Mese: Novembre 2026

Granchio delle nevi, la Norvegia aumenta la quota del 35%. La sfida è difendere il valore

Granchio delle nevi, la Norvegia aumenta la quota del 35%. La sfida è difendere il valore

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La Norvegia ha fissato a 16.594 tonnellate la quota di pesca del granchio delle nevi per il 2027, il 34,5% in più rispetto al 2026. La decisione segue le indicazioni scientifiche; nel primo semestre 2026, intanto, le esportazioni sono cresciute del 16% in quantità ma diminuite dell’11% in valore.

Ittico Guida Buyer

Per chi pesca, una risorsa in crescita significa poter programmare il lavoro con maggiore fiducia. Per chi vende, invece, contano anche i prezzi, il cambio e la capacità di raggiungere i mercati più remunerativi. È su questo doppio binario, biologico e commerciale, che si muove la filiera norvegese del granchio delle nevi (Chionoecetes opilio).

La nuova quota rappresenta una buona notizia per il settore. La sfida sarà trasformare le maggiori possibilità di cattura in un risultato economico altrettanto favorevole.

Nel Mare di Barents la popolazione cresce e aumentano le possibilità di pesca

Il 28 ottobre il Ministero norvegese del Commercio, dell’Industria e della Pesca ha stabilito il limite complessivo di cattura per il 2027, portandolo dalle 12.336 tonnellate del 2026 a 16.594 tonnellate.

L’incremento recepisce integralmente il parere dell’Istituto norvegese di ricerca marina, che ha rilevato un miglioramento degli indicatori utilizzati per valutare la popolazione presente sulla piattaforma continentale norvegese del Mare di Barents.

La biomassa sfruttabile si mantiene al di sopra dei livelli biologici di riferimento, mentre la mortalità dovuta alla pesca risulta inferiore alla soglia associata al rendimento massimo sostenibile.

La ministra norvegese della Pesca e degli Oceani Marianne Sivertsen Næss ha evidenziato come la quota sia più che raddoppiata negli ultimi cinque anni. Un andamento particolarmente positivo in un periodo in cui altre importanti risorse ittiche del Paese affrontano condizioni meno favorevoli.

La crescita della risorsa non elimina le regole di tutela

Il governo manterrà anche nel 2027 la taglia minima di cattura a 95 millimetri di larghezza del carapace, una misura che contribuisce a preservare la capacità riproduttiva della popolazione e a orientare la pesca verso esemplari di maggiore valore commerciale.

Gli scienziati richiamano inoltre l’attenzione sulla selettività delle nasse e sulla necessità di ridurre le catture degli esemplari sotto misura.

L’aumento delle possibilità di pesca, dunque, non comporta un allentamento automatico delle misure di conservazione. La quantità autorizzata resta collegata allo stato della risorsa e alle valutazioni scientifiche.

Più granchio esportato, ma il valore delle vendite diminuisce

Mentre la situazione biologica offre prospettive favorevoli, quella commerciale racconta una realtà più complessa.

Secondo il Norwegian Seafood Council, nel primo semestre 2026 la Norvegia ha esportato 7.349 tonnellate di granchio delle nevi, per un valore di circa 1,3 miliardi di corone norvegesi.

Rispetto allo stesso periodo del 2025, i volumi sono aumentati del 16%, ma il valore complessivo è sceso dell’11%, con una perdita di 152 milioni di corone.

Più prodotto venduto, quindi, ma meno ricavi complessivi.

A pesare sono state soprattutto le condizioni del mercato statunitense, principale destinazione del granchio delle nevi norvegese. I prezzi all’esportazione verso gli Stati Uniti sono diminuiti del 22% se misurati in corone norvegesi e del 13% in dollari.

La differenza riflette anche il rafforzamento della valuta norvegese. Alla pressione sui prezzi si aggiunge la concorrenza internazionale, in particolare quella dei fornitori canadesi e dell’Alaska.

Il quadro richiede una distinzione importante: il calo del valore registrato nel 2026 non dipende dalla quota appena stabilita per il 2027. Mostra, piuttosto, le condizioni commerciali con cui gli operatori dovranno confrontarsi quando aumenteranno le possibilità di cattura.

Anche la flessione delle esportazioni osservata nel terzo trimestre va letta considerando la stagionalità della pesca, soggetta a un fermo dal 1° luglio al 30 novembre.

Prodotto vivo o congelato: una scelta che incide sulla filiera

Accanto alla quantità pescabile, la Norvegia sta affrontando un’altra questione: quale destinazione dare al granchio catturato e dove realizzarne la lavorazione.

