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Alcuni allevamenti di mitili, ostriche e alghe possono contribuire alla conservazione della biodiversità, offrendo habitat e rifugio a specie selvatiche. È quanto emerge da un rapporto pubblicato dalla FAO il 19 ottobre 2026, che esamina il possibile ruolo dell’acquacoltura nelle misure di conservazione riconosciute a livello internazionale. Perché questo contributo sia effettivo, tuttavia, non basta ridurre gli impatti ambientali: occorrono benefici ecologici misurabili, una gestione adeguata e risultati mantenuti nel tempo.
Sotto la superficie, un filare di mitili non ospita soltanto molluschi destinati al mercato. Tra le strutture di allevamento possono trovare riparo piccoli pesci e invertebrati; sul fondale, gli accumuli di conchiglie possono creare ambienti utilizzati da altre specie.
Questa presenza, però, solleva una domanda che va oltre l’osservazione degli organismi: l’allevamento sta realmente contribuendo alla conservazione della biodiversità oppure sta semplicemente attirando fauna già presente nei dintorni?
È una distinzione fondamentale, al centro del rapporto Aquaculture’s role in biodiversity conservation through other effective area-based conservation measures, pubblicato dalla FAO nell’ambito dei lavori sulla sostenibilità dell’acquacoltura.
Il documento prende in esame la possibilità che determinate attività acquicole contribuiscano alle OECM, le altre misure efficaci di conservazione basate sull’area. Si tratta di spazi distinti dalle aree protette, nei quali una gestione efficace assicura risultati positivi e duraturi per la biodiversità, anche quando la conservazione non rappresenta la finalità principale dell’attività svolta.
Le OECM rientrano tra gli strumenti previsti dal Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal per contribuire all’obiettivo di conservare almeno il 30% delle terre e delle acque interne e il 30% delle aree marine e costiere entro il 2030.
La FAO non propone di attribuire automaticamente agli allevamenti una funzione di tutela. Indica piuttosto come valutare il loro eventuale contributo ecologico, distinguendo le opportunità scientificamente documentate dai benefici ancora da dimostrare.
Mitili e ostriche, quando la produzione favorisce gli habitat
Il rapporto analizza sette tipologie di sistemi acquicoli, dalle coltivazioni di molluschi sui fondali e in sospensione agli allevamenti di alghe, fino ai sistemi integrati che associano acquacoltura e agricoltura.
Particolare interesse viene riservato ai molluschi bivalvi, organismi filtratori che non richiedono mangimi formulati e le cui strutture di allevamento possono offrire ambienti utilizzati da altre specie.
Una revisione di 65 studi scientifici, richiamata nel documento, ha riscontrato negli allevamenti di bivalvi esaminati una maggiore abbondanza e ricchezza di fauna rispetto ad aree di confronto prive di acquacoltura.
Un esempio proviene dalla baia di Lyme, nel Regno Unito, dove le ricerche sulla mitilicoltura in sospensione hanno documentato la formazione di accumuli di mitili e conchiglie sul fondale. Queste strutture possono creare habitat che offrono rifugio e opportunità alimentari a crostacei e altri organismi marini.
Anche gli impianti di ostricoltura possono svolgere funzioni analoghe. Gabbie e strutture di allevamento aumentano la complessità fisica dell’ambiente e, in determinate condizioni, favoriscono la presenza di pesci, compresi gli esemplari giovanili.
Le coltivazioni di alghe rappresentano un’ulteriore possibilità: possono offrire habitat e contribuire ad alcune funzioni ecosistemiche, sebbene gli effetti sulla biodiversità risultino variabili secondo le specie coltivate, il contesto ambientale e le modalità produttive.
Non si tratta di risultati generalizzabili a qualsiasi impianto. La stessa tecnica di allevamento può produrre effetti differenti in luoghi diversi.
Più pesci attorno agli impianti non significa necessariamente più biodiversità
È uno degli aspetti scientificamente più importanti del rapporto.
La presenza di numerosi pesci in prossimità delle strutture non dimostra, da sola, un miglioramento delle condizioni di conservazione. Gli animali potrebbero essersi semplicemente concentrati in un ambiente che offre riparo o maggiori possibilità di alimentazione.
In alcuni casi, questa aggregazione può persino comportare rischi, esponendo gli organismi a parassiti o ad altre pressioni.
Anche la naturale capacità filtrante dei bivalvi richiede una valutazione distinta. Mitili e ostriche possono contribuire alla regolazione dei nutrienti e delle particelle presenti nell’acqua, ma un miglioramento della qualità dell’acqua non costituisce automaticamente una prova di conservazione della biodiversità.
Per dimostrare un beneficio effettivo occorre considerare, tra gli altri elementi, l’abbondanza delle specie selvatiche, la loro diversità, le condizioni degli habitat e l’evoluzione di questi parametri nel tempo.
La FAO richiama inoltre i rischi associati ad alcune pratiche acquicole: accumulo eccessivo di materia organica sui fondali, alterazione degli habitat, diffusione di patogeni e possibili effetti legati all’impiego di specie non autoctone.
