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Nel 2025 i prodotti alimentari confezionati che richiamano una regione italiana in etichetta hanno generato quasi 3,6 miliardi di euro di vendite. Il nuovo Osservatorio Immagino di GS1 Italy mostra risultati diversi tra i territori e un mercato complessivamente stabile nei volumi. La ricerca non misura specificamente il comparto ittico, ma offre indicazioni utili per comprendere come la provenienza possa contribuire alla presentazione e alla differenziazione dei prodotti.

Ittico Guida Buyer

Il nome di una regione può evocare tradizioni, paesaggi e produzioni conosciute. Ma quanto conta davvero quando un consumatore si trova davanti allo scaffale?

Una risposta, almeno sul piano delle dimensioni del mercato, arriva dalla diciannovesima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che analizza le informazioni presenti sulle etichette e le incrocia con i dati di vendita rilevati da NielsenIQ.

Nel 2025 sono state monitorate 11.193 referenze alimentari confezionate con richiami regionali, che complessivamente hanno sviluppato quasi 3,6 miliardi di euro di vendite, con una crescita dello 0,9% a valore e volumi sostanzialmente invariati.

È un mercato significativo, ma anche un fenomeno da interpretare con attenzione: quei miliardi rappresentano le vendite dei prodotti che riportano riferimenti regionali, non il valore economico generato direttamente da tali riferimenti.

Una distinzione importante per tutte le imprese alimentari, comprese quelle della filiera ittica.

Liguria e Sardegna crescono, Sicilia in difficoltà

La classifica elaborata da GS1 Italy conferma il primato del Trentino-Alto Adige, con 1.043 prodotti, quasi 481 milioni di euro di vendite e una crescita del 5,2% a valore e del 4,2% a volume.

La performance più dinamica è quella della Liguria: 212 prodotti, 30,5 milioni di euro di vendite al dettaglio, +7,1% a valore e +6,9% a volume. A sostenere il risultato sono soprattutto olio extravergine d’oliva, pasta fresca ripiena e olive.

Positiva anche la Sardegna, che supera i 278 milioni di euro con 742 prodotti, registrando incrementi del 5,7% a valore e del 3,9% a volume.

La Puglia raggiunge quasi 264 milioni di euro, con una crescita del 3,6% a valore e del 3,3% a volume. Segnali favorevoli arrivano inoltre da Marche e Molise.

Differente l’andamento della Sicilia, dove i prodotti con richiami regionali registrano un calo del 2,3% a valore e del 2,9% a volume. Una flessione che interessa anche Piemonte ed Emilia-Romagna, pur con intensità diverse.

Perché i risultati regionali vanno letti con attenzione

Il dato siciliano non descrive l’andamento dell’intera economia alimentare dell’isola, così come la crescita ligure non significa che tutti i prodotti della regione abbiano ottenuto risultati positivi.

La ricerca considera specifiche referenze presenti nella distribuzione moderna. Le variazioni dipendono anche dall’assortimento, dalle categorie merceologiche, dai prezzi, dalla disponibilità dei prodotti e dalle scelte dei consumatori.

Soprattutto, la crescita delle vendite non dimostra che il richiamo geografico ne sia stato la causa. È proprio questa distinzione a rendere interessante lo studio per gli operatori: il territorio può caratterizzare un prodotto, ma non garantisce automaticamente risultati commerciali migliori.

Per il settore ittico il territorio è una risorsa da raccontare con precisione

Nel comparto ittico, il rapporto tra prodotto e territorio presenta caratteristiche particolari.

Un pesce può essere catturato in una determinata zona di mare, sbarcato in un porto, lavorato in un’altra regione e successivamente distribuito su mercati nazionali o internazionali.

Nel caso dell’acquacoltura, il collegamento geografico può essere rappresentato dal luogo effettivo di allevamento. Per un’impresa di trasformazione, invece, il territorio può identificare la sede produttiva e le competenze sviluppate dall’azienda.

Sono elementi tutti potenzialmente rilevanti, ma non equivalenti.

Pensiamo a un’impresa siciliana che lavora pesce proveniente dall’estero. Può valorizzare l’esperienza produttiva, le lavorazioni e gli standard adottati nei propri stabilimenti. Non può però presentare come siciliana l’origine del pesce se questa è diversa.

Allo stesso modo, un produttore che alleva molluschi lungo una determinata costa può raccontare il legame reale tra l’attività e quel territorio, utilizzando informazioni precise e verificabili.

Il valore di un richiamo geografico dipende anche dalla chiarezza con cui viene spiegato ciò che rappresenta.

Cosa cambia nella scelta di un buyer

Per chi acquista prodotti ittici destinati alla distribuzione, alla ristorazione o alla rivendita, l’origine è uno degli elementi da valutare, insieme a prezzo, qualità merceologica, disponibilità, lavorazioni e continuità delle forniture.

Immaginiamo due fornitori che propongano prodotti della stessa specie, ma accompagnati da riferimenti territoriali differenti. Il primo indica la zona effettiva di cattura. Il secondo mette in evidenza la regione nella quale il prodotto viene lavorato.

Entrambe le informazioni possono avere una funzione commerciale, ma descrivono caratteristiche diverse. Il buyer deve poterle distinguere prima di confrontare le offerte.

Questa chiarezza è altrettanto importante per chi vende al consumatore finale. Un’indicazione geografica comprensibile può aiutare il cliente a riconoscere la provenienza del prodotto, senza confonderla con il luogo di confezionamento o con l’identità dell’impresa che lo commercializza.

Nel settore ittico esiste già un sistema di informazioni obbligatorie sull’origine e sul metodo di produzione, previsto per le categorie interessate dal Regolamento (UE) n. 1379/2013. Le disposizioni distinguono, tra l’altro, i prodotti catturati in mare, quelli pescati in acque dolci e quelli di acquacoltura.

Le regole sull’etichettatura dei prodotti ittici rappresentano dunque una base informativa essenziale. Per le imprese, la sfida commerciale consiste nel renderla anche facilmente utilizzabile da chi acquista.

Il vero vantaggio è rendere riconoscibile ciò che distingue il prodotto

I risultati dell’Osservatorio Immagino non autorizzano a concludere che un prodotto ittico con un richiamo regionale venderà di più.

Suggeriscono però un punto di attenzione per chi costruisce un assortimento o presenta un’offerta commerciale: la provenienza può essere un elemento di differenziazione soltanto quando è chiara, pertinente e coerente con il prodotto.

Non ogni referenza ha bisogno di essere raccontata attraverso un territorio. E non tutte le produzioni possono utilizzare una denominazione geografica con lo stesso significato.

Per alcune imprese il valore distintivo risiede nel luogo di pesca o allevamento. Per altre nelle lavorazioni, nella specializzazione produttiva, nel servizio o nella capacità di garantire forniture regolari.

La ricerca GS1 fotografa un mercato alimentare nel quale i richiami regionali sono ampiamente presenti, ma accompagnati da risultati differenti. Una conferma del fatto che l’identità territoriale non sostituisce una proposta commerciale competitiva.

Per la filiera ittica italiana, la lezione è concreta: prima di valorizzare un’origine bisogna sapere che cosa la rende rilevante per il cliente e come dimostrarla.

Il nome di un territorio può aiutare un prodotto a farsi riconoscere. A farlo scegliere, e soprattutto a farlo riacquistare, devono contribuire anche caratteristiche verificabili, qualità del servizio e affidabilità dell’offerta.

Fonte: Osservatorio Immagino, diciannovesima edizione 2026, GS1 Italy. Dati di vendita riferiti al 2025.

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