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Per Maria Laurenza collegare il nuovo regime europeo a una riduzione di almeno il 40% delle possibilità di pesca rischia di far intervenire la tutela quando la capacità economica dell’impresa è già gravemente compromessa. UILA Pesca propone soglie più flessibili e progressive, ad esempio al 20, 30 e 40%, con indennizzi proporzionati, e chiede di considerare anche retribuzione media, valore del pescato e giornate effettivamente lavorate.
Intervenire quando la crisi è ancora governabile, non quando impresa ed equipaggio hanno già superato il punto di rottura. È su questo terreno che Maria Laurenza, segretaria generale della UILA Pesca, interviene sulla proposta di modifica del FEAMPA presentata dalla Commissione europea.
Bruxelles propone una nuova possibilità di sostegno all’arresto temporaneo collegata a una riduzione di almeno il 40% delle possibilità di pesca assegnate all’operatore. Il testo è ancora una proposta legislativa e dovrà essere esaminato dal Parlamento europeo e dal Consiglio.
Per Laurenza è proprio quel livello di riduzione a porre il problema.
“La soglia del 40% rappresenta un limite che, nella pratica, arriva troppo tardi per essere utile. Quando un’impresa di pesca subisce una riduzione delle possibilità di pesca superiore al 40%, non stiamo più parlando di una ‘crisi temporanea’: stiamo parlando di una condizione di fallimento operativo”.
Il 40% arriva troppo tardi: servono soglie progressive
Secondo la segretaria generale UILA Pesca, una contrazione di questa portata può avere già compromesso la capacità dell’impresa di coprire i costi fissi, mantenere l’equipaggio, sostenere la manutenzione dell’imbarcazione e garantire continuità all’attività.
“La proposta della Commissione quindi, pur andando nella giusta direzione, contiene – tanto per cambiare – valutazioni qualitative e quantitative che in nessuna maniera hanno attinenza con la realtà che vivono ogni giorno i lavoratori della pesca”.
La UILA Pesca propone quindi di rendere il meccanismo più flessibile e progressivo, individuando, a titolo di esempio, soglie al 20, 30 e 40%, alle quali associare indennizzi proporzionati.
La distinzione è fondamentale: il 40% è il parametro contenuto nella proposta della Commissione europea; il riferimento al 20, 30 e 40% è invece l’esempio formulato da UILA Pesca per costruire una progressività dell’intervento.
Intervenire prima che l’impresa collassi
La logica è anticipare la protezione.
Invece di concentrare l’accesso alla nuova causale su un’unica soglia, un sistema progressivo consentirebbe di modulare il sostegno con l’aumentare della perdita.
Per Laurenza il meccanismo dovrebbe garantire un’attivazione tempestiva, “prima che l’impresa collassi e gli equipaggi restino senza reddito”.
È un passaggio che porta un elemento nuovo nel ragionamento già sviluppato dalla segretaria generale nel precedente approfondimento dedicato alla “tempesta perfetta” della pesca italiana, Laurenza aveva posto il problema della distanza tra sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e tutela sociale.
Adesso quella diagnosi si traduce in una proposta operativa: anticipare l’intervento e graduarlo sulla dimensione effettiva della perdita.
Non solo possibilità di pesca: misurare il danno economico
Il secondo punto riguarda il parametro utilizzato per determinare il sostegno.
Per Laurenza, la riduzione delle possibilità di pesca non può rappresentare da sola gli effetti economici prodotti su lavoratori e imprese.
UILA Pesca chiede che il meccanismo venga calibrato sulla perdita effettiva di reddito degli equipaggi e propone che gli Stati membri possano utilizzare indicatori economici verificabili.
I riferimenti indicati sono tre: retribuzione media, valore del pescato e giornate effettivamente lavorate.
Il cambio di prospettiva è rilevante. Non soltanto quanto diminuisce formalmente la possibilità di pescare, ma quale effetto quella riduzione produce sul reddito dei lavoratori e sulla capacità dell’impresa di continuare l’attività.
La proposta ufficiale della Commissione europea punta a rafforzare gli strumenti disponibili per attenuare le conseguenze socioeconomiche delle riduzioni delle possibilità di pesca. UILA Pesca chiede che, durante l’esame del testo, il meccanismo venga reso capace di intercettare il danno prima che raggiunga livelli difficilmente reversibili.
Sul fermo 2026, dodici mesi per misurare il reddito reale
Lo stesso principio viene applicato da Laurenza alla misura sociale collegata al fermo pesca 2026.
UILA Pesca riferisce di non avere, al momento, informazioni ufficiali sull’emanazione del provvedimento interministeriale previsto dal decreto, né su importi, modalità operative e tempi di erogazione.
“Dal nostro punto di vista, la priorità non è criticare l’assenza del provvedimento, ma offrire una proposta chiara che possa aiutare il Governo a definire uno strumento efficace e sostenibile”.
La richiesta è che il provvedimento venga adottato con tempistiche compatibili con l’avvio del fermo e che l’indennizzo venga parametrato alla retribuzione reale.
“Una misura di sostegno può essere equa solo se tiene conto della retribuzione reale, non di parametri standardizzati o di soglie uniformi”.
UILA Pesca propone di utilizzare come riferimento la retribuzione reale per segmento di pesca degli ultimi 12 mesi, così da rappresentare in modo più aderente sia la componente fissa sia quella variabile.
Anche qui il criterio è lo stesso: partire dalla perdita concretamente subita per determinare una tutela proporzionata.
Laurenza richiama inoltre la necessità di considerare le cause di arresto dell’attività non dipendenti dalla volontà del singolo armatore, in un contesto nel quale gli eventi estremi collegati al cambiamento climatico e le diverse limitazioni all’attività possono tradursi direttamente in giornate di lavoro e reddito perduti.
Il confronto aperto dalla proposta europea riguarda quindi non soltanto la disponibilità di nuove risorse, ma quando la protezione deve diventare accessibile, quale perdita deve coprire e attraverso quali indicatori determinarne l’entità.
La posizione di UILA Pesca è chiara: rendere il sistema più progressivo, misurare gli effetti economici reali e intervenire prima che la riduzione dell’attività comprometta definitivamente la capacità di impresa ed equipaggio di restare nel settore.
Per Laurenza, se la tutela diventa accessibile soltanto quando la riduzione raggiunge livelli prossimi al 40%, il rischio è intervenire quando la crisi ha già messo in discussione continuità produttiva e reddito dei lavoratori.

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