La conclusione è precisa: un allevamento può essere gestito in maniera sostenibile senza produrre necessariamente un beneficio aggiuntivo per la biodiversità. Per contribuire a un’OECM serve dimostrare qualcosa di più.
Cosa significa per la molluschicoltura italiana
La prospettiva indicata dalla FAO interessa direttamente l’Italia, dove l’acquacoltura rappresenta una componente consolidata della produzione ittica.
Secondo i dati Eurostat, nel 2024 il nostro Paese ha prodotto 98.051 tonnellate di organismi acquatici allevati, pari al 9,7% del totale dell’Unione europea, collocandosi al quarto posto tra gli Stati membri.
A livello europeo, i mitili rappresentavano il 32,8% della produzione acquicola in peso, confermando la rilevanza di un comparto per il quale il rapporto tra attività produttiva e ambiente assume un interesse particolare.
Per l’Italia, tuttavia, sarebbe improprio considerare indistintamente mitilicoltura, ostricoltura e venericoltura.
Gli allevamenti operano in condizioni ambientali differenti. Un impianto di mitili in mare aperto, una concessione in un ambiente lagunare e un allevamento di ostriche possono avere interazioni molto diverse con gli ecosistemi circostanti.
Non basta quindi applicare al Mediterraneo i risultati ottenuti negli allevamenti del Regno Unito o di altri Paesi. Occorrono osservazioni specifiche, riferite agli ambienti e alle pratiche produttive nazionali.
Un esempio di questa attenzione alla ricerca è rappresentato dal progetto MITICA nel Mare di Taranto, che coinvolge istituzioni e organismi scientifici nello studio della resilienza dei mitili ai cambiamenti climatici e nella sperimentazione della coltivazione associata di molluschi e alghe.
Il progetto comprende attività di monitoraggio, sperimentazioni in laboratorio e in mare e approfondimenti sui possibili servizi ambientali delle produzioni.
Non costituisce un riconoscimento OECM e non dimostra, di per sé, un risultato di conservazione della biodiversità. Offre però un esempio concreto di come la ricerca possa approfondire il rapporto tra allevamenti e condizioni dell’ambiente in cui operano.
La prospettiva delineata dalla FAO richiede un passaggio ulteriore: affiancare ai dati sulle prestazioni produttive e sulle condizioni ambientali informazioni verificabili sulle specie selvatiche e sugli habitat interessati.
Dai monitoraggi al valore economico: la sfida per le imprese
Per un operatore italiano, l’indicazione più utile del rapporto riguarda il modo in cui può essere documentato l’eventuale beneficio ecologico di un impianto.
Occorre partire dalla conoscenza dell’area: quali specie selvatiche sono presenti, quali habitat vengono interessati dall’attività e quali pressioni ambientali esistono già prima di valutare gli effetti dell’allevamento.
Diventa poi importante osservare come questi elementi cambiano nel tempo, possibilmente confrontando i risultati con quelli di aree dalle caratteristiche simili, ma prive di impianti.
Non è un nuovo adempimento introdotto dalla FAO. È il tipo di documentazione scientifica che può rendere credibile e verificabile un contributo alla conservazione.
L’eventuale valutazione come OECM richiede inoltre confini geografici definiti, una gestione capace di affrontare i rischi, il coinvolgimento dei soggetti interessati e garanzie sulla durata dei risultati ecologici.
Proprio quest’ultimo aspetto presenta una difficoltà particolare. Un allevamento può cambiare posizione, modificare la produzione o cessare l’attività per ragioni economiche. La conservazione della biodiversità, invece, richiede continuità nel lungo periodo.
Il rapporto affronta quindi anche la sostenibilità economica di queste pratiche.
I benefici ambientali possono estendersi alla collettività, mentre i costi necessari per garantirli ricadono spesso sugli allevatori.
Monitoraggi scientifici, tecniche produttive adeguate e impegni gestionali richiedono investimenti. Se l’impresa non dispone delle condizioni economiche per sostenerli, diventa più difficile assicurare risultati ambientali duraturi.
Per questo la FAO invita a considerare possibili incentivi, strumenti di valorizzazione dei servizi ecosistemici e modelli di gestione condivisa tra produttori, istituzioni e comunità locali.
Sono indicazioni strategiche, non nuovi finanziamenti o agevolazioni già disponibili per le aziende.
Il rapporto non introduce inoltre nuove autorizzazioni per l’acquacoltura e non attribuisce lo status di OECM ad alcun impianto italiano.
Il suo valore per la filiera nazionale sta soprattutto nel cambiamento di prospettiva: valutare un allevamento non soltanto per ciò che produce e per gli impatti che riesce a contenere, ma anche per gli eventuali benefici ecologici che può dimostrare.
Per la molluschicoltura questo significa aprire uno spazio di confronto più documentato con la ricerca e con le istituzioni, senza confondere la sostenibilità dichiarata con i risultati effettivamente raggiunti.
Un allevamento non diventa uno strumento di conservazione semplicemente perché ospita altre specie. Può contribuire a esserlo quando quel beneficio è reale, misurabile e destinato a durare.
L’articolo Acquacoltura e biodiversità, la FAO spiega quando gli allevamenti possono aiutare gli ecosistemi proviene da Pesceinrete.
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