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I dati provvisori 2025 del Ministero spagnolo dell’Agricoltura, Pesca e Alimentazione indicano che il 28,5% del valore delle esportazioni spagnole di pesci, crostacei e molluschi è diretto in Italia. All’interno dell’UE-27 la quota italiana supera il 38%. I numeri dimostrano che per molte imprese spagnole l’Italia è già un mercato centrale sul quale valutare un presidio più riconoscibile.

Per un’impresa spagnola che opera nel settore ittico, l’Italia non è un mercato da scoprire. È già il principale sbocco estero per pesci, crostacei e molluschi.

Il dato emerge dall’Informe Anual de Comercio Exterior Agroalimentario y Pesquero 2025 del MAPA, pubblicato nell’agosto 2026. Il rapporto utilizza dati 2025 ancora provvisori e dedica un’analisi specifica al capitolo 03 TARIC, che comprende pesci, crostacei e molluschi ed esclude preparazioni e conserve classificate nei codici 1604 e 1605.

Nel 2025 la Spagna ha esportato prodotti di questa categoria per 4.137,95 milioni di euro. L’Italia ne ha assorbiti 1.180,49 milioni: il 28,5% del totale.

Quasi tre euro su dieci delle esportazioni spagnole della categoria sono quindi arrivati sul mercato italiano.

L’Italia stacca Portogallo e Francia

Il confronto con gli altri Paesi rende più evidente il peso dell’Italia.

Nel 2025 il Portogallo ha acquistato dalla Spagna pesci, crostacei e molluschi per 901,61 milioni di euro e la Francia per 438,54 milioni. Il valore destinato all’Italia è quindi superiore di circa il 31% rispetto a quello portoghese e pari a circa 2,7 volte quello francese.

La concentrazione aumenta restringendo l’osservazione al mercato comunitario. Il MAPA quantifica in 3,08 miliardi di euro le esportazioni spagnole della categoria dirette verso l’UE-27, pari al 74,4% del totale. Rapportando il valore italiano a quello comunitario, l’Italia rappresenta circa il 38,3% dell’export spagnolo destinato all’Unione europea.

Il rapporto commerciale funziona anche nella direzione opposta. Nell’ultimo dato EUMOFA disponibile sulla provenienza delle importazioni italiane, relativo al 2024, la Spagna è il primo Paese di origine in valore dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura acquistati dall’Italia, con una quota del 22%. Seguono Svezia e Paesi Bassi al 7% e Francia al 6%.

Un mercato con consumi superiori alla media UE

Alla dimensione degli scambi si aggiunge quella della domanda.

EUMOFA stima per l’Italia nel 2023 un consumo apparente di 30,38 kg pro capite, contro 22,89 kg nella media UE-27. Lo studio europeo sui consumi pubblicato nel luglio 2026 segnala inoltre che tra il 2014 e il 2023 il consumo apparente è aumentato in Italia, mentre è diminuito in diversi altri Stati membri, tra cui la Spagna.

Questo non rende automaticamente semplice l’accesso al mercato italiano.

Il nuovo studio EUMOFA mostra infatti una domanda condizionata non soltanto dal prezzo. Aspetto del prodotto, origine e praticità incidono sulle decisioni d’acquisto, mentre le strategie della distribuzione tendono a favorire forniture stabili e prevedibili. La domanda si sta inoltre orientando maggiormente verso prodotti porzionati, confezionati, ready-to-cook e ready-to-eat.

In questo quadro, formati, praticità e disponibilità stanno incidendo sempre di più sulle scelte di consumo e sull’assortimento ittico.

Per chi vende all’Italia, quindi, la dimensione del mercato è soltanto una parte della questione. L’altra riguarda la capacità di rispondere alle esigenze dei diversi canali professionali.

Vendere in Italia non significa necessariamente presidiare il mercato

I numeri MAPA non autorizzano una conclusione automatica: non dimostrano che ogni azienda spagnola debba costruire una presenza commerciale diretta in Italia, né che farlo garantisca un incremento delle vendite.

Indicano però una condizione di partenza precisa. Per un’impresa già organizzata per l’export, la domanda italiana non è ipotetica: è già incorporata in flussi commerciali superiori a un miliardo di euro l’anno per il solo capitolo 03.

La questione diventa quindi come intercettare quella domanda.

Un prodotto può raggiungere l’Italia attraverso importatori, grossisti, distributori e rapporti consolidati senza che l’azienda di origine sviluppi una propria riconoscibilità presso una platea più ampia di operatori.

Una presenza più diretta consente invece al buyer di identificare con maggiore facilità azienda, gamma, specializzazioni, capacità di servizio e contatti commerciali. Non sostituisce la qualità del prodotto, il prezzo o l’efficienza logistica: li rende più facilmente leggibili dal mercato.

Questo aspetto assume particolare rilievo in una filiera italiana articolata tra importatori, grossisti, trasformatori, GDO, distribuzione specializzata e Ho.Re.Ca., con esigenze differenti per specie, formati, volumi e continuità delle forniture.

Per le aziende spagnole già presenti nell’export, quindi, l’Italia può richiedere meno un lavoro di apertura del mercato e più una scelta sul livello di presidio commerciale.

Per le aziende spagnole già presenti sui mercati internazionali, quindi, l’Italia può richiedere meno un lavoro di apertura del mercato e più una valutazione sul livello di presidio commerciale.

È il caso, per esempio, di operatori come Europeix S.A., società di Arenys de Munt attiva nell’importazione, esportazione e distribuzione di pesce fresco e congelato in Spagna, in Europa e nei Paesi terzi. Un profilo aziendale per il quale il peso assunto dall’Italia nei flussi spagnoli non rappresenta un dato astratto, ma un elemento da considerare nelle strategie commerciali sui mercati europei.

I numeri MAPA fissano infatti una dimensione difficilmente trascurabile: nel 2025 l’Italia ha assorbito il 28,5% del valore delle esportazioni spagnole di pesci, crostacei e molluschi. Per le imprese già orientate all’export, la questione non è quindi soltanto dove vendere, ma quale peso attribuire al mercato italiano all’interno della propria strategia commerciale europea.

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