Mese: Marzo 2026 Pagina 2 di 28

Lalaina: dal gambero rosso di Mazara un modello di valore concreto

Lalaina: dal gambero rosso di Mazara un modello di valore concreto

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C’è un momento preciso in cui una visione industriale diventa proposta di mercato: è quando ciò che viene scartato inizia a valere più di ciò che viene venduto. È esattamente qui che si colloca il progetto di Lalaina S.r.l., azienda che ha costruito la propria identità trasformando carapaci e teste del gambero rosso di Mazara del Vallo in prodotti ad alto valore aggiunto.

Il punto di partenza è, in sé, già una dichiarazione. In un comparto in cui la materia prima è spesso lavorata per ciò che è convenzionalmente noto — la polpa, il prodotto finito — Lalaina sceglie di leggere il gambero nella sua interezza, riconoscendo intensità aromatica, identità territoriale e potenziale commerciale anche nelle componenti comunemente considerate residuali.

La referenza che meglio racconta questa visione è la Colatura di Gambero rosso, prodotto che ha contribuito a rendere riconoscibile il nome dell’azienda e che sintetizza, in un formato di immediata leggibilità per il mercato gastronomico, la capacità di estrarre profondità di gusto da materia prima trattata con precisione tecnica. Attorno a essa si sviluppa una linea coerente che comprende anche la Crema di burro al Gambero rosso e il Perlage di Gambero rosso: tre espressioni diverse di uno stesso metodo, tutte orientate a tradurre la ricchezza organolettica del gambero rosso di Mazara in prodotti stabili, riconoscibili e funzionali all’uso professionale.

Non si tratta di un catalogo ampio, ma di una proposta volutamente concentrata. La forza di Lalaina sta proprio in questa scelta: costruire identità attraverso la specializzazione, non attraverso la moltiplicazione delle referenze.

Sostenibilità che diventa prodotto

Il principio dello zero spreco, in questo caso, non è una narrativa accessoria: è la logica stessa del processo produttivo. Lavorare su carapaci e teste del gambero significa governarne l’equilibrio, la resa e la stabilità in fase di trasformazione — un passaggio che richiede competenze specifiche e un controllo rigoroso su ogni fase della lavorazione. Il risultato sono prodotti che portano con sé non solo il gusto del gambero rosso, ma anche la concretezza di un modello in cui economia circolare e valore economico si rafforzano a vicenda.

In un momento in cui la filiera ittica guarda con crescente attenzione all’uso efficiente delle risorse, Lalaina S.r.l. non insegue questo orientamento: lo pratica da quando ha iniziato a costruire la propria proposta.

Il legame con il gambero rosso di Mazara del Vallo non è solo un elemento di posizionamento. È un ancoraggio a una delle geografie produttive più riconoscibili del Mediterraneo, capace di trasferire al prodotto finito un capitale di credibilità e identità che difficilmente si costruisce per altra via. Lalaina non lavora su un ingrediente generico di pregio: lavora su uno dei simboli più forti della marineria siciliana, traducendolo in referenze che portano con sé territorio, tecnica e visione.

Blue2B: un’occasione di confronto sul valore

In questo percorso si inserisce l’adesione di Lalaina S.r.l. al progetto Blue2B, iniziativa che mette in connessione realtà produttive della filiera ittica con operatori, buyer e professionisti del settore in un format pensato per generare relazioni commerciali concrete e qualificate.

La partecipazione di Lalaina si articola su due livelli: la presenza con le proprie referenze su Ittico Guida Buyer — strumento di visibilità e consultazione dedicato al mercato professionale — e la partecipazione agli incontri B2B in programma il 29 maggio a Mazara del Vallo, nel cuore stesso del territorio da cui l’azienda trae la propria materia prima.

Blue2B non è solo un contesto espositivo: è uno spazio in cui il tipo di proposta che Lalaina porta al mercato — fondata su specializzazione, identità territoriale e innovazione di processo — trova interlocutori in grado di riconoscerne il valore. Un incontro tra offerta evoluta e domanda consapevole, in un comparto che sempre più premia chi sa costruire differenza attraverso la materia prima.

In un settore in cui la differenza si gioca sulla capacità di creare valore attorno alla materia prima, Lalaina S.r.l. dimostra che anche ciò che sta ai margini del processo produttivo può diventare centro di un progetto forte, riconoscibile e perfettamente contemporaneo. Un’azienda che non spreca nulla — né del gambero, né della propria visione.

