viene messa in discussione prima ancora di avere il tempo di nascere.

Il divieto entra in politica prima degli allevamenti

Steve Abel, esponente del Green Party di Aotearoa New Zealand, ha sostenuto la necessità di vietare l’allevamento di polpi prima che possa affermarsi nel Paese.

Rachel Boyack, del Labour, ha assunto una posizione altrettanto netta. Ha ricordato che in Nuova Zelanda non esistono allevamenti commerciali di polpi e ha affermato che il partito sosterrebbe misure dirette a impedirne l’introduzione, non ritenendo possibile praticarlo su larga scala in condizioni rispettose del benessere animale.

Anche Karen Singleton, dell’Animal Justice Party Aotearoa NZ, si è espressa per il divieto.

Non si tratta ancora di un impegno condiviso da tutto l’arco politico né di una proposta approvata dal Parlamento. Animals Aotearoa sta continuando a contattare le altre forze in vista del voto del 7 novembre. Tuttavia, la convergenza già emersa porta il confronto fuori dai laboratori: l’allevamento del polpo non viene più valutato soltanto come sfida scientifica, ma come scelta sulla quale la politica può intervenire preventivamente.

Un milione di dollari neozelandesi per studiare la specie

Il dibattito non nasce attorno a un progetto industriale già autorizzato. Esiste però un’attività di ricerca finanziata con risorse pubbliche.

Attraverso l’Endeavour Fund, il Governo neozelandese ha assegnato un milione di dollari neozelandesi all’Università di Auckland per il progetto “Octopus: a Novel High Value Species for NZ Aquaculture”. Lo studio, della durata di tre anni, punta a sviluppare tecniche per l’allevamento delle larve e ottenere giovanili utilizzabili in acquacoltura.

La scheda ufficiale del progetto finanziato dal Governo neozelandese conferma valore e obiettivi del contratto.

Il finanziamento di una ricerca non equivale all’autorizzazione di un allevamento commerciale. Gli studi possono produrre conoscenze utili sulla biologia della specie senza trasformarsi necessariamente in un impianto.

Ma spiegano perché le associazioni abbiano scelto di muoversi adesso. Il loro obiettivo è separare la libertà di ricerca dalla futura possibilità di utilizzare quei risultati per costruire una produzione intensiva.

Il vero ostacolo non è più soltanto biologico

L’allevamento del polpo presenta difficoltà che vanno oltre la chiusura del ciclo riproduttivo.

Le organizzazioni contrarie richiamano le capacità cognitive e comportamentali dei cefalopodi, l’assenza di protocolli di benessere validati per produzioni su larga scala, la mancanza di metodi di abbattimento ritenuti adeguati e l’impatto alimentare di una specie carnivora dipendente da proteine di origine animale.

Sono argomenti portati avanti da una campagna associativa e devono essere presentati come tali. Per imprese e investitori, tuttavia, rappresentano problemi tutt’altro che astratti.

Ogni criticità può tradursi in nuovi requisiti autorizzativi, maggiori costi di gestione, difficoltà di certificazione, opposizione pubblica e resistenze da parte di distributori, ristorazione e consumatori. Un sistema può funzionare in vasca e rivelarsi comunque fragile sul mercato.

Il precedente più vicino arriva dalle Canarie. Nueva Pescanova ha ritirato la domanda per realizzare a Las Palmas un impianto con una capacità prevista di circa 3.000 tonnellate annue. Come ricostruito da Pesceinrete nell’approfondimento sul ritiro del progetto di allevamento di polpi a Gran Canaria, la società ha rinunciato a quella configurazione industriale senza dichiarare conclusa ogni attività di ricerca.

Il caso spagnolo e quello neozelandese sono differenti e non devono essere sovrapposti. Insieme mostrano però quanto sia complesso trasformare un risultato biologico in una filiera stabile, autorizzata e accettata.

La licenza sociale diventa il primo investimento

Per chi sviluppa nuove produzioni acquicole, il messaggio è diretto. Ricerca, benessere animale, sostenibilità del mangime, impatto ambientale e accettazione del mercato non possono essere affrontati in momenti separati.

Non basta più dimostrare che una specie possa crescere e riprodursi in condizioni controllate. Occorre sapere come verrà allevata, nutrita e abbattuta, quali costi comporteranno gli standard richiesti e soprattutto se qualcuno sarà disposto a finanziare, distribuire e acquistare il prodotto senza esporsi a un rischio reputazionale eccessivo.

