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Non esiste una cassetta per il pesce più sostenibile in assoluto. Il risultato dipende da isolamento, distanze percorse, numero effettivo di riutilizzi, lavaggio, logistica di ritorno e fine vita. La vera evoluzione è quindi passare dalla scelta del singolo materiale alla progettazione dell’intero sistema nel quale la cassetta viene utilizzata.
Una cassetta per il pesce deve prima di tutto proteggere il prodotto. Deve resistere all’acqua, sopportare movimentazioni e impilamenti, inserirsi correttamente nella catena del freddo e rispettare i requisiti previsti per i materiali destinati al contatto con gli alimenti.
Per questo sostituire semplicemente il polistirolo con plastica riutilizzabile, legno o un nuovo materiale non garantisce automaticamente un risultato migliore. Una soluzione può funzionare bene in una filiera corta e perdere parte dei propri vantaggi quando deve affrontare centinaia di chilometri, lavaggi, ritorni a vuoto e dispersione degli imballaggi.
Dal 12 agosto 2026 la questione ha anche una nuova dimensione normativa. È infatti applicabile il Regolamento europeo 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, il PPWR, che imprime una spinta strutturale alla riciclabilità e al riutilizzo.
Il materiale conta, ma non basta
Il primo vincolo rimane la sicurezza alimentare.
La normativa europea stabilisce che i recipienti nei quali i prodotti della pesca freschi vengono mantenuti sotto ghiaccio siano resistenti all’acqua e impediscano all’acqua di fusione di rimanere a contatto con il prodotto. I materiali destinati al riutilizzo devono inoltre poter essere puliti e, quando necessario, disinfettati. Il pesce fresco deve essere mantenuto a una temperatura prossima a quella del ghiaccio fondente.
A questi requisiti si aggiungono quelli previsti per i MOCA, i materiali e oggetti a contatto con gli alimenti. Il Regolamento 1935/2004 impone che, nelle normali condizioni d’impiego, non trasferiscano agli alimenti sostanze in quantità tali da mettere in pericolo la salute, modificarne in modo inaccettabile la composizione o deteriorarne le caratteristiche organolettiche.
La domanda corretta diventa quindi: quale sistema riesce a garantire queste prestazioni riducendo contemporaneamente costi, consumo di risorse e produzione di rifiuti?
PP ed EPS: quando cambiano le domande, cambiano anche le risposte
Il polistirene espanso, EPS, mantiene caratteristiche difficili da ignorare: pesa poco e offre un elevato isolamento termico. Le criticità riguardano soprattutto il modello prevalentemente monouso, la gestione del fine vita e il rischio di dispersione e frammentazione.
Le cassette in polipropilene, PP, seguono una logica differente. Possono effettuare numerose rotazioni e possono essere associate a sistemi di identificazione e tracciabilità, ma richiedono recupero, lavaggio, sanificazione e redistribuzione.
Una ricerca pubblicata nel gennaio 2026 su Frontiers in Marine Science ha simulato il passaggio a cassette in PP in sei segmenti della flotta italiana. Nei casi analizzati lo studio individua benefici economici nel tempo, più marcati nelle flotte caratterizzate da elevato utilizzo delle cassette. Gli autori precisano però che l’analisi è principalmente economica e che non è stata sviluppata una carbon footprint completa del ciclo di vita.
È un limite fondamentale per interpretare correttamente il risultato.
Una Life Cycle Assessment pubblicata nel 2025 su ACS Sustainable Chemistry & Engineering ha infatti affrontato una domanda diversa: non quanto convenga economicamente cambiare cassetta, ma quali siano gli impatti ambientali delle diverse soluzioni considerate.
Nel modello analizzato, l’EPS riciclato ha ottenuto la migliore prestazione ambientale complessiva, pur mantenendo il problema del rischio di frammentazione. Le cassette in PP lavabile hanno invece risentito anche degli impatti associati alle operazioni di lavaggio.
I due risultati non si contraddicono.
Una cosa è dimostrare che una cassetta riutilizzabile può essere economicamente conveniente; un’altra è stabilire quale soluzione produca il minore impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita.