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Pesca in crisi, l’Italia alza la voce in Europa

Pesca in crisi, l’Italia alza la voce in Europa

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La crisi energetica torna a colpire duramente la pesca e l’acquacoltura europee e l’Italia sceglie di alzare il livello del confronto, portando il tema direttamente a Bruxelles. Al Consiglio Agricoltura e Pesca, il nostro Paese si è mosso insieme a Bulgaria, Estonia, Lettonia e Portogallo per chiedere alla Commissione europea un intervento urgente a sostegno di un comparto sempre più schiacciato dall’aumento dei costi operativi.

Il nodo è quello che da mesi pesa sui bilanci delle imprese: il caro energia, e in particolare il rincaro del gasolio, sta erodendo i margini, riducendo i redditi dei pescatori e mettendo sotto pressione la continuità produttiva di molte attività. In questo contesto, i cinque Paesi chiedono una revisione del FEAMPA, il fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura, per consentire misure straordinarie e più rapide rispetto a quelle oggi disponibili.

La novità politica della giornata riguarda soprattutto il ruolo assunto dall’Italia e dal ministro Francesco Lollobrigida. Non si tratta infatti di una semplice adesione a una richiesta condivisa da altri Stati membri, ma di una presenza attiva in un passaggio che punta a trasformare una difficoltà economica del settore in una questione politica europea. Il peso del ministro si coglie proprio nella capacità di collocare il dossier pesca dentro una cornice più ampia, legata alla tenuta delle imprese, alla tutela dell’occupazione e alla stabilità di una filiera strategica.

La richiesta avanzata a Bruxelles si articola su alcuni punti precisi. Il primo riguarda il sostegno diretto alle imprese, considerato necessario per compensare l’aumento eccezionale dei costi operativi e salvaguardare i livelli occupazionali. Il secondo è l’ammodernamento degli scafi e dei sistemi di propulsione, con l’obiettivo di favorire flotte più efficienti, più sostenibili e meno esposte al peso del carburante. C’è poi il tema dell’attrattività del lavoro a bordo, che chiama in causa il ricambio generazionale e la necessità di rendere il settore economicamente più interessante e più sicuro per i giovani. A questo si aggiungono il sostegno alla continuità produttiva delle imprese ittiche e una richiesta netta di maggiore flessibilità e semplificazione delle procedure.

È proprio su questo terreno che si misura la funzione politica di Lollobrigida. Il ministro si presenta come il referente di una linea che prova a spostare la questione dalla gestione ordinaria dell’emergenza a una risposta comunitaria più incisiva. In altre parole, l’obiettivo non è solo ottenere attenzione, ma spingere la Commissione europea a mettere mano agli strumenti esistenti per renderli adeguati a una fase eccezionale.

Il dato più rilevante, in questo quadro, è la convergenza registrata attorno alla richiesta. Quando più Paesi membri si muovono insieme su un dossier così sensibile, il messaggio politico cambia forza e portata. La crisi del comparto non appare più come una difficoltà circoscritta ad alcune marinerie nazionali, ma come una criticità condivisa che riguarda una parte importante dell’economia marittima europea. Ed è in questo passaggio che l’Italia cerca di ritagliarsi un ruolo di impulso, facendo della pesca non una voce secondaria del negoziato europeo, ma un tema da affrontare con urgenza.

Lollobrigida, in questo scenario, assume quindi un profilo preciso: quello del ministro che porta a Bruxelles le istanze del comparto e prova a tradurle in una pressione politica concreta sulla Commissione. Non solo rappresentanza istituzionale, dunque, ma tentativo di costruire una linea comune, capace di rafforzare la richiesta di aiuti immediati, investimenti per l’efficienza energetica e strumenti più snelli per sostenere le imprese.

La giornata di oggi consegna così un segnale politico chiaro. L’Italia sceglie di non limitarsi a registrare le difficoltà del settore, ma di inserirle al centro del confronto europeo, chiedendo che la pesca e l’acquacoltura vengano considerate per quello che sono: comparti essenziali, già sottoposti a forti pressioni e ora esposti a una nuova fase di instabilità. Nella spinta a rivedere il FEAMPA, nei richiami alla continuità produttiva e nella domanda di interventi straordinari si legge con nettezza l’impronta del ministro Lollobrigida: fare della crisi del settore non un problema da gestire in silenzio, ma una priorità politica da affrontare subito.