Questo non è un argomento contro l’acquacoltura. Specie e sistemi produttivi differenti pongono problemi differenti. È, piuttosto, un avvertimento sul modo in cui deve essere costruita l’innovazione nel seafood.

La Nuova Zelanda non ha ancora vietato l’allevamento commerciale di polpi. Il confronto politico è appena cominciato. Ma il segnale per la filiera è già chiaro: nella nuova acquacoltura la licenza sociale non è più l’ultimo permesso da ottenere. Rischia di essere il primo.

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Acquacoltura RAS, il mercato cresce ma il margine si gioca su energia e controllo

Acquacoltura RAS, il mercato cresce ma il margine si gioca su energia e controllo

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Il mercato globale dei sistemi di acquacoltura a ricircolo potrebbe passare da 3,8 miliardi di dollari nel 2025 a 7,2 miliardi nel 2033. La crescita apre nuove opportunità per impianti, sensoristica e trattamento dell’acqua, ma il risultato economico dipende da consumi energetici, competenze e continuità operativa.

Il futuro dei sistemi RAS non si decide soltanto nelle vasche. Si decide nei filtri, nelle pompe, nei sensori e nella capacità di mantenere stabile l’ambiente di allevamento.

Secondo una stima di Dataintelo, il mercato globale dei sistemi a ricircolo potrebbe raggiungere 7,2 miliardi di dollari nel 2033, rispetto ai 3,8 miliardi stimati per il 2025, con una crescita media annua dell’8,5%.

È una previsione privata, non un dato statistico ufficiale. Indica però una tendenza chiara: attorno ai RAS sta crescendo una filiera tecnologica che va ben oltre la costruzione degli impianti.

Il valore non è nelle vasche, ma nel controllo

Nei sistemi a ricircolo, l’acqua viene filtrata, trattata e rimessa nel circuito. L’allevatore può così controllare temperatura, ossigeno, pH e composti azotati, riducendo la dipendenza dalle condizioni esterne.

Questo controllo richiede pompe, filtri meccanici e biologici, sistemi di ossigenazione, disinfezione, software e assistenza tecnica.

Il mercato coinvolge quindi non soltanto i costruttori, ma anche produttori di componenti, sviluppatori di tecnologie e fornitori di servizi specializzati.

I sensori diventano una protezione produttiva

In un circuito chiuso, un problema alla qualità dell’acqua può estendersi rapidamente all’intera biomassa.

Per questo sensori, allarmi automatici e sistemi di monitoraggio non sono accessori. Servono a individuare uno squilibrio prima che diventi una perdita.

Il dato acquista valore quando permette di intervenire in anticipo. Pesceinrete ha già approfondito questo passaggio raccontando il progetto GFA e il monitoraggio in tempo reale dei sistemi RAS.

È su questo terreno che si concentra una parte crescente dell’innovazione: strumenti capaci di leggere insieme qualità dell’acqua, alimentazione, consumi e andamento produttivo.

La tecnologia non basta a fare redditività

I RAS possono ridurre il consumo di acqua, limitare l’esposizione ad alcuni rischi esterni e consentire una maggiore standardizzazione della produzione.

Possono inoltre essere installati vicino ai mercati di consumo, riducendo in alcuni casi le distanze logistiche.

Ma questi vantaggi non rendono automaticamente conveniente un impianto.

I sistemi a ricircolo richiedono capitali elevati, energia continua e personale qualificato. Un guasto alle pompe, all’ossigenazione o al trattamento dell’acqua può compromettere rapidamente la stabilità del sistema.

Anche le fonti europee invitano a valutare ogni progetto considerando specie allevata, dimensione produttiva, costo dell’elettricità e prezzo finale del prodotto.

Energia e competenze decidono il risultato

Pompe, filtri, ossigenazione e controllo devono funzionare senza interruzioni. L’energia incide quindi direttamente sul costo di ogni chilogrammo prodotto.

La redditività dipende anche dalla capacità degli operatori di interpretare i dati, gestire il biofiltro, prevenire i guasti e intervenire rapidamente.

Un RAS efficiente non è quello con più tecnologia, ma quello che produce con continuità mantenendo sotto controllo animali, consumi e costi.

La crescita del mercato non annuncia la sostituzione degli allevamenti tradizionali. Indica piuttosto uno spazio crescente per i sistemi a ricircolo nelle produzioni e nelle fasi del ciclo in cui il controllo ambientale genera un vantaggio reale.

