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Dal 2027 i piani pluriennali nel Mediterraneo entreranno in una nuova fase: sulla base dei nuovi dati scientifici, il SAC della CGPM valuterà lo stato degli stock e la Commissione definirà annualmente i limiti di sforzo o di cattura previsti dai diversi piani. Un passaggio particolarmente rilevante per la GSA 16 e per le marinerie siciliane interessate dalla pesca demersale e dei gamberi di profondità.

Durante l’estate appena trascorsa si è aperto l’appuntamento annuale con uno degli eventi più discussi legati all’esercizio dell’attività della pesca marittima professionale.

Mi riferisco all’arresto temporaneo obbligatorio delle attività di pesca a strascico  a cui sono interessati tutti i mari italiani, ma con periodi differenziati secondo aree marittime prestabilite, in aderenza alle indicazioni dei Piani di gestione pluriennale delle risorse ittiche.

Difatti, il  Decreto Ministeriale di regolamentazione dell’arresto temporaneo della pesca a strascico per l’anno 2026 richiama un precedente decreto direttoriale del 2024 recante “Piani di Gestione Nazionali relativi alle flotte di pesca per la cattura delle risorse demersali nell’ambito delle GSA 9 (Mar Ligure e Tirreno Centro-Settentrionale); GSA 10 (Mare Tirreno Centrale e Meridionale), GSA 11 (Sardegna), GSA 16 (Stretto di Sicilia), GSA 17 e 18 (Mar Adriatico Centro-settentrionale – Mar Adriatico Meridionale) e GSA 19 (Mar Ionio Occidentale) individuazione delle percentuali di riduzione annua dello sforzo di pesca”.

Questo riferimento ci serve per introdurre il tema che si sta per andare ad affrontare e di quanto sia centrale, in ogni fase della moderna programmazione in materia di pesca marittima, l’elaborazione e la realizzazione degli obiettivi tramite i Piani di gestione.

Andando a ritroso nel tempo, in campo nazionale già con la lontana ed innovativa legge n.41 del 1982 si cominciò a parlare di pianificazione, su scala triennale, degli interventi previsti dalla stessa legge ed aventi come obiettivo primario la gestione razionale delle risorse biologiche del mare.

Sempre in quell’anno, a livello internazionale, è stata sottoscritta la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Mare (UNCLOS), entrata poi in vigore nel 1994, che impegna tutti gli Stati a cooperare per la conservazione e la gestione delle risorse biologiche dell’alto mare e, in particolare, all’art.119 dispone la collaborazione di tutti gli Stati all’istituzione di organizzazioni regionali o subregionali per la pesca.

Tra le organizzazioni regionali di gestione della pesca (ORG) attualmente in attività, quella che ci interessa più da vicino è la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) che adotta tutta una serie di raccomandazioni, vincolanti per gli stati contraenti, sulle misure di conservazione e di gestione volte a garantire la sostenibilità a lungo termine delle attività di pesca nel Mar Mediterraneo, nel Mar Nero e nelle acque intermedie al fine di preservarne le risorse marine vive e la vitalità economica e sociale.

Questa organizzazione è nata con la visione di affrontare le specificità regionali e locali attraverso l’istituzione delle Geographical Sub-Areas (GSA) ed ogni valutazione degli stocks ittici ed ogni conseguente decisione gestionale avviene per ogni singola GSA o per gruppi omogenei.

Da oltre un ventennio ogni GSA rappresenta una specifica unità biologica e gestionale nelle quali vengono posti in essere strumenti decisionali con effetti giuridici diretti quali la determinazione delle quote, dei fermi e dei piani di ricostituzione.

Un recente passaggio fondamentale è costituito dalla “Dichiarazione di Malta” (MedFish4Ever) del 2017 con la quale i rappresentanti di 16 Stati del Mediterraneo hanno sottolineato il ruolo centrale della FAO e della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM) per sostenere la cooperazione nello sviluppo sostenibile della pesca e dell’acquacoltura tra gli Stati costieri, nel pieno rispetto delle misure di gestione adottate dalla CGPM, e attuare pienamente la strategia a medio termine della CGPM per il periodo 2017-2020. Attraverso questa dichiarazione, gli Stati hanno espresso la loro volontà di migliorare la situazione della pesca nel Mediterraneo nel successivo decennio, mediante una serie di obiettivi e attività ambiziose volte a rafforzare la gestione e la governance della pesca assumendo come uno degli impegni principali quello dell’istituzione di piani pluriennali.

Dal canto suo la CGPM nell’anno 2021 ha adottato una “Strategia 2030 per una pesca e un’acquacoltura sostenibili nel Mediterraneo e nel Mar Nero”, che copre un periodo di dieci anni, e si articola su 5 obiettivi aventi lo scopo dichiarato di offrire una visione comune e principi guida a difesa del patrimonio della pesca e dell’acquacoltura quali pilastri per i mezzi di sussistenza delle comunità costiere.

Orbene in tutto questo contesto finora descritto si inserisce prepotentemente la posizione dell’Unione Europea che nell’anno 1998, con due distinte decisioni, è diventata parte contraente sia della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Mare e sia della CGPM assumendosi, pertanto, lo sforzo di coordinare la gestione delle risorse marine con gli altri Stati costieri contraenti.

In virtù di questa adesione l’UE è quindi tenuta a recepire nel diritto dell’Unione le misure di conservazione e di gestione della CGPM, affinché esse si applichino ai pescherecci dell’UE.