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Il futuro del Mediterraneo tra squali e specie aliene: Acli Terra protagonista al talk show internazionale di Monaco

Il futuro del Mediterraneo tra squali e specie aliene: Acli Terra protagonista al talk show internazionale di Monaco

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Ecosistemi marini

Oggi, 30 marzo 2026, alle ore 17:30, i prestigiosi Saloni CIESM di Monaco ospiteranno un evento di rilievo internazionale: il talk show “Il futuro del Mediterraneo”. Al centro del dibattito, i rapidi mutamenti degli ecosistemi marini, la crescente attenzione verso gli squali e la diffusione delle specie aliene: fenomeni legati a una combinazione di pressioni, tra cui cambiamenti climatici, sfruttamento delle risorse e perdita di biodiversità, che stanno ridefinendo gli equilibri del Mare Nostrum.

In questo scenario di mutamento ambientale ed economico, Acli Terra riafferma il proprio ruolo di osservatore attento e custode della biodiversità, partecipando attivamente al confronto per analizzare l’impatto di queste trasformazioni sulla filiera ittica e sulle comunità costiere.

“Il Mediterraneo non è solo un ecosistema da proteggere, ma il cuore pulsante dell’economia di migliaia di imprese della pesca e dell’acquacoltura che noi rappresentiamo” – sottolinea Nicola Tavoletta, Presidente nazionale di Acli Terra – “Comprendere il ruolo dei grandi predatori negli ecosistemi e la diffusione delle specie aliene è fondamentale per garantire un futuro sostenibile ai nostri operatori e alla sicurezza alimentare del Paese”.

L’evento, moderato dalla giornalista Giulia Frigo, si aprirà con parole di benvenuto di Paula Moschella, Direttrice associata della CIESM, e prevede i saluti iniziali di:

  • Davide Gamba, Presidente della Federazione Monegasca di Pesca Sportiva;
  • Niccolò Caisotti di Chiusano, Presidente Onorario Acli Principato di Monaco;
  • Enrico Toja, Presidente Elafonisos Eco

Seguirà poi l’introduzione di Ginevra De Masi, Presidente Acli Principato di Monaco con gli interventi di

  • Chiara Gambardella, Biologa marina;
  • Malo Rio, Biologo marino;
  • Carlotta Santolini, Biologa marina;
  • Stéphanie Orengo, Biologa, Responsabile laboratorio e cure veterinarie presso il Museo Oceanografico di Monaco.

Le conclusioni sono affidate a Nicola Tavoletta, Presidente nazionale Acli Terra.

I temi del Talk Show:

Gli esperti affronteranno i nodi cruciali del cambiamento climatico:

  • Gli squali nel Mediterraneo: specie fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi, oggi fortemente minacciate e ancora poco conosciute, la cui presenza è spesso oggetto di percezioni distorte.
  • Specie aliene: come la biodiversità marina sta cambiando e quali sono i rischi per le specie autoctone e per le attività economiche.
  • Strategie di resilienza: il ruolo della ricerca, delle politiche e delle comunità locali nella salvaguardia del mare.

Acli Terra, attraverso la sua presenza a Monaco, intende ribadire la necessità di una governance europea e mediterranea capace di coniugare tutela ambientale e sostenibilità socio-economica del settore ittico. Per l’Associazione, la sfida del futuro passa anche attraverso una migliore comprensione degli ecosistemi marini, superando narrazioni semplificate e favorendo un approccio basato su dati scientifici e collaborazione tra ricerca e operatori del mare. In questo contesto, è importante distinguere tra fenomeni diversi: da un lato, specie chiave come gli squali, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi ma oggi fortemente minacciate; dall’altro, i cosiddetti “nuovi inquilini” del Mediterraneo, ovvero le specie aliene, che possono rappresentare una sfida per la biodiversità e per le attività economiche. Comprendere questi cambiamenti è essenziale per sviluppare strategie di gestione efficaci e sostenibili.

L’incontro si terrà presso i Saloni della CIESM a Monaco e si inserisce nel quadro dell’accordo di collaborazione tra ACLI Terra e la Commissione Mediterranea per l’Esplorazione Scientifica del Mare Mediterraneo (CIESM), finalizzato a favorire momenti di dialogo e divulgazione su temi di interesse comune legati alla biodiversità marina e ai cambiamenti in atto negli ecosistemi del Mediterraneo, con particolare attenzione alle specie esotiche.

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Hepatitis A Alert in Campania: Traceability and Mussel Farming Under Scrutiny

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The alert linked to recent cases of Hepatitis A in Campania has already triggered a reaction that the seafood sector knows all too well: it has erased distinctions.

Dozens of infections, hospitalizations, and reports beyond the region. And in public discourse — across headlines, social media, and everyday conversations — one word has taken over: mussels.

Not “mussels from untraceable sources.”
Not “shellfish marketed outside official channels.”
Simply “mussels.”

The health risk is real and must be addressed with the utmost rigor.