La partita non si misurerà quindi soltanto nel numero di nuovi impianti. Si misurerà nella capacità di renderli affidabili, sostenibili e redditizi.

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Corallo rosso, la svolta è nei dati: il Mediterraneo rafforza regole e tracciabilità

Corallo rosso, la svolta è nei dati: il Mediterraneo rafforza regole e tracciabilità

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Che cosa cambia per il corallo rosso nel Mediterraneo? La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo ha pubblicato i risultati del programma di ricerca svolto tra il 2020 e il 2023 con il finanziamento dell’Unione europea. Il lavoro ha raccolto dati sulle colonie, sulle catture, sulla genetica delle popolazioni, sugli habitat e sulle caratteristiche economiche della raccolta. I risultati hanno contribuito alla definizione delle misure GFCM di lungo periodo adottate nel 2024 e rafforzano il percorso verso una filiera più controllabile e tracciabile.

Nel corallo rosso, pochi millimetri possono fare la differenza. Corallium rubrum è un animale sessile, cresce lentamente e non può sottrarsi al prelievo. In alcune aree del Mediterraneo, le popolazioni più superficiali sono state quasi esaurite, mentre gli sbarchi sono diminuiti negli ultimi vent’anni.

Per questo la nuova pubblicazione della GFCM non è soltanto un volume destinato ai ricercatori. Affronta una domanda molto concreta: come si decide quanto corallo può essere raccolto, in quali aree e con quali controlli, senza consumare la risorsa da cui dipende la stessa attività economica?

La risposta non è un nuovo divieto generalizzato. È un sistema di conoscenze condivise che permette di leggere meglio ciò che accade sui banchi di corallo e di intervenire con misure proporzionate alle condizioni reali.

Per gestire la risorsa bisogna misurarla nello stesso modo

Il programma ha messo insieme amministrazioni, università e istituti di ricerca di diversi Paesi del Mediterraneo. Le attività di raccolta dati presentate nella pubblicazione riguardano Croazia, Francia, Grecia, Italia e Tunisia. Algeria, Malta e Marocco sono stati coinvolti anche attraverso iniziative mirate di formazione e rafforzamento delle competenze.

Il lavoro sul campo ha utilizzato osservatori a bordo, immersioni profonde e veicoli sottomarini telecomandati. A queste attività si sono aggiunte analisi di laboratorio, studi sulla genetica delle popolazioni, valutazioni degli stock e approfondimenti sulla dimensione socioeconomica della raccolta. Il programma di ricerca GFCM sul corallo rosso ha inoltre esaminato i sistemi di tracciabilità esistenti e le possibilità di renderli più omogenei tra i Paesi.

Per un corallaro, un biologo e un ispettore, la stessa colonia deve essere descritta con criteri confrontabili. Profondità, area di raccolta, diametro, sforzo di pesca e presenza di esemplari sotto misura non possono essere registrati in maniera diversa da una costa all’altra.

Senza un metodo comune, anche il dato più accurato rischia di restare isolato e di servire poco quando bisogna prendere una decisione.

Il contributo italiano punta su genetica e protocolli condivisi

La partecipazione italiana ha coinvolto il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, la Regione autonoma della Sardegna, l’Università di Cagliari e il Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Bologna.

Tra i risultati più concreti c’è la definizione di protocolli per le analisi molecolari e per l’elaborazione dei dati. Federica Costantini, docente di ecologia marina dell’Università di Bologna, ha sottolineato come questi strumenti potranno essere utilizzati anche dai Paesi nei quali il monitoraggio del corallo è ancora meno strutturato.

Non si tratta di imporre un’unica fotografia a tutto il Mediterraneo. Le popolazioni e le attività di raccolta cambiano da un’area all’altra. Il punto è ottenere fotografie diverse, ma scattate con lo stesso metro, così da poterle confrontare e aggiornare nel tempo.

Le regole funzionano solo se seguono il corallo fino al mercato

I risultati del programma hanno contribuito alla Raccomandazione GFCM/47/2024/2, che introduce misure di lungo periodo per lo sfruttamento sostenibile del corallo rosso. Il percorso si affianca al sistema di documentazione delle catture approvato dalla GFCM nel 2023 per migliorare il controllo e la tracciabilità della specie nel Mediterraneo.

Il quadro di gestione comprende già prescrizioni precise: raccolta effettuata da subacquei con attrezzi autorizzati, protezione delle popolazioni presenti fino a 50 metri di profondità, diametro minimo delle colonie e possibili chiusure temporanee quando la quota di esemplari sotto misura supera determinate soglie. Sono inoltre previsti la registrazione delle catture, dello sforzo, delle profondità e dei banchi interessati.

