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A luglio 2026 le famiglie italiane hanno acquistato 17.288 tonnellate di prodotti ittici freschi, per 220,24 milioni di euro. Rispetto a luglio 2025 le quantità diminuiscono dell’1%, mentre la spesa scende del 5%. Il confronto con luglio 2024 racconta però un quadro diverso: volumi quasi identici e una spesa superiore del 4,3%. I dati EUMOFA mostrano perché un solo confronto annuale non basta a giudicare il mercato e quali indicatori servono a pescherie e operatori della distribuzione.
Pesce fresco, quantità stabili e spesa più variabile
Il mercato italiano del fresco può apparire in flessione o in crescita a seconda dell’anno scelto come termine di paragone. Nel Monthly Highlights n. 9/2026 di EUMOFA sono disponibili i dati sugli acquisti domestici di prodotti ittici freschi dei mesi di luglio 2024, 2025 e 2026.
| Luglio | Quantità acquistate | Spesa delle famiglie |
|---|---|---|
| 2024 | 17.244 tonnellate | 211,07 milioni € |
| 2025 | 17.504 tonnellate | 231,89 milioni € |
| 2026 | 17.288 tonnellate | 220,24 milioni € |
Fonte: EUMOFA, rapporto n. 9/2026, tabella 41; dati Europanel. I valori si riferiscono al solo mese di luglio di ciascun anno.
Tra il luglio 2024 e quello del 2026 la quantità acquistata varia di appena 44 tonnellate, circa lo 0,3%. Il valore complessivo, invece, aumenta di 9,17 milioni di euro, pari a circa il 4,3%. Rispetto al 2025, il 2026 perde 216 tonnellate e 11,65 milioni di euro.
Il risultato più recente non descrive quindi un crollo della domanda in quantità: indica soprattutto una riduzione del valore della spesa rispetto al luglio precedente. Il dato rimane significativo, ma va interpretato nel suo perimetro: non rappresenta l’intero anno né tutti i prodotti ittici venduti in Italia.
Quanto vale un chilogrammo nel paniere delle famiglie
Dividendo la spesa per i quantitativi acquistati, il valore medio del paniere monitorato passa da 12,24 €/kg nel luglio 2024 a 13,25 €/kg nel 2025, per attestarsi a 12,74 €/kg nel 2026. L’ultimo valore è circa il 3,8% inferiore a quello del 2025, ma circa il 4,1% superiore a quello del 2024.
Questi valori sono un’elaborazione di Pesceinrete su dati EUMOFA: non sono un indice dei prezzi al consumo. Possono variare sia per il prezzo di prodotti equivalenti, sia perché cambiano le specie, i formati e le pezzature presenti nel paniere. Il rapporto aggregato non permette di separare questi effetti e non dimostra rincari o ribassi generalizzati delle singole specie.
La lezione per pescherie e distribuzione
Per chi vende pesce fresco, osservare soltanto l’incasso complessivo può nascondere cambiamenti importanti. Una variazione del fatturato può dipendere dalle quantità, dalla composizione delle vendite o dai valori unitari. E nessuno di questi dati, isolatamente, misura il margine.
Un esempio esclusivamente illustrativo rende il punto più concreto: una pescheria che vende 1.000 kg a un valore medio di 13,25 €/kg registra 13.250 euro di incassi. Con gli stessi 1.000 kg venduti a 12,74 €/kg incassa 12.740 euro, cioè 510 euro in meno. Le quantità sono identiche, ma il risultato commerciale cambia. Sono valori ipotetici ricavati dai valori medi aggregati del rapporto, non dati di una pescheria reale.
L’esempio non dice se il margine sia aumentato o diminuito: per capirlo occorrono almeno costo di acquisto, resa, scarti e spese di lavorazione. Nei prodotti deperibili conta inoltre il costo del fresco che resta invenduto, che può modificare il risultato economico anche a vendite apparenti stabili.
I controlli da fare prima di cambiare l’offerta
Per interpretare correttamente le vendite, un operatore dovrebbe confrontare periodi omogenei e verificare quantità per specie, incasso per referenza e margine dopo le perdite. Il confronto tra gli stessi prodotti evita di attribuire automaticamente ai prezzi ciò che può dipendere da un diverso assortimento.
Occorre anche distinguere il perimetro statistico. EUMOFA qui monitora gli acquisti domestici di prodotti ittici freschi: non misura con questo indicatore l’intero consumo nazionale, i surgelati, le conserve o la ristorazione. Non si può quindi concludere che la spesa di tutti gli italiani per l’ittico sia diminuita del 5%.
I tre mesi di luglio mostrano una relativa stabilità dei volumi e oscillazioni più marcate della spesa. Per valutare se la flessione del 2026 sia temporanea o persistente occorre la serie mensile completa e, soprattutto, il dettaglio per specie e categoria commerciale.
La domanda utile per la filiera non è soltanto quanto pesce fresco si vende, ma quali prodotti producono il valore rilevato e con quali margini. Senza distinguere queste dimensioni, il confronto tra due percentuali rischia di far scambiare un cambiamento del paniere per un cambiamento generale dei consumi.
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