Yet the narrative risks suggesting that mussel farming itself is inherently unsafe. As if every producer operating in areas such as the Campi Flegrei, Taranto, the Gulf of La Spezia, or Scardovari were, indiscriminately, part of the problem.

This must be stated clearly: what happened in the area between Bacoli and Varcaturo cannot be simplistically attributed to mussel farming. Evidence emerging from health inspections instead points to a possible link with critical issues in wastewater management and discharge systems, particularly during periods of heavy rainfall and pressure on already fragile infrastructure.

The HAV virus, detected in some of the analyzed samples, likely reached farming waters not because of aquaculture practices, but due to external factors affecting the surrounding environment.

This is the distinction currently missing from public debate.

Producers operating within the legal system — registered, subject to health controls, included in water classification schemes, and required to comply with EU purification and traceability standards — are not the problem. On the contrary, they are a fundamental part of the food safety system.

When contamination occurs, it signals a failure upstream. And that “upstream” is rarely the farm itself, but rather the environment in which it operates.

Despite this, these very operators are paying the highest price. Cooperatives, authorized facilities, and seafood markets dealing in certified and documented products are already experiencing the consequences of distorted perception. With the Easter holidays approaching — a key period for shellfish consumption — the risk of a significant economic backlash is tangible.

There is a crucial point that must be emphasized: the end consumer does not distinguish between traceable and unregulated products. Consumers react to the news, not to the supply chain. And when communication is vague, the result is always the same — widespread distrust.

This creates a dangerous paradox. By placing legal and illegal products on the same level, the system ends up weakening those who comply with the rules and, indirectly, creating space for those who circumvent them.

Traceability is not a bureaucratic formality. It is the primary tool for consumer protection.

A mussel sourced from an authorized facility, complete with labeling, batch number, and production area identification, cannot be equated with a product of uncertain origin. These are fundamentally different realities, and confusing them is a mistake the sector can no longer afford.

This situation should bring attention back to a structural issue: water quality. Shellfish safety is not ensured solely at the farming or purification stage, but above all at the environmental level. Without effective control of wastewater and adequate infrastructure, every effort along the supply chain risks being undermined.

Producers who comply with the rules are not asking for protection. They are asking for accountability to be clearly identified.

And above all, they are asking for the courage to look in the right direction.

Not at the sea — but at the land.

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VMS, il MASAF aggiorna le regole: più controlli, nuove tecnologie e tempi più stretti per la flotta

VMS, il MASAF aggiorna le regole: più controlli, nuove tecnologie e tempi più stretti per la flotta

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Il controllo della pesca italiana entra in una fase più rigorosa e più moderna. Con il decreto che aggiorna le specifiche tecniche e operative del sistema VMS (Vessel Monitoring System), il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste rimette mano a uno degli strumenti chiave del monitoraggio della flotta, adeguandolo al nuovo quadro europeo e aprendo, in casi precisi, anche all’uso di tecnologie diverse dal solo satellite. Non è un ritocco formale. È un intervento che incide sulla vita concreta delle imprese di pesca, sull’organizzazione delle uscite in mare e sulla conformità degli apparati installati a bordo.

Il cuore del provvedimento è chiaro: tutte le unità da pesca con lunghezza fuori tutto pari o superiore a 12 metri, ovunque operino, devono essere dotate di un apparato di controllo satellitare oppure di un sistema ibrido con modulo satellitare obbligatorio, conforme alle nuove specifiche tecniche. Per la pesca costiera locale entro le 12 miglia dalla costa viene però introdotta una possibilità diversa: si può utilizzare un apparato che trasmette esclusivamente su rete mobile terrestre, ma solo se è davvero in grado di garantire la frequenza di invio prevista. Se questa condizione non è assicurata, l’obbligo torna a stringersi sull’apparato satellitare o ibrido.

È qui che il decreto mostra la sua vera impostazione. Non abbassa il livello del controllo, ma aggiorna il modo in cui quel controllo può essere garantito. Le nuove specifiche precisano infatti che la trasmissione dei dati può avvenire tramite connessione satellitare oppure, ove possibile, tramite rete mobile terrestre o altra tecnologia equivalente, purché restino intatti i requisiti essenziali: continuità del servizio, regolarità dell’invio, integrità del dato, autenticità delle informazioni. In sostanza, cambia l’approccio tecnico, non la severità del sistema.