Ma la regola applicata sul fondale perde efficacia se il prodotto diventa irriconoscibile nei passaggi successivi. La documentazione serve proprio a collegare il corallo raccolto a un’origine, a un operatore autorizzato e a condizioni di prelievo verificabili.

È lo stesso principio che Pesceinrete ha già approfondito parlando di tracciabilità e contrasto alla pesca illegale: un controllo credibile non può fermarsi al momento dello sbarco, ma deve accompagnare la risorsa lungo la filiera.

Corallo rosso Corallium rubrum nel Mediterraneo - FAO_GFCM - Claudia Amico
Corallo rosso Corallium rubrum nel Mediterraneo – FAO_GFCM – Claudia Amico

Per gli operatori regolari, la trasparenza è una tutela

Più documenti e controlli possono tradursi in nuovi adempimenti. Tuttavia, in una filiera di valore come quella del corallo rosso, l’assenza di verifiche espone gli operatori autorizzati a un rischio ancora maggiore: competere con prodotto raccolto o commercializzato senza rispettare le stesse condizioni.

Una tracciabilità applicata in modo uniforme può proteggere il mercato legale, qualificare l’origine mediterranea e rendere più difficile la circolazione di materia prima priva di documentazione. Non sostituisce i controlli, ma offre agli ispettori e agli acquirenti strumenti più efficaci per riconoscere ciò che è regolare.

I primi sviluppi nazionali mostrano come la ricerca possa trasformarsi in procedure. La Tunisia sta lavorando a una normativa con disposizioni sulle aree di raccolta, sugli attrezzi autorizzati e sulle dimensioni minime prelevabili. Parallelamente è stato elaborato un manuale operativo insieme a corallari, ministeri, autorità della pesca, osservatori e ispettori.

La nuova pubblicazione non certifica che il corallo rosso sia ormai fuori pericolo. Fa qualcosa di più utile: indica quali informazioni servono per capire dove la pressione è sostenibile, dove occorre intervenire e come verificare l’origine del prodotto.

Per chi raccoglie, controlla o commercializza corallo, è questo il passaggio decisivo. Una regola costruita sui dati può essere aggiornata quando cambiano le condizioni. Una filiera documentata può dimostrare la propria correttezza. E la tutela della risorsa smette di essere un principio generico per diventare un metodo di lavoro.

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Frodi alimentari e filiera ittica: le regole da conoscere

Frodi alimentari e filiera ittica: le regole da conoscere

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La Legge 21 aprile 2026, n. 75 riguarda direttamente anche la filiera ittica. Introduce i reati di frode alimentare e di commercio di alimenti con segni mendaci e riscrive una parte rilevante delle sanzioni applicabili alla pesca marittima. La norma richiama inoltre gli obblighi di etichettatura, tracciabilità e corretta informazione relativi a tutte le partite di prodotti della pesca e dell’acquacoltura, dalla cattura o raccolta fino alla vendita al dettaglio. Non ogni irregolarità costituisce però una frode penale.

Una specie diversa da quella dichiarata. Un’origine che non coincide con i documenti. Informazioni costruite per attribuire al prodotto qualità che non possiede.

Sono i casi nei quali la distanza tra ciò che viene venduto e ciò che viene comunicato può diventare rilevante anche sul piano penale.

La Legge 75/2026, in vigore dal 29 maggio, non riguarda soltanto il comparto agroalimentare in senso generale. Il suo articolo 20 interviene direttamente sul decreto legislativo 4/2012 e riordina il regime sanzionatorio della pesca marittima.

Per gli operatori del settore il punto centrale è distinguere due piani: la frode costruita consapevolmente per ingannare il compratore e la violazione amministrativa degli obblighi di settore. Non sono la stessa cosa e non producono automaticamente le stesse conseguenze.

Quando si configura la frode alimentare

Il nuovo articolo 517-sexies del Codice penale punisce chi, per indurre in errore il compratore e ricavarne un profitto, mette in circolazione alimenti che sa essere non genuini oppure sostanzialmente diversi da quanto indicato, dichiarato o pattuito per origine, provenienza, qualità o quantità.

La disposizione comprende importazione, esportazione, trasporto, vendita e distribuzione, anche attraverso il commercio a distanza e gli strumenti digitali.