Nel 2026 il governo ha riservato il 20% della quota alle consegne di prodotto vivo, con l’obiettivo di sostenere l’attività degli stabilimenti a terra e favorire l’occupazione.

Non tutta la flotta, però, è organizzata allo stesso modo. Alcuni pescherecci sono attrezzati per lavorare e congelare il prodotto direttamente a bordo, mentre il conferimento di granchi vivi richiede strutture e modalità operative differenti.

In una risposta al Parlamento norvegese del 29 ottobre, la ministra ha chiarito che per il 2027 saranno valutate soluzioni capaci di tenere conto delle caratteristiche delle diverse imbarcazioni, cercando al tempo stesso di mantenere almeno il livello effettivo delle consegne di prodotto vivo raggiunto nel 2026.

Il regolamento definitivo sarà adottato dopo la consultazione pubblica.

Non è soltanto una scelta organizzativa. Dalla ripartizione tra prodotto vivo, congelato a bordo e lavorato a terra dipendono investimenti, occupazione, logistica e opportunità commerciali.

Per gli operatori italiani dell’importazione, della distribuzione e della ristorazione, l’evoluzione norvegese merita attenzione soprattutto per le possibili conseguenze sulla disponibilità delle diverse tipologie di prodotto.

Il granchio delle nevi segue peraltro dinamiche commerciali differenti da quelle del granchio reale norvegese, per il quale l’Italia figura già tra i mercati di maggiore rilievo. Le due specie non vanno confuse, né sul piano biologico né su quello commerciale.

L’aumento della quota non consente quindi di prevedere automaticamente una riduzione dei prezzi sul mercato italiano. Saranno le quantità effettivamente pescate, la destinazione dei volumi, i costi di lavorazione e l’andamento della domanda a determinare le condizioni dell’offerta.

La Norvegia ha ora la possibilità di pescare più granchio delle nevi. Il risultato economico dipenderà da quanto valore riuscirà a ottenere da ogni tonnellata commercializzata.

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SOS Mediterraneo, ricerca e pesca a confronto sul mare che cambia

SOS Mediterraneo, ricerca e pesca a confronto sul mare che cambia

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Il 42° Forum della Fascia Costiera “SOS Mediterraneo” si terrà dal 6 all’8 novembre 2026 all’Hotel Enea di Pomezia. La giornata di sabato 7 riunirà ricercatori e operatori intorno alle trasformazioni del bacino, agli strumenti di tutela e alla gestione delle risorse marine.

Ittico Guida Buyer

Riconoscere una specie mai incontrata prima, seguirne la diffusione, comprenderne le conseguenze sull’ambiente: sono questioni che avvicinano il lavoro dei ricercatori all’esperienza dei pescatori. Il cambiamento del Mediterraneo si osserva anche dalle barche e interroga chi dal mare ricava il proprio reddito.

Questo rapporto tra conoscenza scientifica e attività delle marinerie attraversa il programma del 42° Forum della Fascia Costiera. Organizzato dal Rotary Club Pomezia Lavinium, l’incontro sarà condotto da Alessandro Filippini, giornalista della redazione Scienze e Ambiente del TG2.

Specie aliene e clima, comprendere la trasformazione

Le invasioni biologiche saranno affrontate da Ernesto Azzurro, dirigente di ricerca del CNR-IRBIM, che studia l’ecologia delle specie ittiche esotiche e i sistemi per monitorarne la presenza.

La diffusione delle specie aliene nei mari italiani rende concreto un tema spesso raccontato su scala di bacino: ciò che cambia negli ecosistemi viene osservato anche durante le attività di pesca. Il riconoscimento delle specie e la raccolta delle segnalazioni costituiscono un terreno di collaborazione tra operatori e ricerca.

Il quadro ambientale comprenderà la risposta del Mediterraneo ai cambiamenti climatici e un approfondimento sui cicloni mediterranei di tipo tropicale, dedicato a impatti e valutazione.

Catture accidentali e habitat sotto pressione

Dai cambiamenti dell’ambiente, l’attenzione passerà alle interazioni con le attività umane. Tra i temi figurano il bycatch, cioè le catture accidentali di specie non bersaglio, e le pressioni sulla posidonia oceanica.

È un passaggio che riguarda da vicino la pesca: accanto alla conoscenza delle risorse utilizzate, entrano nel dibattito gli effetti sulle altre specie e la conservazione degli habitat marini.