Uno dei passaggi più delicati riguarda la frequenza delle comunicazioni. In via generale, i dati VMS devono essere trasmessi almeno una volta ogni due ore. Ma il ritmo si fa molto più serrato quando l’unità opera in aree sensibili: dentro le zone di restrizione della pesca, o entro 5 miglia nautiche da queste zone, la trasmissione deve avvenire almeno ogni 30 minuti. E c’è una seconda scadenza già scritta nero su bianco: dal 10 luglio 2027 la regola generale diventerà proprio quella dei 30 minuti. Solo in alcuni casi limitati si potrà trasmettere ogni 60 minuti, e cioè quando l’unità opera oltre le 12 miglia dalla costa nazionale e non si trova all’interno o in prossimità di zone soggette a restrizioni.

Per chi lavora in mare, questo significa una cosa molto concreta: il VMS non potrà più essere considerato un adempimento tecnico da dare per scontato. Diventa invece un elemento centrale della piena operatività dell’unità. Anche perché il decreto richiama in modo puntuale le responsabilità del comandante, che deve assicurarsi che il dispositivo sia attivato prima dell’inizio del viaggio, resti in funzione per tutta la sua durata, sia costantemente alimentato e monitorato, non venga disattivato manualmente e non subisca manomissioni, alterazioni o interferenze capaci di compromettere la correttezza dei dati trasmessi. La disattivazione è ammessa soltanto mentre l’unità si trova in porto o in un luogo di sbarco, e comunque previa notifica alle autorità competenti.

Anche sotto il profilo tecnico il decreto alza l’asticella. L’apparato di bordo deve essere di tipo embedded, con protezione IP67 o superiore, dotato di ricevitore GPS a più canali, sistema di temporizzazione, batterie di backup con almeno 12 ore di autonomia, memoria per registrare la posizione del peschereccio con frequenza almeno ogni 10 minuti e capacità di archiviare almeno le ultime 200 posizioni non trasmesse. Se il collegamento con il centro di controllo si interrompe, quei dati non possono andare persi: devono essere conservati e inoltrati immediatamente una volta ristabilita la comunicazione.

Il punto, però, è che il nuovo VMS non serve soltanto a dire dove si trova un peschereccio. Le specifiche allegate al decreto descrivono un sistema capace di produrre rapporti di navigazione, emergenza, alert, infrazione e controllo. In pratica, l’apparato deve essere in grado di segnalare perdita del segnale GPS, assenza di alimentazione, manomissione, spegnimento del dispositivo, stato “in porto”, attività di navigazione, presunta attività di pesca, presenza in aree interdette o in acque sottoposte ad altra giurisdizione. È la fotografia di un modello di sorveglianza molto più continuo e strutturato rispetto al passato, dove la localizzazione si intreccia con la lettura del comportamento operativo dell’unità.

Per armatori e marinerie, quindi, la questione non è soltanto normativa. È anche economica, organizzativa e tecnica. Occorrerà capire se l’apparato già installato è davvero idoneo rispetto all’attività svolta, se la frequenza di trasmissione richiesta è effettivamente garantita, se la documentazione tecnica è aggiornata e se le condizioni operative dell’unità consentono di rientrare nei casi in cui è ammesso l’utilizzo della rete mobile terrestre. Il decreto, da questo punto di vista, sposta il baricentro dalla semplice presenza dell’apparato alla sua concreta affidabilità.

Non manca, comunque, un elemento di continuità. Le unità già dotate di un sistema ACS alla data di entrata in vigore del decreto non sono tenute a modificare o integrare l’apparato installato, che continua a essere considerato conforme alle specifiche della disciplina precedente. Ma la finestra temporale è definita: il periodo di transizione scade il 31 agosto 2026. Questo significa che per molte imprese il tempo per verificare la propria posizione non è infinito, e che l’adeguamento non va letto come un problema da rinviare.

C’è infine un altro dettaglio che interessa direttamente una parte della flotta. Le unità dotate di apparati ACM o ACI senza modulo satellitare, nei casi consentiti dal decreto, sono esentate dall’obbligo del dispositivo S.O.S. previsto dalle specifiche tecniche. Anche questo conferma che il provvedimento non procede in modo cieco o uniforme, ma prova a differenziare le soluzioni in base alle caratteristiche operative delle unità e al tipo di tecnologia effettivamente impiegata.

In definitiva, il decreto sul VMS non introduce solo nuove specifiche. Introduce un nuovo livello di precisione richiesto alla flotta. Le regole si fanno più dettagliate, le trasmissioni più frequenti, i margini di tolleranza più stretti. Per il settore della pesca il messaggio è semplice: non basta più avere un apparato a bordo. Bisogna essere certi che sia conforme, affidabile e adatto al tipo di attività svolta. Perché il controllo elettronico, da ora in avanti, peserà ancora di più sulla quotidianità del lavoro in mare.

 

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