La pena prevista è la reclusione da due mesi a un anno, accompagnata da una multa da 1.000 a 4.000 euro. La punibilità è esclusa quando il fatto è di lieve entità, valutato in rapporto alla quantità, al modesto valore economico o all’assenza di un effettivo pregiudizio per il consumatore o per il mercato.

Per la filiera ittica, la norma può assumere rilievo quando viene commercializzato consapevolmente un prodotto sostanzialmente diverso da quello dichiarato. Una semplice incongruenza documentale, però, non basta da sola a dimostrare una frode: la legge richiede la conoscenza della difformità, l’intento di ingannare e la finalità di profitto.

Non conta soltanto ciò che è scritto in etichetta

La legge introduce anche il reato di commercio di alimenti con segni mendaci.

La norma punisce l’uso consapevole di segni distintivi o indicazioni, anche figurative, falsi o ingannevoli, impiegati per indurre il compratore in errore sull’origine, sulla provenienza, sulla qualità o sulla quantità dell’alimento o dei suoi ingredienti.

Il controllo, quindi, non si ferma all’etichetta fisica. Può riguardare anche confezioni, schede prodotto, cataloghi, siti aziendali ed e-commerce, quando concorrono a presentare il prodotto in modo non corrispondente alla realtà.

Il punto non è vietare una determinata immagine o formula commerciale. Conta l’uso concreto che ne viene fatto e la sua eventuale capacità di ingannare consapevolmente il compratore.

Pesca marittima, sanzioni riordinate lungo la filiera

L’articolo 20 della legge riscrive diverse disposizioni del decreto legislativo 4/2012.

Le modifiche riguardano pesca senza licenza, attività in zone o periodi vietati, quantità superiori a quelle autorizzate, attrezzi non conformi, manomissione dei dispositivi di geolocalizzazione, registrazione delle catture, obbligo di sbarco, pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata e intralcio ai controlli.

Per molte violazioni la sanzione amministrativa va da 1.000 a 6.000 euro. In specifiche ipotesi si aggiungono punti alla licenza e al comandante. La violazione dell’obbligo di sbarco è punita con una sanzione da 2.000 a 12.000 euro e con l’assegnazione di tre punti.

La responsabilità può riguardare anche le fasi successive alla cattura. La disciplina sanziona, nei casi previsti, chi detiene, trasporta o commercializza prodotto pescato in zone o tempi vietati, ottenuto con attrezzi non conformi oppure proveniente da attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.

Etichettatura e tracciabilità comprendono anche l’acquacoltura

Il passaggio più diretto per l’intera filiera è il nuovo articolo 13-sexies.

La disposizione prevede una sanzione amministrativa da 1.000 a 6.000 euro, salvo che il fatto costituisca reato, per chi viola gli obblighi europei e nazionali in materia di etichettatura, tracciabilità e corretta informazione all’acquirente finale.

Il richiamo comprende tutte le partite di prodotti della pesca e dell’acquacoltura, in ogni fase della produzione, della trasformazione e della distribuzione, dalla cattura o raccolta fino alla vendita al dettaglio.

È una precisazione importante: il complesso delle disposizioni del capo riguarda soprattutto la pesca marittima, mentre per i prodotti dell’acquacoltura resta espressamente applicabile l’articolo dedicato a etichettatura e tracciabilità.

La legge prevede inoltre la confisca del pescato tra le sanzioni accessorie. Nel caso di violazioni dell’articolo 13-sexies, però, la confisca non viene disposta se il trasgressore dimostra che la partita dei prodotti della pesca o dell’acquacoltura è comunque rintracciabile lungo tutte le fasi, dalla cattura o raccolta fino alla vendita al dettaglio.

Questo non cancella la violazione né la sanzione pecuniaria. Conferma però il peso concreto della tracciabilità: l’impresa deve essere in grado di ricostruire il percorso reale della merce.

Gli obblighi su specie, provenienza, metodo di produzione, lotto e informazioni al cliente non nascono tutti con la Legge 75/2026. La norma interviene sul sistema sanzionatorio e rafforza gli strumenti contro le condotte costruite per alterare consapevolmente l’identità o la presentazione del prodotto.

Per approfondire il fenomeno della sostituzione di specie è possibile consultare l’analisi di Pesceinrete sulle frodi nel settore ittico secondo il report FAO 2026. Il testo ufficiale è disponibile nella Legge 21 aprile 2026, n. 75 pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Per le imprese che lavorano correttamente, il principio resta lineare: il prodotto venduto deve corrispondere al prodotto dichiarato e il suo percorso deve poter essere dimostrato.

