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Il nuovo piano cinese non indica un modello da replicare in Italia. Rende però evidente una questione strategica: mentre Pechino definisce obiettivi misurabili per produzione, acquacoltura, tecnologia e gestione delle risorse fino al 2030, l’Italia entra nella fase in cui deve decidere come trasformare programmazione europea, innovazione e investimenti in maggiore competitività della propria filiera.

La Cina ha messo nero su bianco dove vuole portare pesca e acquacoltura nei prossimi cinque anni. Il Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali ha approvato il Piano nazionale di sviluppo della pesca 2026-2030, scegliendo di non concentrare più la strategia sulla sola espansione dei volumi.

Il cambio di impostazione emerge già dai numeri. Nel 2025 il Paese ha prodotto 76,52 milioni di tonnellate di prodotti acquatici, delle quali 63,26 milioni provenienti dall’acquacoltura. Per il 2030 l’obiettivo complessivo è fissato a 80 milioni di tonnellate: una crescita contenuta rispetto alle dimensioni già raggiunte, accompagnata invece da obiettivi molto più marcati su qualità, efficienza e tecnologia.

La Cina non misura più il futuro soltanto in tonnellate

Il passaggio più significativo riguarda il diverso trattamento riservato a pesca e acquacoltura.

Per la pesca marittima domestica, Pechino stabilisce che la produzione annuale debba rimanere entro 10 milioni di tonnellate, rafforzando contemporaneamente la gestione dello sforzo e introducendo una classificazione più articolata dei pescherecci. Prosegue inoltre il divieto decennale di pesca nelle aree chiave dello Yangtze, inserito nella strategia di recupero degli ecosistemi e delle risorse acquatiche.

Sull’acquacoltura, invece, la direzione è espansiva soprattutto sul piano della produttività: stabilizzazione degli spazi produttivi, sviluppo dell’allevamento marino e d’acqua dolce, ammodernamento degli impianti e maggiore qualità del prodotto.

Il significato industriale è chiaro. La crescita futura non viene affidata semplicemente all’aumento dello sfruttamento della risorsa, ma alla capacità di ottenere più valore e maggiore efficienza dal sistema produttivo.

Tecnologia, genetica e dati entrano nella politica della pesca

Il piano porta inoltre direttamente dentro la strategia nazionale big data, intelligenza artificiale, attrezzature avanzate e miglioramento genetico.

Entro il 2030 la Cina punta a portare al 90% l’autosufficienza nelle risorse genetiche chiave dell’acquacoltura e prevede una maggiore integrazione delle tecnologie digitali nelle diverse fasi della produzione. Il documento parla esplicitamente di modernizzazione degli impianti e sviluppo delle tecnologie e delle attrezzature considerate strategiche.

Non è quindi soltanto una politica della produzione ittica. È una politica che prova a tenere insieme risorsa, produzione, tecnologia, sicurezza, infrastrutture e competitività.

Ed è proprio questo che rende il piano interessante anche fuori dalla Cina.

E l’Italia? Gli strumenti esistono, la questione è la direzione

Il confronto con l’Italia non può essere fatto sui volumi. Dimensioni produttive, sistemi economici, condizioni ambientali e modelli di gestione sono radicalmente diversi.

La fotografia europea aiuta però a capire il punto di partenza. Secondo EUMOFA, nel 2023 l’Italia ha prodotto circa 128 mila tonnellate dalla pesca e 130 mila dall’acquacoltura, risultando quarta nell’UE per produzione acquicola e decima per produzione della pesca. Il mercato nazionale resta inoltre caratterizzato da una forte dipendenza dagli approvvigionamenti esteri.

L’Italia non parte da zero sul piano strategico. Esistono il Piano nazionale strategico per l’acquacoltura 2021-2027 e il Programma nazionale FEAMPA 2021-2027, già più volte aggiornato. E proprio in questi mesi è iniziata la costruzione del ciclo successivo, con la consultazione avviata dal MASAF sulle priorità di pesca e acquacoltura per la programmazione post 2027.

Anche a Bruxelles il quadro si sta muovendo. Il 21 settembre la Commissione europea ha proposto di modificare il FEAMPA per rendere più semplice l’accesso ai finanziamenti, facilitare la sperimentazione di nuove tecnologie e rendere più flessibili gli interventi collegati alla transizione energetica della flotta, compresa la modernizzazione dei motori e i progetti pilota.

Il problema italiano, quindi, non può essere ridotto all’assenza di strumenti. La domanda riguarda come quegli strumenti vengono ricondotti a una direzione produttiva riconoscibile.

Dalla gestione delle emergenze a una traiettoria produttiva

Per la pesca italiana competitività significa oggi confrontarsi contemporaneamente con costi energetici, stato delle risorse, riduzione dello sforzo, età della flotta, sicurezza e necessità di aumentare il valore generato dalle giornate trascorse in mare.

Per l’acquacoltura significa affrontare disponibilità degli spazi, autorizzazioni, cambiamento climatico, salute animale, tecnologia degli impianti, energia e concorrenza internazionale. Sono problemi diversi, ma portano alla stessa questione: la produttività non coincide più semplicemente con il volume prodotto.

Ed è qui che il piano cinese diventa utile da osservare. Non perché l’Italia debba copiarlo, ma perché separa con grande nettezza due concetti: da una parte il limite imposto alla crescita delle catture; dall’altra la ricerca di crescita attraverso tecnologia, acquacoltura, efficienza e valore.

Per l’Italia la sfida potrebbe essere proprio rendere altrettanto leggibile il proprio percorso: capire dove aumentare la capacità produttiva, dove migliorare l’efficienza, quali tecnologie portare rapidamente nelle imprese e come trasformare qualità, origine e competenze della filiera in maggiore valore economico.

Il prossimo ciclo di programmazione europea renderà queste scelte ancora più concrete. I fondi potranno finanziare investimenti, innovazione e transizione energetica. Ma prima ancora delle risorse servirà stabilire che cosa dovrà essere più forte, produttivo e competitivo nella pesca e nell’acquacoltura italiana alla fine del prossimo decennio.

La Cina ha già fissato la propria direzione fino al 2030. Per l’Italia la domanda è aperta adesso.

 

L’articolo Pesca e acquacoltura, la Cina cambia modello. E l’Italia? proviene da Pesceinrete.

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