Numero di rotazioni, energia e acqua utilizzate per il lavaggio, percentuale di cassette perse o danneggiate, distanza percorsa per il ritorno e trattamento finale possono modificare il bilancio.
Legno e nuovi materiali: nessuna scorciatoia
Anche il legno non può essere liquidato semplicemente come materiale naturale e quindi automaticamente sostenibile, né considerato in assoluto incompatibile con il contatto alimentare. Deve rispettare i requisiti generali di sicurezza e idoneità previsti per i materiali a contatto con gli alimenti e le condizioni igieniche richieste dall’impiego concreto.
Parallelamente, la ricerca sta ampliando le alternative disponibili.
Il progetto europeo EcoeFISHent, finanziato attraverso Horizon 2020 e coordinato dall’italiana FILSE, lavora su catene circolari applicate anche al packaging, compreso lo sviluppo di materiali barriera biodegradabili e compostabili ottenuti dalla valorizzazione di flussi secondari.
Si tratta però di attività di innovazione e dimostrazione. Queste soluzioni non possono essere considerate, allo stato attuale, sostituti universalmente consolidati delle cassette tradizionali.
È un passaggio importante perché nel settore ittico “biobased”, “riciclabile” o “compostabile” non bastano, da soli, a definire una cassetta migliore. Servono prestazioni termiche e meccaniche adeguate, sicurezza alimentare, resistenza all’acqua, disponibilità industriale e un sistema credibile di gestione a fine utilizzo.
Con il PPWR il riuso diventa una questione di filiera
È la normativa europea a rendere il problema particolarmente attuale.
Il Regolamento (UE) 2025/40 prevede che dal 1° gennaio 2030 gli operatori economici che utilizzano determinate tipologie di imballaggi da trasporto o imballaggi per la vendita utilizzati per il trasporto — tra cui scatole, vassoi e casse di plastica — assicurino, in via generale, che almeno il 40% di tali imballaggi sia riutilizzabile nell’ambito di un sistema di riutilizzo. Il regolamento prevede specifiche esclusioni e discipline differenziate per alcuni flussi.
Per il settore ittico esiste inoltre un chiarimento particolarmente rilevante.
Il 19 febbraio 2026, rispondendo a un’interrogazione parlamentare dedicata alle fish box ad alto isolamento termico, la Commissione europea ha precisato che le cassette monouso per il pesce, non essendo imballaggi flessibili, possono rientrare nell’ambito degli obblighi di riutilizzo dell’articolo 29.
La formulazione va letta con precisione: non significa che le cassette in EPS saranno vietate dal 2030. Significa che il settore deve iniziare a confrontarsi concretamente con un quadro europeo nel quale il riuso degli imballaggi da trasporto assume un peso molto maggiore.
Ed è qui che il problema cambia natura.
In una filiera territoriale, con porto, mercato, grossista e distributore relativamente vicini, recuperare una cassetta, lavarla e rimetterla rapidamente in circolazione può creare le condizioni per un sistema efficiente.
In una filiera lunga, con spedizioni internazionali e assenza di un circuito di ritorno, la stessa soluzione può richiedere viaggi a vuoto, infrastrutture di lavaggio e una gestione molto più complessa. In quel caso peso, isolamento, ghiaccio necessario e durata del prodotto tornano a incidere sul risultato.
La cassetta smette quindi di essere soltanto un imballaggio e diventa parte dell’organizzazione della filiera.
Chi la recupera? Dove viene lavata? Quante volte torna realmente in circolazione? Quanto viaggia vuota? Quante cassette vengono perse? E cosa accade quando arrivano a fine vita?
Sono queste le domande che determineranno la sostenibilità reale delle soluzioni future.
Per il settore ittico, dunque, la transizione non consiste semplicemente nel passare dal polistirolo alla plastica, al legno o a un nuovo materiale. Consiste nel costruire un sistema nel quale imballaggio, catena del freddo, logistica di ritorno, riuso e riciclo funzionino insieme.

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