Nella filiera ittica, dove specie, provenienza e metodo di produzione incidono direttamente sul valore, la precisione delle informazioni non è soltanto un adempimento. È una tutela per l’impresa e per chi acquista.

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OroMar: langoustine remains at the core, but buyers now expect more

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Ordering langoustine is not simply a matter of negotiating the right price. Buyers must choose the grade, format, packaging, preservation method and intended use. Whole langoustine for restaurants, tails for faster preparation, meat for standardised recipes. Fresh product when turnover is quick, frozen product when planning and flexibility matter more.

These are practical decisions, and they can affect the final cost just as much as the price of the raw material.

For professional seafood buyers, the main challenge is not finding an attractive product. It is securing that product in the right format, at the right time and with specifications suited to the target market.

This is where OroMar operates. The company was established in 1999 in Urk, one of Europe’s leading seafood processing and trading hubs.

The species that has shaped its identity is European langoustine, Nephrops norvegicus. OroMar supplies it whole, as tails and as meat, in different grades, packaging solutions and both fresh and frozen formats.

The distinction between these products is commercially important. Whole langoustine may be destined for a specialist fishmonger or a restaurant that wants to showcase the product on the plate. Tails and meat are better suited to professional kitchens, processors and customers looking for faster preparation, predictable yields and consistent portioning.

One species, several markets

Langoustine is a highly recognisable product, but it does not serve a single market.

Premium restaurants focus on appearance, freshness, size and presentation. Industrial users are more concerned with continuity, format and yield. Wholesalers need to meet the demands of different customers without unnecessarily multiplying orders and suppliers.

This is why processing matters as much as origin.

The option to choose between whole langoustine, tails and meat allows the same species to be used across very different channels. It also reduces the risk of purchasing a format that does not match the requirements of the final customer.

Fresh or frozen is not an ideological choice

In the professional seafood market, the usual opposition between fresh and frozen products is not particularly useful.

Fresh supply works well for customers with fast logistics and sufficiently predictable demand. Frozen products, by contrast, allow buyers to plan purchases, manage inventories and reduce the risk of unsold stock.

The right choice depends on the sales channel, ordering frequency and intended use.

A restaurant featuring langoustine on a seasonal menu has different needs from a chain that must reproduce the same recipe across several locations. Likewise, an importer serving multiple markets may need to combine fresh and frozen products within the same purchasing programme.

At this stage, the supplier’s role becomes operational: not simply presenting a price list, but helping the customer identify the most appropriate specification.

From langoustine to a broader seafood range

OroMar has not moved away from its specialisation. Instead, it has developed a wider portfolio around it, including other species in demand across the European market.

Its range includes North Sea products such as sole, plaice, turbot, brill, gurnard, squid and razor clams, alongside sea bass and sea bream.

For buyers, this range creates the opportunity to consolidate part of their sourcing with the same supplier. This does not mean abandoning specialists or placing every purchase with a single company. It means avoiding a situation in which every individual product requires a separate negotiation, logistics arrangement and commercial relationship.

The advantage is especially relevant for wholesalers, distributors and foodservice operators managing mixed seafood ranges.

One customer may be interested in langoustine as the main product and choose to add sole or turbot. Another may be looking for a balance between premium species and products better suited to regular turnover.

A range only works when it remains clear

Expanding a product catalogue is not enough.

In seafood, an overly broad range can become confusing unless it is supported by knowledge of the species, available formats and target markets.

OroMar’s strength lies in maintaining a clear centre of gravity. Langoustine remains the product that best represents the company, while the other species extend the offer without turning it into an indistinct catalogue.

For buyers, this makes the discussion more straightforward. It starts with a species in which OroMar has developed specific expertise, before assessing which additional products may fit the same sourcing programme.

It is a practical approach, far removed from generic claims about offering a “complete solution”. The aim is not to supply everything. It is to supply products that serve a clear purpose for the customer purchasing them.

In professional seafood trading, a commercial relationship often begins with a single item. It may be a whole langoustine, a specific tail grade or a frozen supply programme planned over the course of the year.

Continuity comes later, when the product consistently meets the agreed specifications and the supplier demonstrates an understanding not only of what it sells, but also of the market for which that product is intended.

For OroMar, langoustine remains the starting point. For buyers and distributors, it can also provide access to a wider range built around real purchasing, processing and sales requirements.

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