FEAMPA e pesca costiera, gli strumenti e l’esperienza

Come collegare la tutela del mare agli strumenti di intervento sarà il tema del contributo di Pasquale Ranucci, direttore generale del GAL Pesca Lazio, dedicato al FEAMPA, il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura.

A portare l’esperienza della pesca dei molluschi bivalvi sarà Roberto Camarota, presidente del CO.GE.MO. Roma. Alle spalle ha quasi trent’anni di lavoro come pescatore, prima dell’impegno nella cooperazione e nella gestione delle risorse.

La sua presenza affianca alla lettura scientifica quella di chi conosce il mare attraverso il mestiere e l’organizzazione dell’attività produttiva. La sessione territoriale comprenderà anche un progetto di rigenerazione costiera a Tor Paterno.

Dalle esperienze di tutela alla mozione finale

Il pomeriggio darà spazio a esperienze maturate in contesti diversi: la Fossa di Pomo, con il contributo di Domitilla Senni, presidente di MedReAct, e le iniziative della Casa dei Pesci per proteggere i fondali della Maremma.

Il confronto arriverà quindi alle norme sulla tutela del mare e al regolamento europeo sul ripristino della natura, con un approfondimento sullo stato di attuazione in Italia.

I lavori di sabato si concluderanno con la lettura della mozione del Forum. La sua approvazione è prevista domenica 8 novembre, durante l’assemblea dei club aderenti.

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Aree marine protette, Corte UE ed Europêche divise sullo strascico

Aree marine protette, Corte UE ed Europêche divise sullo strascico

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Europêche e l’European Bottom Fisheries Alliance (EBFA) contestano alcune conclusioni della Corte dei conti europea sulle aree marine protette e sulla pesca a strascico. Le organizzazioni condividono la necessità di rendere più efficace la conservazione degli ecosistemi, ma respingono le generalizzazioni sugli impatti della pesca di fondo e chiedono valutazioni scientifiche specifiche per ciascuna area.

Ittico Guida Buyer

Aree marine protette, la Corte UE denuncia una tutela insufficiente

L’Europa ha ampliato negli anni la superficie marina sottoposta a protezione. Ma quanto di quel mare è realmente tutelato?

La domanda attraversa la relazione speciale 25/2026 della Corte dei conti europea, pubblicata il 26 ottobre, che evidenzia ritardi e carenze nell’attuazione delle misure di conservazione.

Secondo i dati richiamati dai revisori, circa il 14% delle acque marine dell’Unione europea è designato come protetto, mentre meno dell’1% beneficia di una protezione rigorosa. L’obiettivo fissato per il 2030 è arrivare rispettivamente al 30% e al 10%.

Il problema, però, non si esaurisce nella distanza tra gli impegni e le superfici effettivamente tutelate.

In numerosi siti mancano misure di conservazione adeguate, sistemi di monitoraggio efficaci e risorse sufficienti per la gestione. La rete delle aree protette presenta inoltre lacune nella tutela degli habitat marini più vulnerabili, soprattutto al largo e nelle acque profonde.

La Corte richiama la necessità di tradurre la designazione delle aree in interventi concreti e applicabili, riconoscendo al tempo stesso le difficoltà economiche e sociali che possono derivare dalle restrizioni alle attività produttive.

Su questa diagnosi Europêche ed European Bottom Fisheries Alliance (EBFA) esprimono una sostanziale condivisione. La loro risposta, diffusa il 30 ottobre, riguarda soprattutto il modo in cui vengono valutate le attività di pesca e i risultati delle misure già adottate.

Natura 2000, il dato sullo sforzo di pesca che divide le valutazioni

Uno dei passaggi più controversi della relazione riguarda i siti marini della rete Natura 2000.

La Corte rileva che lo sforzo di pesca apparente è pari a 1,72 volte quello registrato nelle acque esterne a questi siti.

Le organizzazioni del settore non negano il dato, ma ne contestano l’interpretazione. Molte aree Natura 2000, osservano, coincidono con zone storicamente produttive, frequentate dalle flotte proprio per la presenza di risorse ittiche e habitat di particolare valore.

Il confronto con vaste superfici marine meno utilizzate, sostengono, non sarebbe quindi sufficiente a valutare l’efficacia delle misure di conservazione.

La distinzione è importante: una maggiore intensità dell’attività di pesca non costituisce, da sola, una misura del danno ambientale. Per stabilire gli effetti sugli ecosistemi occorre considerare gli habitat interessati, gli attrezzi impiegati, le caratteristiche del fondale e le condizioni locali.