Quale conseguenza di questi decisivi passi dell’Unione Europea abbiamo il varo di due importanti iniziative:

  • con il Regolamento 2371/2002 è stata data la luce alla Politica Comune della Pesca (PCP), che ancora oggi funge da fondamento a qualunque iniziativa gestionale comunitaria delle risorse ittiche nella nuova versione dettata dal Regolamento 1380/2013 sostitutivo del 2371/2002; inoltre, è stata operata l’introduzione organica del sistema dei piani di gestione, associati ad altre misure tecniche e misure relative alla fissazione e ripartizione dello sforzo di pesca massimo consentito, previa attenta preventiva valutazione dei probabili impatti economico e sociale;
  • con il Regolamento 1967/2006 viene istituita e disciplinata l’adozione di piani di gestione sia di competenza comunitaria per attività di pesca specifiche praticate nel Mediterraneo in zone che si estendono del tutto o in parte al di fuori delle acque soggette alla sovranità degli Stati membri, in quanto viene stabilito che le misure di gestione si applicano anche ai pescherecci comunitari che operano al di fuori delle suddette acque, nonché di piani di competenza degli Stati membri per taluni attrezzi, come ad esempio quelli da traino, all’interno delle loro acque territoriali.

Come già detto la CGPM emana tutta una serie di Raccomandazioni vincolanti e tra di esse assumono particolare rilievo quelle istitutive di piani di gestione pluriennali nelle varie GSA.

Aprendo una parentesi, per continuare l’analisi dell’argomento in trattazione, ritengo opportuno concentrare l’attenzione solo sulla più complessa e forse più controversa delle GSA che interessano i mari italiani e mi riferisco alla GSA 16 che si diparte dalle coste meridionali della Sicilia. In tale GSA si collocano due importanti marinerie dedite alla pesca a strascico: quelle di Mazara del Vallo e di Sciacca.

A partire dal 2018 sono state adottate dalla CGPM delle specifiche Raccomandazioni relative a un piano di gestione pluriennale nelle GSA da 12 a 16, quindi nel Mare di Sicilia, separatamente per lo sfruttamento sostenibile sia degli stock demersali che degli stock di gambero rosso e di gambero viola.

Le ultime risalgono al 2025 e stabiliscono che entrambi i piani di gestione pluriennale si basano su un approccio in due fasi in cui:

  1. nei primi quattro anni vengono applicati limiti di sforzo e di cattura e misure spazio-temporali;
  2. a partire dal 2027, sulla base di nuovi dati scientifici, il SAC (Scientific Advisory Committee on fisheries), organo scientifico della CGPM, valuta lo stato degli stock.

Da rilevare che tali Raccomandazioni stabiliscono altresì un piano di gestione a lungo termine per il periodo 2027-2030. Ogni anno, sulla base di pareri aggiornati del SAC, la CGPM stabilisce i limiti annuali di sforzo o di cattura per gli stock principali nel primo caso e limiti di cattura annuali per singola specie per i gamberi rossi di fondale nel secondo caso.

Già dal 2011, recependo le disposizioni internazionali, sono stati emanati, con appositi Decreti Ministeriali, i Piani di Gestione per la GSA 16 applicabili ai pescherecci a strascico iscritti nei compartimenti marittimi siciliani ricadenti in tale GSA.

L’ultimo risale al 2018 ed è stato approvato, insieme a quelli relativi alle altre GSA, dalla Commissione Europea nel 2019 e prorogato in parte fino al 2024.

I segmenti di pesca interessati da questo piano sono stati selezionati considerando soltanto quelli che contribuiscono almeno al 2% della produzione totale di una delle seguenti specie: Gambero bianco, Merluzzo o Nasello, Triglia di fango e Gambero rosso perché sono quelle di maggior rilevanza per volume e valore economico dei prodotti sbarcati.

Il piano mira dichiaratamente a conseguire, nel caso della pesca di specie demersali, un miglioramento della biomassa dei riproduttori tramite la riduzione del tasso di sfruttamento (pesato per un pool di specie: nasello e gambero bianco) dal livello attuale ad un livello compatibile con gli standard di sostenibilità previsti dalla nuova Politica Comune della Pesca.

Un ulteriore aspetto, a mio parere non trascurabile e che merita di essere attentamente valutato, è la dimensione geografica delle GSA poiché i loro confini si estendono oltre le acque territoriali sfociando quindi nel cosiddetto “mare libero” (alto mare).

Nel caso di quelle che interessano le marinerie della Sicilia, tra cui la GSA 16, esse sono coinvolte in quelle dinamiche geopolitiche legate alle dichiarazioni di istituzione nel Mediterraneo delle Zone Economiche Esclusive (ZEE), previste ed incoraggiate dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Mare, in maniera pressocché “aggressiva” da parte dei Paesi frontalieri del Nord Africa e a cui si è già dedicata in precedenza una specifica trattazione.

La partita diplomatica instaurata dall’Italia con l’Algeria, la Tunisia e la Libia è tuttora in corso e non si conosce la posizione della CGPM in merito alla problematica atteso che, pur essendo di diretta competenza dell’ONU, comunque vengono coinvolti anche i diritti di sfruttamento delle risorse ittiche.

Per concludere, la cronistoria dei Piani di gestione pluriennali ci mostra gli sforzi pregevoli della comunità internazionale per una gestione condivisa e sostenibile degli stock ittici, che segua di pari passo i progressi tecnico-scientifici, ma andrebbe evitata l’esposizione al pericolo di eccessive ricadute negative per il settore della pesca e soprattutto di reali rischi di discriminazione tra le marinerie di diversi Stati nel Mediterraneo.

Quest’ultimo pericolo purtroppo sembra ancora lontano dall’essere fugato e bisogna fare ancora molto affinché la buona volontà non permanga, anche per il futuro, solo da una parte.

GFCM Recommendations and Resolutions – FAO

 

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