Questo non significa che la presenza della pesca sia sempre compatibile con gli obiettivi di tutela. Significa che tale compatibilità deve essere verificata, anziché presunta in un senso o nell’altro.

Europêche ed EBFA: le restrizioni non possono sostituire la valutazione degli impatti

Le critiche più nette riguardano la descrizione della pesca a strascico come tecnica distruttiva.

Secondo le organizzazioni, questa rappresentazione non tiene adeguatamente conto dei progressi nella gestione della pesca di fondo, nell’innovazione degli attrezzi, nella selettività delle catture e nella protezione degli habitat vulnerabili.

Europêche ed EBFA contestano inoltre la conclusione secondo cui dal 2013 sarebbero state adottate poche misure di conservazione.

Ricordano che la politica europea della pesca dispone già di strumenti che contribuiscono alla tutela ambientale: regolamenti sui controlli, piani pluriennali di gestione, misure tecniche e norme per l’accesso alle acque profonde.

A questi si aggiungono gli interventi delle organizzazioni regionali di gestione della pesca nelle acque internazionali.

La richiesta è che anche le misure di conservazione già applicate, comprese quelle esterne alle aree formalmente protette, siano considerate nella valutazione dei risultati ambientali.

Un altro punto riguarda il coinvolgimento delle marinerie. Le organizzazioni lamentano che, nell’elenco delle consultazioni riportato dalla Corte, non figurino rappresentanti del settore, che avrebbero potuto contribuire con informazioni sulle pratiche operative e sulle innovazioni introdotte.

La questione non riguarda soltanto la partecipazione alle decisioni, ma anche il metodo con cui vengono individuate le soluzioni.

Europêche ed EBFA sostengono infatti un modello di gestione adattiva, nel quale le misure di conservazione vengono monitorate, valutate e, quando necessario, modificate sulla base dei risultati.

In questa prospettiva, la chiusura di un’area accompagnata da compensazioni economiche non dovrebbe rappresentare l’unica risposta possibile. Anche l’innovazione tecnologica, la riduzione degli impatti e una gestione più selettiva delle attività possono contribuire agli obiettivi di tutela, quando le condizioni ambientali lo consentono.

Iván López, presidente di EBFA, richiama la necessità di costruire le misure insieme ai pescatori e agli altri utilizzatori del mare.

«Le aree marine protette devono essere pianificate con i pescatori e gli altri utilizzatori, attraverso valutazioni ambientali, sociali ed economiche trasparenti», afferma López nella dichiarazione diffusa dall’organizzazione.

Il settore invita inoltre a considerare con analogo rigore scientifico le altre pressioni sugli ecosistemi marini: inquinamento, cambiamenti climatici, trasporto marittimo, attività energetiche offshore, turismo e industria.

Per le marinerie italiane conta come verranno definite le misure di tutela

Il confronto interessa anche la pesca italiana, in particolare le attività che operano in prossimità o all’interno di siti Natura 2000 e di altre aree soggette a misure di conservazione.

La relazione della Corte non introduce direttamente nuovi divieti né modifica le regole operative delle flotte. Richiama però l’attenzione sulla necessità di rendere più efficaci le misure di protezione e di verificarne i risultati.

Per le imprese, la questione riguarda soprattutto il modo in cui vengono definite le eventuali limitazioni: la conoscenza degli habitat, la valutazione degli effetti degli attrezzi utilizzati, la disponibilità di alternative tecniche e il coinvolgimento delle comunità costiere.

Un tema già emerso nel dibattito nazionale sulla gestione delle aree marine protette e sulla partecipazione della pesca professionale.

Le richieste del settore non eliminano la necessità di restrizioni quando queste risultino indispensabili per la conservazione degli ecosistemi. Allo stesso modo, l’esistenza di regole e strumenti innovativi non dimostra automaticamente che gli impatti siano stati ridotti a livelli compatibili con gli obiettivi ambientali.

È qui che le posizioni della Corte e delle organizzazioni possono trovare un punto d’incontro.

Da una parte, le istituzioni devono dimostrare che le aree protette producono risultati concreti. Dall’altra, il settore della pesca deve poter documentare i progressi compiuti e le condizioni nelle quali le attività possono continuare senza compromettere gli habitat.

La vera misura dell’efficacia di un’area marina protetta non è soltanto quanto mare comprende o quante attività limita, ma quali risultati di conservazione riesce effettivamente a ottenere.

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